giovedì 22 giugno 2017

Don Tonino Intiso: "La rabbia farà esplodere la ribellione dei poveri”

Non ho alcuna nostalgia del partito cattolico nel quale, d'altra parte, non ho mai militato. Ma allo stesso modo credo che i cattolici non possano disimpegnarsi dalla politica intesa come esercizio civico (dell'essere cittadino), e che per la stessa ragione non possano cedere alle lusinghe dell'antipolitica e del qualunquismo.
Non credo si possa essere buoni cristiani sposando le tesi di quanti non vogliono riconoscere il diritto di essere cittadini italiani a tutti i bambini che nascono in Italia. E allo stesso modo, non credo si possa essere buoni cristiani adorando il dio danaro, quel capitalismo finanziario che detta tempi e regole al mondo dell'economia e del lavoro. Soprattutto in un momento in cui Papa Francesco restituisce centralità e pregnanza "religiosa" a grandi questioni come la dignità del lavoro, il rispetto della persona, la custodie e la tutela dell'ambiente.
E allora, cosa significa, oggi, essere un buon cristiano? Vi suggerisco una utile lettura. Ecco quanto don Tonino Intiso, all'epoca segretario di quell'indimenticabile pastore di anime che è stato mons. Giuseppe Lenotti, arcivescovo di Foggia scriveva sulla sua quotidiana esperienza di ascolto dei tanti disoccupati disperati che bussavano alla porta della Curia per chiedere aiuto. L'articolo è uscito nel 1975, sul periodico cattolico Il Nuovo Risveglio, diretto da Gaetano Matrella.
Buona lettura (G.I.)
* * *

La rabbia farà esplodere la ribellione dei “poveri”

Ho tra le mani una vecchia agenda, la sfoglio e scopro che essa non mi serviva per segnare gli impegni del Vescovo o scrivere il diario per tramandare ai posteri la storia della segreteria vescovile di questi anni, né per rileggere, compiaciuto, nella mia vecchiaia il tempo della giovinezza vissuto per i fratelli...!
Mi serviva solo per scrivervi dei nomi con l'indirizzo, l'età ed una richiesta.
Dietro ogni nome c'è una storia in genere drammatica, una storia di rifiuti, di promesse non mantenute, di speranze deluse, di diritti conculcati, di povertà, di emarginazione.

mercoledì 21 giugno 2017

Quando il passato si illumina di colore / Manfredonia, Siponto e il Gargano negli anni Trenta

Le fotografie in bianco nero hanno un loro indubbio fascino. Sanno di antico, di passato. Però ci consegnano una immagine fatalmente distorta e limitata rispetto a quello che vedeva chi li ha scattate, e che percepiva la realtà a colori.
Restituire colore alle fotografie in bianco e nero è un po’ come andare indietro nel tempo, recuperando (seppure, ovviamente, in parte minima, le atmosfere cromatiche del momento in cui l’attimo bloccato dalla foto s’impresse sulla pellicola).
Vale la pena sottolineare  che la tecnica utilizzata per generare la colorizzazione delle antiche foto, messa a punto dai docenti giapponesi della Waseda University  di Tokio, Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa si fonda su dati di fatto, più che su artifici. Il calcolo digitale entra massicciamente nella procedura, ma più per cercare di recuperare informazioni dai dati di realtà, che non per produrre una realtà artefatta.
Al cuore dell’ingegnoso algoritmo c’è la classificazione preventiva dalla fotografia da trattare, attraverso un complesso sistema di Neural Network che riesce ad individuare le diverse forme esistenti nella immagine, e a dar loro colore.
Nel video qui sotto, potete vedere cosa è venuto fuori dall’applicazione di questa tecnica su una serie di belle fotografie in bianco nero tratte dal Fondo Ester Loiodice e dal Fondo Rosario Labbadessa, custoditi nella Biblioteca Provinciale “La magna Capitana” di Foggia, e che prendono per la prima volta colore.
Quando il passato si illumina di colore vi mostra una sequenza di venti scatti su Manfredonia, Siponto e il Gargano negli anni Trenta, quando questa porzione del territorio pugliese si trovava al centro di uno dei più grandi processi di trasformazione della sua storia. Si costruiva infatti la nuova stazione ferroviaria che giungeva fino al porto, esso stesso ampliato e potenziato, mentre la zona paludosa di Siponto veniva sottoposta ad una radicale azione di bonifica, e cominciavano timidamente ad affacciarsi le prime attività turistiche.
Le immagini sono ad alta risoluzione, e sono state preventivamente trattate e restaurate digitalmente, prima del processo di colorizzazione.
Trovo il risultato interessante, e spero che piaccia anche agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane. Se l’esperimento è di vostro gradimento potrei ripeterlo anche su immagini riguardanti altre località. Fatemi sapere. E così pure fatemi sapere (inviandomi eventualmente una mail dove possa spedirvele) se siete interessati ad ottenere qualcuna delle foto che animano la sequenza.
Buona visione.

