lunedì 11 ottobre 2010

Authority agroalimentare, diga di Piano dei Limiti, aeroporto: ecco come il Governo schiaffeggia Foggia

L’agenzia nazionale per la sicurezza alimentare non è un fiore all’occhiello. Nè tantomeno un ente inutile, come si ostinano a ritenere i Ministri della Salute e delle Politiche Agricole del Governo in carica. È un preciso adempimento che discende da una direttiva comunitaria, la cui inosservanza sta esponendo l’Italia ad una stridente contraddizione: è il Paese che ospita la sede europea della sicurezza alimentare (l’Efsa) ma non ha una interfaccia nazionale, così come viene espressamente previsto dalle direttive comunitarie in materia.
Ma l’authority per la sicurezza alimentare non è soltanto questo. È un serio, serissimo banco di prova della vision meridionalistica del Governo, della reale volontà (sulla quale ci permettiamo di esprimere qualche perplessità, vista l’egemonia esercitata dalla Lega Nord di Bossi) del governo di affrontare in modo serio il problema del divario tra il Nord e il Sud e quella questione meridionale che, oggi come ieri, è una questione nazionale che sembra tuttavia essere stata rimossa dall’agenda politica.
Per Foggia e per la Capitanata si tratta – ma forse sarebbe meglio dire si trattava – della concreta possibilità di esercitare un ruolo nazionale in un settore come quello agro-alimentare nevralgico per l’economia provinciale, pugliese e meridionale. Avere visibilità, contare qualcosa di più sui tavoli nazionali e comunitari, implementare sul territorio una risorsa in grado di dare risposte concrete alle insidie che la globalizzazione sta portando alla sicurezza alimentare, danneggiando pesantemente l’agricoltura più attenta alla correttezza delle filiere, alla qualità, alla tracciabilità, alla genuinità.
Sulla questione dell’authority, la classe dirigente provinciale ha mantenuto sempre una certa, apprezzabile unità, che dovrebbe però diventare un metodo sistematico per affrontare le gravissime questioni che incombono sul futuro della città capoluogo e della sua provincia, a cominciare dalla gravissima crisi finanziaria che si è abbattuta sull’amministrazione comunale foggiana, che viene percepita fino ad oggi più come un ring sul quale fare a botte rinfacciandosi responsabilità, che non per quella che essa effettivamente è: una mina vagante che minaccia di bloccare per anni la capacità d’investimento non soltanto del Comune, ma delle stesse imprese del territorio, con le conseguenze di carattere produttivo e occupazionale che è facile immaginare.

martedì 28 settembre 2010

Il Foggia, Zeman, il senso del pallone


Puoi quasi toccarlo con mano, respirarlo, quel qualcosa di diverso. E’ cominciato domenica sera, e si protrae fino a lunedì, esorcizzando lo spleen da inizio settimana. La Foggia rossonera sorride, ed anche quella che non ha mai condiviso il motto che qui ci si nutre di pane e pallone, sotto sotto partecipa alla gioia collettiva, che potrebbe diventare da una domenica all’altra entusiasmo. Per il momento è soltanto il Foggia di Zeman. Domani potrebbe diventare Zemanlandia bis o ter, fate un po’ voi. Due vittorie di fila in trasferta non si vedevano da anni. Le speranze immediatamente suscitate dalla notizia del gran ritorno al vertice del Foggia di Casillo, Zeman e Pavone non sono state frustrate, ed è già tanto, per una città (prendete un po’ la storiaccia dell’agenzia nazionale per la sicurezza alimentare) purtroppo adusa a sperare un giorno e a disperare il giorno dopo.
Foggia ritrova il sorriso, e grazie al tanto vituperato pallone. Nella città dove chiudono librerie, sale cinematografiche, aziende municipalizzate, e dove tra buche e cassonetti ricolmi d’immondizia respiri degrado ad ogni passo, il calcio torna a regalare serenità, speranza, sogno. E domenica prossima i Satanelli tornano finalmente allo Zaccheria, dopo esserne stati fino ad oggi esiliati a causa del disastro del concerto di Ramazzotti.

