giovedì 21 settembre 2017

Aeroporto Lisa, la Commissione Europea chiarisce e gela gli entusiasmi

Non è proprio un’altra tegola che si abbatte sul Gino Lisa, ma una correzione di rotta, una puntualizzazione necessaria per evitare equivoci, e per scongiurare che nuovi intoppi sorgano nella corsa ad ostacoli che sta caratterizzando l’iter dell’allungamento della pista. Il contributo pubblico per la realizzazione dell’opera non è del 95% come si sperava (e che la Regione Puglia si era impegnata a coprire), ma del 75%. I privati che vorranno sostenere il progetto dovranno sobbarcarsi il 25% dei costi (14 milioni di euro la spesa complessiva prevista), e non il 5%, come si pensava e come si sperava.
Lo chiarisce in modo purtroppo inequivocabile, la risposta all’interrogazione (che potete leggere qui) presentata sull’argomento dalla deputata europea Elena Gentile, fornita verso la fine di agosto, a nome della Commissione, da Margrethe Vestager, danese, e commissaria europea alla concorrenza.
“Ho presentato l’interrogazione - chiarisce l’eurodeputata pugliese - per chiarire la situazione e per scongiurare che interpretazioni non corrette possano nuovamente rallentare l’iter dell’opera, che ritengo necessaria ed urgente per la Capitanata e per il Gargano, la cui economia turistica ha assoluta necessità della infrastruttura aeroportuale pienamente agibile e funzionale”.
Il nuovo regolamento approvato dalla Commissione Europea ha modificato il regime generale di esenzione per categoria per favorire alcune tipologie di investimenti pubblici, in particolare quelli in favore di porti e aeroporti, esonerandoli dall'obbligo di notifica ex articolo 108 TFUE.
Ciò significa che sono ammessi i contributi pubblici a favore degli aeroporti: fino al 75 % dei costi per gli aeroporti con una determinata media annuale di traffico passeggeri, e fino al 95% per gli “aeroporti situati in regioni remote”.
Il busillis sta, appunto, nella definizione di “regione remota”.
“Tale riforma - scrive l’on.Gentile nella sua interrogazione - permetterebbe di finanziare senza obbligo di notifica e con un contributo pubblico pari al 95 % dei costi, progetti come quello relativo all'allungamento dell'aeroporto italiano Gino Lisa di Foggia, facendo perno sulle caratteristiche di aree interne della provincia di Foggia come i Monti Dauni, il Gargano e le Isole Tremiti.”
L’europarlamentare chiedeva dunque alla Commissione “quali siano i criteri giuridici atti a definire un determinato territorio come area remota, in riferimento agli aspetti demografici, sociali, territoriali e della rete di trasporti esistente” e “se l’area della provincia di Foggia in Puglia può considerarsi come area remota ai fini della normativa sugli aiuti di Stato e quindi godere della maggiorazione del finanziamento previsto per le aree svantaggiate.”
La risposta della commissaria alla concorrenza, non è stata purtroppo quella sperata.  “Per regioni remote - scrive Margrethe Vestager a nome della Commissione - si intendono le regioni ultraperiferiche, Malta, Cipro, Ceuta e Melilla, le isole facenti parti del territorio di uno Stato membro e le zone scarsamente popolate.
Le «regioni ultraperiferiche» - aggiunge - sono definite all'articolo 2, paragrafo 12, del medesimo regolamento. Gli orientamenti sugli aiuti di Stato agli aeroporti e alle compagnie aeree del 2014 definiscono le zone scarsamente popolate al punto 25, paragrafo 28, come «le regioni NUTS 2 con meno di 8 abitanti per km2, o le regioni NUTS 3 con meno di 12,5 abitanti per km2 (dati Eurostat sulla densità di popolazione)». La regione di Foggia è considerata come una regione NUTS 3. Tuttavia, in base ai statistiche sulla densità demografica di Eurostat, nel 2015 Foggia aveva una densità di 90,2 abitanti per km2 e, pertanto, non può essere considerata una «zona scarsamente popolata» ai sensi del punto 25, paragrafo 28, degli orientamenti sugli aiuti di Stato agli aeroporti e alle compagnie aeree del 2014. Da ciò consegue che la provincia di Foggia non può essere considerata una regione remota ai sensi dell'articolo 56 bis, paragrafo 14, del regolamento 2017/1084.”
“Non è certamente la risposta che speravamo - commenta Elena Gentile - ma credo sia meglio averlo saputo adesso, e non trovarsi di fronte all’ennesimo intoppo, a procedura avviata”. La deputata europea non nasconde la sua irritazione verso chi ha parlato di ridefinizione di paletti provocata dall’interrogazione o di boomerang: “Era stata disinvolta l’interpretazione di chi, non so quanto in buona fede, aveva pensato che la provincia di Foggia ricadesse nel novero delle aree remote facendo credere che si potesse spuntare il tetto massimo del contributo pubblico. Adesso bisogna lavorare, con coerenza e serietà, per trovare sul territorio le risorse necessarie a garantire la realizzazione del progetto di allungamento della pista.”

