venerdì 28 marzo 2008

In scena a Lucera il dramma di Anacleto Lupo su Aldo Moro


“Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo.  Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo." Con queste parole, si conclude l’ultima lettera scritta dal carcere brigatista, da Aldo Moro a sua moglie. Dal buio della prigione, Moro intravede la speranza della luce.
Il pathos straordinario di quella lettera accompagna tutte le sequenze del dramma “Aldo Moro: politica e martirio” di Anacleto Lupo, andato in scena in anteprima nazionale al Teatro Garibaldi di Lucera. Un omaggio che in occasione della Settimana della Cultura e del trentennale del rapimento e dell’uccisione di Moro, la Provincia di Foggia e l‘Agenzia per la Cultura hanno voluto rendere sia alla memoria del grande statista, sia allo scrittore e giornalista Lupo, che da anni vive nella cittadina sveva, dopo essere stato per decenni a capo della redazione foggiana della Gazzetta del Mezzogiorno.
Nella sua opera, Anacleto Lupo offre una insolita ma affascinante lettura del calvario di Aldo Moro: nessun martire muore invano, quando il suo olocausto addita ai posteri la strada della speranza, e della fede. Gli ultimi 55 giorni di Moro sono raccontati da Lupo attraverso la lente della fede, che è anche il tratto essenziale delle sue più recenti opere letterarie, poetiche e teatrali.
In questo senso,il dramma si discosta sensibilmente dalle interpretazioni che teatro, cinema e letteratura hanno dato delle vicende che hanno portato alla morte di Moro. Le polemiche ed il mistero cedono il posto ad un racconto scandito da una dimensione più intima: Moro come uomo dalla fede profonda, che nella fede cerca, fino all’ultimo istante della sua vita, una difficile spiegazione, e che nel buio alla fine, scorge la luce.
Il dramma, apprezzato e calorosamente applaudito dal pubblico (presenti tra gli altri l’ex segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni, e il sindaco di Lucera, Vincenzo Morlacco) è stato messo in scena nell’adattamento e per la regia di Sergio De Sandro Salvati, interpreti gli attori della Compagnia La Medusa di Foggia (Gino Caiafa, nella parte di Moro, Rosa D’Onofrio e Vincenzo Cripezzi). Il pubblico ha particolarmente apprezzato l’approccio multimediale: la lettura scenica è stata accompagnata da inserti sonori e musicali, mentre sul fondale nero scorrevano le immagini dei servizi televisivi e degli articoli dell’epoca. Le canzoni, musicate da Michele Dell’Anno su testi di Lupo, sono state eseguite dallo stesso Dell’Anno (che si accompagnava con la fisarmonica) e da Giustina Ruggiero (vocalist), Marta Dell’Anno (viola), Rosario Nido (percussioni e tammorra), Nunzio Ferro (chitarra), Andrea Resce (contrabbasso).

giovedì 13 marzo 2008

Dopo le elezioni / Esiste una classe dirigente foggiana

La sconfitta politica del capoluogo non dovrebbe stupire più di tanto. Era annunciata da tanti, piccoli e grandi presagi. Per esempio dalla provenienza geografica dei responsabili provinciali dei due maggiori partiti. Il segretario del Pd, Paolo Campo, è di Manfredonia. Arriva invece da Monteleone di Puglia il coordinatore provinciale di Forza Italia, Carmelo Morra.

Non si è trattato nemmeno di un progetto studiato a tavolino. I Democratici di Sinistra, per esempio, erano assolutamente sinceri quando - dopo la conquista del Comune da parte di Orazio Ciliberti - sognavano una città capoluogo in grado di diventare "faro" e punto di riferimento del centrosinistra dell'intera provincia, e dell'intera Regione.

Le cose non sono andate nel verso sperato, perché poi ogni partito ha i suoi complessi equilibri da mantenere, in uno scacchiere di per sé geograficamente, culturalmente, politicamente complesso qual è il territorio provinciale. La vecchia Quercia doveva fare i conti con i potentati di Manfredonia, di Cerignola, di San Severo. Partiti più radicati nel capoluogo come la vecchia Margherita e Alleanza Nazionale, si sono trovati invece a fronteggiare i nuovi equilibri derivanti dal loro riposizionamento rispettivamente in seno al Pd ed al Pdl. La prima è stata letteralmente fagocitata dai veltroniani del Pd. La seconda ha pagato in modo particolarmente pesante lo scarso peso che possiede negli equilibri regionali di Alleanza Nazionale: ma collocare Antonio Pepe, candidato presidente della Provincia designato dal Pdl, in una posizione così infelice della lista, mettendone addirittura a rischio la riconferma, non è soltanto un atto irriguardoso, è miopia politica bell'e buona.