venerdì 27 agosto 2010

Il Falso Movimento ha chiuso, adesso si pensa al futuro


Irremovibili la curia e il parroco. Adesso si pensa al futuro. Il racconto dell'ultime ore dello storico cinema d'essai cittadino. Perché la vertenza è stata un'occasione perduta dalla città. Quel che riserva il futuro: Mauro Palma riapre, ma all'Università.
Non c'è nulla di epocale nell'ultimo atto del Falso Movimento. Il rito della restituzione delle chiavi al "legittimo proprietario dei locali", il parroco della Cattedrale, si consuma in fretta. Perfino prosaicamente. Il prelato si cimenta soltanto in un rapido controllo per verificare il buon funzionamento degli scarichi dei bagni, e poi la parrocchia torna in possesso dei locali che per mezzo secolo e passa erano stati concessi in fitto alla famiglia Palma: all'inizio c'era stato l'indimenticabile Giustino, con la Sala Farina, quindi, dal 1978, suo figlio Mauro, con il Falso Movimento.
Trentadue anni di storia della vita culturale cittadina si chiudono così, in silenzio, senza i riflettori di quei mass media che pure alla vertenza dello storico cinema d'essai cittadino avevano riservato parecchia attenzione. Così si consuma una sconfitta collettiva. Il destino, o più precisamente la sentenza pronunciata dal tribunale di Foggia  che ha sancito la conclusione del rapporto contrattuale che legava Mauro e la parrocchia, ha fatto il suo corso. Rien va plus.

venerdì 20 agosto 2010

Dai Monti Dauni un nuovo modello di sviluppo per la Capitanata


In questa estate aridissima (e non soltanto per le scarsissime piogge e per l’impressionante calura) qualche apprezzabile “ventata” di cultura è giunta dall’Appennino, i cui comuni hanno proposto manifestazioni di notevole respiro e spessore culturale.
Per certuni posti, non si tratta certamente di una novità. Ascoli Satriano, che ha ospitato il tanto atteso ritorno dei grifoni policromi di marmo trafugati qualche decennio fa, è da tempo la capitale archeologica della Puglia Settentrionale, così come Orsara di Puglia è da tempo la capitale pugliese della musica jazz, ed anche quest’anno, consolidando una tradizione che sta diventando sempre più radicata, ha ospitato una edizione di Orsara Musica ricca di appuntamenti e di proposte originali.
Altri comuni però premono, si affacciano orgogliosamente alla ribalta regionale e meridionale, segnalandosi per l’originalità del loro cartellone culturale. È il caso di Accadia, che assieme alle giornate dedicate al blues e ad Appennino Art’infest, avvia quest’anno un interessante programma biennale dedicato al mito della “grande madre”, partendo dalla rivalutazione di una misteriosa scultura ospitata nel palazzo comunale. È il caso di Pietramontecorvino che sperimenta nuovi linguaggi, accoppiando quest’anno a Terravecchia in Folk l’inaugurazione del museo multimediale del Castello Ducale, dedicato a quel patrimonio straordinario della cultura immateriale di queste colline rappresentato dagli “sciambule”, una sorta di stornelli ma dal notevole spessore poetico, che venivano cantati dalle donne, sull’altalena, in occasione delle feste di Carnevale, la cui valenza è stata riscoperta da un bel libro di Raffaele Iannantuono, presentato ieri sera, a conclusione di Terravecchia in Folk.