martedì 20 giugno 2017

L'assordante silenzio dei cattolici del Pd (e del loro Gran Mogol)

Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, non si è lasciato pregare e alla prima occasione utile ha rotto l’assordante silenzio dei cattolici sulle polemiche che stanno accompagnando il dibattito sullo Ius Soli, stigmatizzato dal Gran Mogol qualche giorno prima. (Per chi non ha mai letto Topolino: il Gran Mogol è il capo del gruppo di boy scout, le Giovani Marmotte, frequentato da Qui, Quo e Qua; ogni riferimento a Matteo Renzi è tutt'altro che casuale).
Parole dure e chiare, quelle pronunciate  dal presule di Cerignola, invitato da Repubblica a discutere sugli aspetti rivoluzionati del pontificato di Francesco:
"Siamo preoccupati per come si sta affrontando questo problema, persino con gazzarre ignobili in Aula. Sono temi molto importanti. Ci sta che qualcuno sia contrario. Ma vedo che c'è chi ha cambiato idea. E ora fa politica unicamente per rincorrere il proprio successo, perché vuol fare solo il proprio interesse. Tre italiani su 4 sono d'accordo ma c'è chi usa la polemica per paura di perdere voti. Fare politica per rincorrere il proprio successo, non è fare politica. E tutti sanno chi ha cambiato posizione, idea, qui non è questione di appiccare l'etichetta di italiano, ma di dare un senso di appartenza, non ci si deve prendere a botte per questo, ma discutere".
Mi piacerebbe adesso sapere dal Gran Mogol Matteo Renzi e da quanti come lui militano nel Pd e sono cattolici, cosa pensano di alcune cose che papa Francesco in persona ha detto, a Genova, parlando di lavoro:

lunedì 19 giugno 2017

Proclamato venerabile padre Castrillo, il frate eroe dei bombardamenti a Foggia

padre Agostino Castrillo
Nelle tragiche giornate della estate del 1943, straziata dalle ripetute incursioni aeree dei bombardieri alleati che distrussero la maggior parte degli edifici e provocarono la morte di migliaia di persone, i foggiani impararono a conoscere ed amare una persona che seppe non arrendersi all’orrore della guerra e si sforzò assieme ai suoi confratelli di soccorrere i feriti, di assistere chi era rimasto senza tetto, senza acqua e senza cibo, di regalare loro un sorriso e un barlume di speranza: padre Agostino Castrillo. Era il parroco di Gesù e Maria, la cui chiesa-convento sorge nella parte della città più devastata dalla furia dei bombardamenti.
A volte il confine tra santità ed eroismo è davvero labile, ed è forse questo il caso di padre Agostino, frate minore francescano, che qualche giorno fa è stato dichiarato “venerabile” dalla Congregazione delle cause dei Santi. Il decreto, la cui promulgazione è stata autorizzata da papa Francesco, riconosce “le virtù eroiche del Servo di Dio Agostino Ernesto Carrillo”.
Il titolo di venerabile è riconosciuto dalla Chiesa cattolica ai Santi, per i quali si è già concluso il processo di canonizzazione e a quanti vengono considerati degni di venerazione da parte dei fedeli appunto dopo il riconoscimento delle loro virtù eroiche. Ovvero, sono a un passo dalla santità.