mercoledì 20 settembre 2017

Il luogo che accolse per primo l'Iconavetere è un ricettacolo di rifiuti

Secondo la tradizione, gli umili pastori che rinvennero il quadro dell'Iconavetere, guidati da tre fiammelle che luccicavano sull'acqua, lo trasportarono nella poco distante Taverna del Gufo, che rapidamente diventò meta di pellegrinaggi e venne trasformato in una Chiesa. Si tratta dell'attuale chiesa di San Tommaso, che sorge all'incrocio tra via Ricciardi e via Arpi, ed è di conseguenza la più antica chiesa parrocchiale foggiana.
È da tempo chiusa al culto, per problemi di sicurezza che l'hanno resa impraticabile. Il progetto di lavori di restauro aveva ottenuto un finanziamento pubblico, che però non è stato utilizzato.
Da un po' di tempo l'edificio è stato circondato da transenne, proprio per garantire la sicurezza dei passanti. Il problema è che le transenne sono diventate, come documenta la sequenza di foto che potete vedere più sotto, un autentico ricettacolo di rifiuti, brutto a vedersi ma anche potenzialmente rischioso per l'igiene pubblica.
Uno spettacolo che è poco definire inverecondo, in considerazione dell'importanza storica della chiesa, ma anche del fatto che sorge in una strada centralissima, attraversata quotidianamente da centinaia di persone, data anche la vicinanza all'Università.
Anni fa qualcuno sognava via Arpi come la strada dell'arte e della cultura. Sta invece diventando il peggior biglietto da visita di una città che prende a calci la memoria e la bellezza.