mercoledì 21 luglio 2010

Capitanata, ombelico del Mezzogiorno


Il rapporto Svimez 2010 è uno specchio dello sviluppo mancato. Il grido d'allarme di Novacco: resterà inascoltato anche quest'anno?
La Capitanata, ombelico del Mezzogiorno. E non è una tesi dettata dal campanile. Provincia di frontiera, avamposto del Sud Est verso il centro e il nord del Paese. Ma anche territorio esemplare delle potenzialità ed assieme dei limiti dello sviluppo, o se preferite del mancato sviluppo, del Mezzogiorno d'Italia. Capitanata ensemble di quel che il Mezzogiorno è, di quel che poteva essere, di quel che potrebbe essere.
È per questa ragione che la presentazione dell'annuale rapporto della Svimez, per la nostra terra, rappresenta da sempre una sorta di specchio. Peccato che da anni questo appuntamento non evochi più, come accadeva un tempo (quando, soprattutto grazie alla Fiera di Foggia eravamo anche crocevia di un certo dibattito meridionalistica) riflessioni, confronti. È tramontato il meridionalismo, e con esso forse lo stesso Sud.
Ma di riflessioni ne evoca, eccome, il Rapporto 2010 sull'economia del Mezzogiorno. Lo scorso anno la presentazione del documento suscitò un dibattito appassionato e perfino di un certo spessore politico. Si disse che così non si poteva andare più avanti. Che il Mezzogiorno andava recuperato allo sviluppo del Paese, che andavano definitivamente rimosse le ragioni del divario. Si parlò da parte del Governo di misure straordinarie. Si prospettò la possibilità di una Banca per il Sud che avrebbe dovuto ripetere, in un certo senso, l'esperienza della mai troppo rimpianta Cassa del Mezzogiorno.

Pronto soccorso Foggia / Benvenuti all'inferno

Che succede se ti fai male di venerdì sera a Foggia, tagliandoti un dito nel maldestro tentativo di afferrare la bottiglia che cade dal freezer, e quella ti si rompe in mano? Ahimè, non c’è che una scelta, andare  al pronto soccorso degli ospedali riuniti.
Forse ci sarebbe anche la possibilità anche della guardia medica, ma coll’indice sinistro che sta lì a sanguinare non è proprio il caso di andare per tentativi (in realtà avrei accertato successivamente che la guardia medica, anzi “servizio di continuità assistenziale”, come si chiama adesso, non effettua questo tipo di assistenza).
Ed allora eccomi al pronto soccorso dei Riuniti, a vivere un’avventura che vale la pena di essere raccontata, meglio se tre giorni dopo, sbollita la rabbia e lo sconcerto.
Cominciamo da una considerazione banale, ma non tanto, come capirete appresso: se uno va al pronto soccorso avendone necessità, si aspetta di trovare esattamente quello che dice li nome: “pronto soccorso”. Ma nel pianeta sanità di questa terra, niente è come appare, ed anche i nomi sono bugiardi. Che le liste d’attesa siano uno dei peggiori aspetti della sanità pugliese e meridionale è dato risaputo, ma ci si aspetterebbe che, almeno al pronto soccorso non sia così, che si possa essere curati e medicati in un lasso di tempo ragionevolmente breve.
Ma invece non funziona così, almeno, non a Foggia.

LA STORIA DI UN INCUBO
Ci arrivo più o meno alle 21, mi presento alla reception e per la verità il tempo d”attesa per essere visitato dall’infermiere di turno non è esagerato, qualche minuto. Mi sento rincuorato: già una volta mi è successo di andare al pronto soccorso, e non finì bene. Mi ero slogato il gomito, mi faceva molto male e mi presentai al pronto soccorso una domenica mattina, aspettando invano per circa un’oretta che qualcuno si facesse vivo alla reception: nulla da fare.
Dolorante, tornai a casa, rinviando la richiesta di cura e di accertamenti al giorno successivo, al medico curante.
Questa volta, invece le cose sembrano procedere meglio: l’infermiere dà uno sguardo alla ferita, mi suggerisce come ridurre l’uscita del sangue, e mi accompagna alla sala d’attesa, dopo avermi assegnato il codice che regola come un deus ex machina i tempi e l’organizzazione dei pronto soccorso. È il metodo del triage (usato non solo a Foggia, ma un po’ da tutte le parti), termine francese che significa “cernita, smistamento”: in pratica l’accesso alle cure non avviene sulla base dell’ordine di arrivo, ma secondo la gravità delle condizioni del paziente. In linea teorica è giustissimo: va curato prima chi sta peggio. Ma se non ci sono medici, infermieri, posti letto, chi sta malocchio deve aspettare tempi biblici, ed è assai meno giusto.
Torniamo al triage. I codici sono in tutto quattro; il Codice Bianco indica che non c’è alcuna urgenza: il paziente non necessita del pronto soccorso e potrebbe rivolgersi al proprio medico (già, ma se è venerdì sera, e gli ambulatori resteranno chiusi fino al lunedì successivo, come si fa?). Il Codice Verde indica un’urgenza minore: il paziente riporta delle lesioni che non interessano le funzioni vitali ma vanno curate (ci mancherebbe altro…). Il Codice Giallo denota il primo livello di vera e propria urgenza: il paziente presenta una compromissione parziale delle funzioni dell’apparato circolatorio o respiratorio, ma non c’è un immediato pericolo di vita.
Il Codice Rosso segnala infine la situazione di maggiore urgenza, anzi di emergenza:  indica un soggetto con almeno una delle funzioni vitali (coscienza, respirazione, battito cardiaco, stato di shock) compromessa e un immediato pericolo di vita.
Il buon infermiere mi attribuisce un “codice verde”. Ineccepibile: il taglio è superficiale, anche se piuttosto largo, la  ferita continua però a perdere sangue; il verde è giusto, perché è una lesione che – come recita il protocollo del triage – non interessa le funzioni vitali, e meno male. Giungiamo in sala d’aspetto, e qui la prima sgradita sorpresa: c’è una fila interminabile, che si ingrossa notevolmente nell’ora successiva.
Fino alle 22 e passa, è tutto fermo:  non viene chiamato neanche uno dei “pazienti” (sarà anche per questo che si chiamano così? in coda). C’è un codice rosso in atto. Poco prima il conducente di un mezzo dell’Ataf ha investito due giovani mentre attraversavano via IV novembre. Il ragazzo (codice giallo o verde come me?) è là che aspetta il turno per essere visitato e presumibilmente sottoposto ad esame radiologico. Ma alla ragazza che attraversava insieme a lui è andata decisamente peggio: è codice rosso, in gravissime condizioni (qualche ora dopo sarà trasferita in rianimazione e operata d’urgenza).