Andrea Scarpa ritorna alla vittoria e ribadisce: "100% foggiano"

Andrea Scarpa è tornato alla vittoria, battendo ai punti sul quadrato del Casino  di Saint-Vincent in Valle d'Aosta il giorgiano Giorgi Abramishvili, che si è confermato un avversario piuttosto ostico, come d'altra parte faceva presagire il suo palmares, ricco di 18 vittorie ed 11 sconfitte.
Il pugile foggiano, che da ragazzo vive assieme alla sua famiglia a Torino, ma che è rimasto sempre profondamente legato alla sua città natale, riprende così la scalata ai vertici del pugilato internazionale rallentata, ma non certo interrotta, dalla sconfitta patita nello scorso mese di novembre ad opera dell’imbattuto e più giovane sfidante britannico Ohara Davies.
La sera del 26 novembre dello scorso anno Scarpa si era presentato nel leggendario scenario della Wembley Arena per la prima difesa del titolo Silver dei superleggeri Wbc che aveva conquistato soltanto cinque mesi prima, sempre a Londra (ma alla O2 Arena del Greenwich Village) il pugile di casa John Wayne Hibbert, per kot, dopo poche riprese che lo avevano visto protagonista assoluto.
Nella seconda sfida londinese, Andrea si presentava oltre che con la cintura silver con un altro record da difendere: da qualche giorno era il solo pugile iridato italiano, ma purtroppo l'opaca prestazione, assieme probabilmente anche ad una condizione fisica non eccelsa, non hanno permesso che la difesa del titolo andasse in porto e il record continuasse.
Con la tenacia e l'umiltà che lo contraddistinguono, Andrea ha ripreso a lavorare in palestra e a guardare avanti. E in alto.
Il match di sabato sera, sottoclou della sfida per il titolo europeo dei medi tra Blandamura e Gotti, ha lasciato sensazioni positive, come già era successo il 13 maggio scorso, quando al Palaeinaudi di Moncalieri, Andrea si era sbarazzato del messicano Juan José Ocura, battendolo anche in questo caso ai punti, sulla distanza delle sei riprese. Quel che conta è che l'atleta foggiano abbia comunque ripreso a scalare posizioni nel ranking internazionale, riprendendosi da quella che può essere ritenuta una battuta d'arresto. Da dimenticare in fretta.
E com'è successo nelle altre occasioni, sabato sera nella prestigiosa cornice del Casino  di Saint-Vincent Andrea ha festeggiato la vittoria indossando la maglia che ricorda la sua foggianità e il suo attaccamento a Foggia.
Che continuerà a tifare per lui e a stargli accanto, in questo momento particolare della sua carriera.
G.I.

domenica 18 giugno 2017

La gavetta (e la moglie) foggiana di Mino Raiola

Personaggio vulcanico, coloratissimo, puntuale protagonista delle estati italiane e non, che incendia con i suoi colpi di calciomercato, Mino Raiola si concede poco e malvolentieri ai cronisti, ma quando lo fa, le sue battute restano scolpite negli annali del giornalismo: “Quando scrivete che facevo il pizzaiolo, sbagliate. Facevo il cameriere”. Oppure: “Parlo molte lingue, la peggiore è l’italiano”. 
Qualcuno si è divertito a fargli i conti in tasca, concludendo che quest’anno quello che è ormai ritenuto il maggior protagonista del calcio mercato internazionale intascherà la bellezza di 50 milioni, e senza neanche giocare al pallone.
“Era un cameriere, non sa parlare, ma guadagna quanto una multinazionale” scrive di lui in un bell’articolo su Il Foglio, Beppe Di Corrado.
Il cameriere che guadagna come una multinazionale ha vissuto una parte significativa della sua carriera a Foggia e conserva di quella esperienza un bel ricordo, tanto da parlarne ogni volta che può.
Giovanni Cataleta dedica un intero capitolo del suo bel libro “Il distintivo dalla parte del cuore” alla storia di Mino Raiola che era ai suoi primi passi come procuratore sportivo. Siamo ai tempi del Foggia di Zeman e di Casillo. Il patron rossonero si era rivolto al suo conterraneo Raiola, campano di Angri, per portare in rossonero Bryan Roy. In effetti il contratto dell’asso olandese fu il primo stipulato da procuratore da Raiola. La sua sfavillante carriera è cominciata proprio da Foggia.
E sentite come. Nelle sue prime partite Roy sembrava svogliato, si integrava poco e male con i compagni. Preoccupato, Casillo mandò a chiamare Raiola: “Devi restare qui a Foggia, a fianco del giocatore, insegnargli a parlare l’italiano, fino a quando non lo recuperiamo.” Senonché, come argutamente racconta nel suo libro quell’impareggiabile storyteller che è Giovanni Cataleta, sia il mister che Raiola l’italiano non lo parlavano benissimo, Zeman per ragioni geografiche, Raiola per sua esplicita ammissione, sicché il talento olandese sembrava fare molta fatica a comprendere il “verbo” dell’allenatore.
Pasquale Casillo inventò allora un’originale catena: Zeman diceva a Casillo, che si rivolgeva in napoletano a Raiola, che traduceva per Roy. Sta di fatto che l’attaccante si mise e giocare bene e a far gol entrando nel cuore dei foggiani e contribuendo in maniera decisiva a Zemanlandia 2.