La Dea Eupalla esiste, ed è più forte della Dea Bendata

L'esultanza di Martinelli dopo la rete che ha
avviato la grande rimonta rossonera
Chissà cosa avrà pensato la dea Eupalla iera sera quando, al nono minuto del primo tempo della partita tra Carpi e Foggia, ha visto il difensore pugliese Camporese avvitarsi malamente e goffamente nel tentativo di fermare Mbagoku, che si è invece involato verso l’area rossonera, infilando il portiere e portando in vantaggio i padroni di casa.
Secondo quell’indimenticabile maestro di giornalismo e di buon senso che è stato Gianni Brera, Eupalla è “la divinità benevola che, assistendo pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi, presiede alle vicende del calcio, ma soprattutto del bel gioco.”
Alzi la mano chi, tra i tifosi rossoneri, di fronte all’ennesimo strafalcione della retroguardia dei satanelli non ha pensato: stasera le prendiamo di nuovo, e di brutto. D’altra parte, si sfidavano nello stadio emiliano le due difese “estreme” del torneo cadetto: da una parte la più impenetrabile (solo un gol al passivo prima di ieri), dall’altra la più perforata.
Il gol di Mbagoku era stato il tredicesimo subito dal Foggia, e tutto lasciava presagire un’altra grandinata di palloni nella rete dell’incolpevole Guarna.
Personalmente, lo strafalcione di Camporese, neoacquisto prelevato dal Benevento (con cui lo scorso anno ha conquistato la promozione in A) mi ha ricordato quello di Martinelli, l’altro centrale rossonero, nella gara casalinga con l’Entella: su una palla facile facile nel cuore dell’area, liscio impressionante e quindi rovinoso fallo sull’attaccante. Rigore e pareggio.
Ma la dea Eupalla ha lo sguardo lungo e il cuore grande, e ha compiuto il miracolo, verosimilmente invocata da mister Stroppa, che ieri sera ha gridato tanto e così forte da costringere i tecnici di Sky ad abbassare il volume dei microfoni piazzati nei pressi delle panchine.
Il gol di Martinelli
Sta di fatto che il Foggia dopo quella rete non ha perso morale, né mordente, ma ha cominciato anzi a macinare gioco al cospetto della capolista, mentre in difesa hanno cominciato a ribattere colpo su colpo, e tutta la squadra ha ripreso a giocare con quelle geometrie che l’anno scorso hanno incantato tutti i tifosi degli stadi di Lega Pro.
E così, al quarto della ripresa, forse anche per fare un dispetto alla Dea Bendata, la buona Eupalla ha deciso che no, il Foggia non poteva essere punito ancora una volta e che a dare il là alla rimonta rossonera dovevano essere proprio gli autori delle scarponerie prima ricordate.
Rubin conquista un calcio d’angolo. Lo batte sulla sinistra Floriano con un cross forte e teso che finisce nel cuore dell’area. Si avventa sul pallone Camporese, che tira quasi a botta sicura, ma la sfera finisce sulla traversa. Eupalla, si sa, ama la suspence: così il difensore riprende e tira di nuovo, ma anche questa volta la rete sembra stregata, perché un difensore emiliano salva sulla linea. In agguato c’è però Martinelli che con un tiro malizioso che passa tra una selva di gambe, finalmente insacca.
Martinelli e Camporese, proprio loro. I difensori che erano stati al centro delle polemiche avviano il riscatto rossonero. Quella rete ha sbloccato il Foggia che è letteralmente salito in cattedra, travolgendo il Carpi. La difesa che fino a ieri aveva preso soltanto un gol, alla fine dovrà annotarne tre al passivo, perché alla rete del difensore, si aggiungeranno quelle di Chiricò e di Beretta.
Si, aveva ragione Brera, la dea Eupalla esiste. Ed è più forte della Dea Bendata.

martedì 19 settembre 2017

Foggia e la Capitanata si specchiano nel film di Luciano Emmer

Che bella serata ieri a Parcocittà. All'insegna della bellezza e della nostalgia. In una sala attenta e gremita, abbiamo rivisto ventun'anni dopo la sua prima proiezione, Foggia non dirle mai addio, il travelogue che Luciano Emmer girò nel 1996 per conto della Provincia di Foggia, allora guidata da Antonio Pellegrino.
Ho presentato decine di volte il docufilm di Emmer, maestro del cinema italiano e protagonista non secondario della grande stagione neorealista, ma ogni volta ne rimango conquistato, e scopro nuove suggestioni, trovo nuove emozioni.
Prima della proiezione di ieri sera, che ho avuto il piacere di presentare, ho chiesto agli spettatori presenti quanti non avessero mai visto il film. Con mia sorpresa, erano la stragrande maggioranza.
Ventun'anni sono tanti. E sono tantissimi i giovani che non hanno (ancora) potuto vederlo.
Questo piccolo capolavoro andrebbe riscoperto, fatto girare nelle scuole, riproposto alle giovani generazioni come provocazione, come lancinante invito a scoprire una Capitanata diversa dagli stereotipi. Una terra che potrebbe trovare proprio nella bellezza - svelata da Emmer nel suo viaggio che non è spaziale o geografico, ma piuttosto un viaggio sentimentale, dell'anima - la chiave di volta del suo futuro.
Partendo dalle note e dalle liriche della canzone Foggia di Eugenio Bennato (Foggia è chella che è passata, e che ancora ha da venire), Emmer indica nel rapporto tra Foggia e la Capitanata, e tra la Capitanata a Foggia, la vera, profonda identità della nostra terra, di cui indica i simboli solo in apparenza lontani tra di loro: Federico II e i terrazzani di Borgo Croci.
La bellezza che diventa scommessa di futuro viene raccontata attraverso le diverse fasi della produzione dei fiori secchi di Sannicandro Garganico, autentici capolavori di artigiano che traggono la loro origine da un prodotto povero della terra garganica, i fiori spontanei, per trasformarli in un tripudio di colori e di forme, di rara bellezza.
La fine della Provincia istituzione rende molto più difficile mantenere l'equilibrio, già tradizionalmente e storicamente precario, tra Foggia e il resto del territorio dauno, e tra questo e il capoluogo.
Ventun'anni dopo, con la stessa intensità, Luciano Emmer ci invita a ripartire da qui.
Geppe Inserra
P.S.: Lettere Meridiane è disponibile a ripetere la proiezione in altri contesti, a Foggia e in provincia. Per proposte, idee, richieste, suggerimenti scrivete in mail.