CODICE ROSSO IN ATTO, LA CODA SI ALLUNGA
Il contatto con la sofferenza altrui è un’occasione sempre importante: anche se il dito continua a sanguinare, ti rendi conto che c’è chi sta peggio di te. Come il ragazzone bulgaro entrato appena prima di me: si è tagliato la mano in più punti, dopo essere scivolato su un vetro nel bagno. E poi ci sono i bambini: è incredibile quanti piccoli affollino il pronto soccorso: uno è quasi neonato, figlio di una giovane donna nomade. Di lì a poco entra una signora foggiana il cui bambino è caduto rovinosamente dalla bicicletta dopo che il piede è finito tra i raggi della ruota: la mamma teme che il figliolo possa aver battuto la testa. Codice verde anche per lei.
I bambini e le loro mamme vengono fatti aspettare nella stessa sala d’aspetto degli adulti: c’è chi grida, chi si lamenta. Che ricordo ne conserveranno? Quello di una sanità amichevole, a misura di uomo, o piuttosto di un incubo?
Nella sala d’attesa riservata ai pazienti (dovrebbe essere quella riservata ai codici gialli, ma veniamo raggruppati tutti là…), ricavata alla bell’e meglio da quello che era una volta l’atrio del nosocomio c’è un caldo irrespirabile. Non c’è l’aria condizionata che invece, bizzarramente, funziona fin troppo nella sala d’aspetto (ben arredata e con tanto di televisore per ingannare il tempo) riservata ai familiari dei pazienti. I pazienti scoppiano dal caldo, i loro familiari si congelano per il freddo, ma se non altro possono guardare la tele.
Finalmente, alle 22 passate, i medici cominciano a chiamare i pazienti in paziente attesa… Si comincia dai codici gialli. A fare la fila ci sono anche anziani in attesa del ricovero: perché mai, in un pronto soccorso che si trova costantemente sotto organico, si debba far svolgere ad un reparto così di frontiera anche una funzione del tutto burocratica qual è quella dell’accettazione, è un mistero che non riuscirò mai a comprendere.