sabato 17 giugno 2017

Quando Carmeno fece vedere i sorci verdi a De Michelis e Forattini gli dedicò una vignetta

Commentando ieri mattina ad Agorà, i disordini scoppiati al Senato nella discussione sullo Ius Soli, Marcello Sorgi ha rievocato un clamoroso episodio che vide protagonista un parlamentare foggiano, Pietro Carmeno. Dopo aver detto che l’aula di Palazzo Madama è stata spesso teatro di bagarre del genere, L’editorialista de La Stampa, ha ricordarono gli incidenti che - cito quasi testualmente - costarono al senatore Carmeno la frattura di un piede.
Se si pensa che da quel giorno sono passati ben 33 anni, si ha l’idea precisa di quanto clamore suscitò il clamoroso gesto di Pietro "Pierino" Carmeno, indimenticabile e straordinario personaggio della sinistra pugliese e meridionale. I fatti conquistarono la prima pagina di tutti i quotidiani e l’apertura di tutti i telegiornali anche perché, al di là dell’importanza dell’argomento in discussione, fu prima volta che comunisti e socialisti, i cui rapporti si erano progressivamente incrinati con l’avvento al potere di Bettino Craxi, arrivarono alle vie di fatto.
Era la mattina del 19 marzo 1984, il Senato era chiamato a discutere sul decreto del Governo che tagliava la scala mobile. Quella scelta segnò in effetti il punto più alto di rottura e lacerazione tra i due partiti della sinistra.
Il Governo avrebbe dovuto rispondere, attraverso il Ministro del Lavoro Gianni De Michelis, socialista, ai 78 ordini del giorno presentati sul decreto. Il senatore comunista Rodolfo Bollini sollevò una (sacrosanta) eccezione procedurale chiedendo che si discutesse preventivamente sulla mancata  copertura finanziaria del decreto.
Trattandosi di una questione regolamentare doveva avere la precedenza. Ma la presidente di turno, la socialista Delia Briotta rispose che se ne sarebbe discusso al pomeriggio, dando la parola ai rappresentanti del governo per la loro relazione. Dai banchi del Pci si levarono urla di protesta che proseguirono per tutta la durata del discorso del ministro De Michelis.   Ed ecco quanto successe subito dopo, nel racconto di Alberto Rapisarda, su La Stampa del 20 marzo 1984.
“De Michelis stava per sedersi quando veniva raggiunto alle spalle, sul banco del governo, dal comunista Pietro Carmeno che si era infilato di corsa nel corridoio che viene utilizzato per le operazioni di voto con le palline. Carmeno si lanciava su De Michelis e gli toglieva dalle mani il pacco degli emendamenti. Per far questo, compiva un salto e cadendo si slogava una caviglia. Dolorante, usciva zoppicando dall’aula con il trofeo in mano. Ma a quel punto scoppiava il putiferio.”
I socialisti reagirono con veemenza e, forti anche dell’età media più giovane di quella dei loro colleghi comunisti, aggredirono i senatori del Pci. Per fortuna non ci furono altri feriti, oltre Carmeno, che in lettiga venne trasportato fuori dall’aula, in un’ambulanza fino all’ospedale dove gli venne diagnosticata una frattura. Ma il giorno successivo, proprio a Palazzo Madama, mentre proseguiva il dibattito venne colto e stroncato da un infarto il senatore comunista Dario Valori.
Il giorno dopo, mentre sulla copertina de La Stampa Forattini faceva assurgere il senatore foggiano agli onori della sua vignetta quotidiana, un socialista lucido e intelligente come Rino Formica invitava a suoi a frenare: “Il paese ha bisogno di un governo autorevole, non autoritario”. Non successe, e da quel giorno iniziò per la sinistra una diaspora che non si è più ricomposta.
A Foggia la notizia venne accolta con un misto di soddisfazione ma anche di stupore. Soddisfazione perché Pierino, come lo chiamavano i compagni e gli amici più stretti, gliel’aveva fatta vedere a quel De Michelis e ai socialisti che stavano trascinando il Paese verso il liberismo (forse allora non si diceva proprio così ma il concetto è più o meno quello).
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