lunedì 18 settembre 2017

Quando a Foggia la sosta sul corso era vietata. Ma ai pedoni.

È proprio vero che le antiche foto raccontano un’epoca. Quelle di oggi, colorizzate con l’algoritmo di intelligenza artificiale che gli amici e i lettori di Lettere Meridiane hanno imparato ad apprezzare, riguardano entrambe il cuore pulsante di Foggia: corso Vittorio Emanuele, ripreso da due punti di vista diversi: l’inizio, che coincide con l’attuale isola pedonale, all’incrocio con piazza Giordano e Corso Cairoli, e il tratto centrale, all’incrocio con Corso Garibaldi e piazza Oberdan, dove campeggiano i primi grandi magazzini aperti a Foggia, e cioè la Standa.
Le due foto sono state scattate a pochi anni di distanza l’una dall’altra. La più antica è quella che mostra l’inizio del corso, e risale agli anni Quaranta. La seconda fa vedere, invece, com’era Foggia negli anni Cinquanta.
Nell’una e nell’altra immagine, il corso sembra particolarmente affollato e vissuto. Si intravedono bar con tavolini, l’atmosfera complessiva è quella di una città non diciamo opulenta, ma non povera, capace di gustarsi la vita e di ritrovarsi in strada e in piazza.
Le automobili circolanti erano ancora poche, come pure le biciclette, a conferma del fatto che la popolazione foggiana non ama le due ruote, nonostante la città offra un habitat ideale per i ciclisti, essendo completamente pianeggiante.
Invece i pedoni erano tantissimi. E lo struscio per il corso doveva venire praticato con una certa lentezza, al punto tale da indurre le amministrazioni comunali dell’epoca ad adottare un provvedimento a dir poco curioso, che a distanza di decenni fa sorridere.
Se guardate bene la foto della Standa notate a sinistra un cartello che vieta la sosta ai pedoni. (È evidenziato con un cerchio rosso, per vederlo bene scaricate la foto in hd, come spiegato alla fine del post)
In realtà la misura aveva una sua ratio. Piazza Oberdan era in quegli anni una sorta di ufficio di collocamento plein air. I braccianti in cerca di lavoro per il giorno dopo, vi si recavano e sostavano in attesa di qualcuno che li ingaggiasse, il che doveva creare una certa confusione e più di un ingorgo... pedonale.
Era, in ogni caso, una città del tutto a misura d’uomo. Molto diversa da quella caotica di oggi. Non lo pensate anche voi?
La procedura di colorizzazione è stata attuata utilizzando un algoritmo fondato sulla intelligenza artificiale profonda, che applica la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane ha regalato ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione.