POCHI MEDICI, MA SOTTOPOSTI AD ADEMPIMENTI BUROCRATICI
Ad aspettare il loro turno ci sono persone anziane, che se hanno necessità di ricovero evidentemente non stanno bene: perché costringerle a fare la fila, quando in fondo si tratta soltanto di compilare una carta?
La fila si muove, ma lentissimamente. Il ragazzo bulgaro è in pena per la sua ragazza, che non sa nulla dell’incidente capitato al moroso. Decide di andarsene: cerco di dissuaderlo, ignaro del fatto che dopo un po’ l’avrei imitato.
Il problema è che il numero dei pazienti che vengono curati e poi dimessi (o ricoverati) è inferiore a quello di quanti nel frattempo arrivano. C’è una coloratissima comitiva di nomadi, poi un signore di mezza età che accompagna l’anziana madre. Ed ancora una donna con suo padre, un anziano signore che sta male e si capisce anche assai poco a suo agio: “Portami a morire a casa”, dirà alla figlia.
Improvvisa esplode la protesta. Gli infermieri fanno presente che si tratta di una serata particolare (intanto i loro colleghii del 118 scaricano altre urgenze) e che i medici in servizio sono soltanto tre.
Ecco la chiave di volta. È possibile che in un ospedale che serve un bacino di utenza di oltre 200.000 abitanti a presidiare il pronto soccorso in una notte di fine settimana siano soltanto tre medici?
Il pensiero corre ai tanti medici che in quel momento sono di turno nei loro reparti, chi impegnato, chi meno. Reparti tranquilli, mentre quaggiù è l’inferno. Un inferno che è la cifra visibile di una sanità che si è forse eccessivamente burocratizzata e tecnicizzata. La sanità deve servire a far stare meglio, e non solo a dettare norme di cernita e di smistamento. Un dito che sanguina è un dito che sanguina: andrebbe curato comunque nel più breve tempo possibile. Se no è una sconfitta.

TRE MEDICI PER DUECENTOMILA ABITANTI
Arriva un’anziana signora, viene accomodata alla meglio sulla sedia. È quasi incosciente, sonnolenta, il caldo non l’aiuta: la figlia invoca gli infermieri per procurarle una barella. Sembra non ce ne siano, poi prodigiosamente ne viene reperita una, e la donna viene fatta distendere.
I più gentili, i più prodighi nel dispensare consigli ma anche nell’illustrare la filosofia del triage, sono le guardie giurate. Ad una signora che alza la voce, uno dei due vigilantes in servizio spiega che qualche mese fa si è fatta male sua nipote, ed ha dovuto attendere tre ore il suo turno. L’altro invece stigmatizza i casi (pare numerosi) di quanti si rivolgono al pronto soccorso per un nonnulla: per un’unghia incarnita o perfino per farsi sfilare la fede nuziale, troppo stretta.
Che si ricorra al pronto soccorso anche quando non è il caso, è un fenomeno diffuso e deprecabile, ma non si deve dimenticare che la struttura svolge anche funzioni di natura  legale. Per esempio serve a certificare, per mano di un medico pubblico, le condizioni di salute, come nel caso di una giovane donna, dipendente di un noto esercizio cittadina, in preda ad una crisi di nervi dopo essere stata verbalmente aggredita ed offesa dal suo datore di lavoro.
È anche la concentrazione di tante, troppe funzioni su un solo presidio, afflitto da vistose carenze di organico e da problemi logistici, a  trasformare quello che dovrebbe essere il biglietto da visita dell’ospedale di Foggia in un autentico inferno.
È quasi mezzanotte quando, finalmente, il ragazzo finito sotto la circolare dell’Ataf viene sottoposto ad esame radiologico. Sono trascorse tre ore buone dall’incidente, e nessuno che l’abbia rincuorato. Al di là dei possibili danni fisici, è in evidente stato di shock.  Intanto, il mio dito continua a perdere sangue, il mio umore peggiora, e sale la rabbia.
A rileggere quanto scrive la carta dei servizi dell’Asl sulla “offerta” del Pronto soccorso (anzi “struttura complessa di Medicina e Chirurgia di Accettazione e d’Urgenza”, perché un’altra peculiarità della moderna medicina è quella di non chiamare mai le cose con il nome con cui vengono intese dai cittadini utenti) c’è di che sorridere. Amaramente.