COME SI FORMA UNA CLASSE DIRIGENTE?

Tutte queste considerazioni non possono però far passare sotto silenzio un interrogativo di fondo, serissimo. Esiste una classe dirigente foggiana?

Per rispondere a questo interrogativo, occorrerebbe rispondere preventivamente ad un'altra questione: come si forma una classe dirigente?

Piaccia o no, proprio la crisi politica che sta vivendo il capoluogo, fa risaltare modelli virtuosi, come quello sipontino, di cui si sta discutendo in questi giorni. Nel volgere di pochi anni, Manfredonia ha messo in campo tutta una serie di dirigenti politici, a cominciare da Franco Mastroluca (che fu il primo segretario post-comunista), per proseguire con Michele Bordo (segretario provinciale e regionale della Quercia), Paolo Campo (primo segretario provinciale del Pd), Gaetano Prencipe (ultimo segretario provinciale della Margherita). È appena il caso di rilevare che tutti questi uomini di partito hanno anche collezionato un bel po' di incarichi politici: sono stati o sono parlamentari, sindaci, e che al lotto vanno aggiunti anche il deputato forzista Antonio Leone, l'ex presidente del Parco Nazionale del Gargano, Giandiego Gatta, alleantino,  i consiglieri regionali democratici, Angelo Riccardi e Franco Ognissanti, l'assessore provinciale Antonio Angelillis.

Il nucleo centrale di questo autentico fenomeno è rappresentato dall'asse che sul finire degli anni Ottanta si saldò tra Mastroluca, e gli allora giovanissimi Campo, Bordo e Riccardi. Un asse così potente da risultare decisivo perfino in alcuni assetti nazionali della Quercia. Fu Manfredonia a decretare la rapida ascesa (e l'altrettanto rapida eclisse) di Pietro Folena, ritenuto fino a quella vicenda come il numero due del partito, dopo D'Alema.

Questo nucleo si saldò attorno ad un progetto forte di governo e di sviluppo della città. Non è affatto una coincidenza che "attorno" e "contro" questo progetto si siano poi costituiti altri nuclei (Leone, Gatta, Ognissanti) che hanno portato il personale politico espresso dalla città a primeggiare nei rispettivi partiti. Crediamo non sia successo in nessun'altra parte d'Italia che una città di provincia sia riuscita ad esprimere in vent'anni tre segretario provinciale del partito post-comunista.

Cos'è invece mancato, a Foggia? Forse quel "progetto forte", ed assieme il personale politica in grado di interpretarlo e di portarlo avanti con coerenza, perché un progetto, da solo, non basta.


I TENTATIVI FRUSTRATI DI PELLEGRINO E DI MUNDI

Ci aveva provato qualche anno fa, senza successo, Antonio Pellegrino, e come sono andate le cose lo sapete. L'ex presidente della Provincia aveva il progetto forte, le idee giuste, ma non la "squadra" in grado di sorreggerlo, di interpretarlo, ed il cattivo rapporto che deteneva con i partiti del centrosinistra fece il resto.

Avrebbe potuto svolgere una funzione importante Ciro Mundi, la cui capacità di polarizzare consensi e voti anche in contesti difficili ricorda un po' le performance elettorali dei "manfredoniani". Mundi aveva anche un alto progetto di città, ma anche al giovane primario foggiano ha fatto difetto la squadra, così com'era successo già a Pellegrino.

Per la verità Mundi una sua squadra ce l'aveva, ed era il partito, quella Quercia di cui era stato il maggior suffragato.

I lettori conoscono come queste storie si sono concluse: Pellegrino non è riuscito a centrare il suo sogno, di diventare sindaco di Foggia. Mundi di Foggia è diventato vicesindaco, ed ha provato a far sedimentare attorno alla sua idea di un nuovo piano urbanistico generale, un progetto "forte" di città. È caduto però in disgrazia all'interno del suo stesso partito, ed è stato "defenestrato" da vicesindaco.

Forse, proprio in vicende come quelle di Pellegrino e di Mundi sta la chiave per rispondere all'interrogativo di cui sopra. Esiste una classe dirigente foggiana? Poteva esistere, se si fossero saldati progetti di sicuro fascino con una "squadra" forte e determinata, così com'è successo a Manfredonia.

Non è un caso che chi ha osato di più, ha pagato un prezzo personale e politico elevato. A Foggia si preferisce galleggiare, più che navigare a vele spiegate. Ecco perché non c'è una classe dirigente foggiana. Ecco perché il capoluogo dauno è costretto ad annaspare.

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