Il primo "Viaggio nel Sud" della Rai partì da Manfredonia

“Finché non potremo mangiare, vestirci, divertirci, consumando la stessa quantità di beni al Nord e al Sud, il ciclo del Risorgimento non si potrà considerarsi compiuto, né l’Italia potrà considerarsi unificata ed equilibrata di fronte alle esigenze dell’economia e del progresso internazionale”. Parole sante, e purtroppo dimenticate. A pronunciarle era la televisione pubblica, quando faceva ancora il suo mestiere, e non era ancora diventata una fabbrica di intrattenimento di bassa lega.
Siamo nel 1958, anno in cui la Rai varò una trasmissione intitolata “Viaggio nel Sud”, che raccontava la vita nelle regioni e nei paesi del meridione.
Come viene spiegato nella puntata introduttiva, “una parte dell’Italia meridionale, a causa di infelici vicende storiche è rimasta isolata, ferma in una continuazione del medioevo che si è protratta fino a un secolo fa, e questo triste destino, non ha sminuito né la forza né l’ingegno delle popolazioni ma ne ha invece ritardato di molto la rinascita.”
La tesi dell'endemico ritardo economico e tecnologico del Sud ereditato dall'Italia unificata è opinabile (i Borbone costruirono Napoli la prima ferrovia) ma rende perfettamente l’atmosfera culturale che si respirava nel Paese alla vigilia del boom economico, e la visione che il Paese aveva allora della cosiddetta questione meridionale.
La prima tappa del “Viaggio nel Sud” ebbe luogo in Capitanata, a Manfredonia, e non si trattò di una scelta casuale, perché i governi del secolo scorso avevano concentrato nell’area sipontina, scommettendo sul suo sviluppo: dalla bonifica delle paludi, alla riforma agraria, e successivamente alla industrializzazione sostenuta dalle partecipazioni statali.
La maggior parte del documentario è ambientata nella fattoria modello di Macchiarotonda, dove gli sforzi congiunti della Cassa per il Mezzogiorno e dell’Ente Riforma Fondiaria avevano innescato un rilevante processo di ammodernamento sia delle tecniche di coltivazione dei campi e di allevamento del bestiame, sia del lavoro.
È impressionante ascoltare il responsabile dell’azienda che parla di superamento del lavoro precario e stagionale, mentre il conduttore tesse gli elogi della profonda trasformazione che Manfredonia e il Gargano andavano conoscendo, proprio grazie alla crescita occupazionale.
Pino Locchi e Arnoldo Foa, curatori e conduttori della trasmissione, intervistano diverse donne  durante la vendemmia chiedendo dei loro progetti matrimoniali e non. E poi l’ allevamento delle vacche, le interviste ai pastori che non fanno più la transumanza, e alle donne e agli uomini che lavorano in azienda: la vita quotidiana, i pasti, la sera davanti alla televisione. La giornata di vacanza di un salariato che torna a riposare a Manfredonia, che viene letteralmente definita una “cittadina in rinascita”. L’uomo racconta la sua vita e presenta la sua famiglia.

domenica 17 settembre 2017

Fuggire da Foggia? No. Non dirle mai addio.

Fuggire da Foggia, come recita l’antico, antipatico adagio? No. Perché a Foggia non si deve mai dire addio. Me lo ha insegnato, ventuno anni fa, un caro amico, un grande uomo di cinema che foggiano non era, ma amava Foggia, che aveva eletto a sua città d’adozione: Luciano Emmer, maestro del cinema italiano, capofila di alcun generi che hanno fatto scuola (come il cinema che parla di scuola o quello ambientato sulle spiagge estive), padre dei Caroselli televisivi.
Il rapporto intenso tra Emmer e Foggia venne suggellato da un film che domani sera verrà riproposto, in occasione del ventunesimo anniversario della realizzazione, nell’ambito delle manifestazioni di Settembre al Parco, da Parcocittà in collaborazione con il nostro blog, Lettere Meridiane.
Il docufilm di Luciano Emmer è intitolato appunto, Foggia non dirle mai addio: il grande regista neorealista lo realizzò nel 1996 per conto della Provincia di Foggia, guidata da quel grande presidente che è stato Antonio Pellegrino.
La proiezione si svolgerà domani, lunedì 18 settembre, con inizio alle ore 20.00, a Parco San Felice.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...