COSA DICE LA CARTA DEI SERVIZI DELL’AZIENDA
“La fase di accettazione si basa sul servizio di Front Office e Triage infermieristico: all’ingresso ogni utente viene accolto in una postazione di accoglienza socio-relazionale da una equipe d’infermieri e personale appartenente alle Associazioni di Volontariato Croce Rossa Italiana e AVO.” Chiacchiere. Niente di tutto questo. Nessuna critica, nessun rilievo alla professionalità dei medici, degli infermieri, dei volontari: resta il fatto che sono troppo pochi di fronte ad un’utenza troppo vasta. L’accoglienza socio-relazionale viene di fatto svolta dalle guardie giurate, ed è proprio ad una di loro che mi rivolgo per capire, almeno, quando verrà il mio turno.
Sono stanco, incazzato. Chiedo lumi sul mio turno al buon vigilante, che guarda l’asciugamano ormai zuppo di sangue che mi fascia la mano e cerca tra i codici gialli. Faccio presente di essere soltanto verde, ed ecco la risposta. Devo aspettare ancora cinque codici verdi. A conti fatti, visti i diversi codici gialli in lista d’attesa, significano altre ore.
Perdo le staffe e mi metto a gridare (sbagliando) ma decido (non sbagliando) che neanche questa volta riuscirò ad avvalermi delle prestazioni del pronto soccorso dell’ospedale di Foggia. Me ne vado, sbattendo la porta (sbagliando perché comunque me la prendo con persone che stanno facendo il loro dovere e il loro lavoro).
Mi viene, però,  l’idea (brillante) di cercar miglior fortuna al pronto soccorso di Lucera.
È ormai l’una quando vi arrivo. Vi regnano una calma ed una tranquillità quasi idilliache. Busso e mi apre un infermiere, sorridente e rassicurante. Gli racconto la storia, gli dico la verità: sono scappato dall’inferno del pronto soccorso dei Riuniti di Foggia. Lui sorride, e mi dice che mi citeranno, però c’è da aspettare anche lì.
In realtà, il tempo di attesa è di soli cinque minuti. Quando mi fa stendere sul lettino della medicheria, mi racconta di essere da poco rientrato dal pronto soccorso degli ospedali riuniti di Foggia, dove aveva accompagnato un paziente: “È stata una pessima serata lì a Foggia, hanno avuto molte urgenze, ho dovuto aspettare anche io”. Nel frattempo il dito ha smesso di sanguinare, ma non è cosa buona perché, come mi comunica questa specie di angelo vestito da infermiere adesso sarà necessario riaprire la ferita per disinfettarla meglio. Il medico che si occupa della ferita è professionale, gentile. Il tutto si risolve in una decina di minuti. Mi applica quattro punti di sutura, anticipandomi che la piccola operazione sarà un po’ dolorosa, perché le dita sono particolarmente sensibili: non a caso sono gli organi tattili per eccellenza. Nel suggerirmi di praticare, il giorno dopo, una iniezione antitetanica, si scusa perché mi consegna il referto scritto a mano. Non funziona il computer.
All’uscita, la notte lucerina è fresca. Adesso l’inferno soltanto un ricordo.
Geppe Inserra

giovedì 15 luglio 2010

Capitanata bocciata anche dagli immigrati, che preferiscono andarsene

Non è una notizia di quelle da prendere sottogamba la posizione da quasi fanalino di coda rimediata dalla provincia di Foggia nella classifica del  gradimento da parte degli immigrati extracomunitari. Peggio di noi, secondo la graduatoria compilata dal Cnel, fanno soltanto le province di Nuoro ed Oristano. La Capitanata è al 101° posto, le due province sarde, rispettivamente, al 102° e al 103°.
Per la verità, non c’era da attendersi un piazzamento migliore, vista la pessima fama di cui godiamo per quanto riguarda l’accoglienza agli immigrati, più spesso sfruttati, se non proprio schiavizzati, che non organicamente integrati.
La classifica aveva per oggetto gli indici di integrazione, compilati dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro sulla base della risposta fornita dagli immigrati interpellati ad una semplice domanda: “dove si vive meglio in Italia?” Al primo posto si è classificata Parma, seguita subito dopo da Reggio Emilia.
Due riflessioni. La prima è che la graduatoria della vivibilità delle Province dal punto di vista degli extracomunitari ricalca sostanzialmente il punto di vista (e gli indicatori socio-economici) che producono la classifica della qualità della vita tout court. Come a dire che, se in un certo posto vivono bene e si trovano a loro agio gli indici, altrettanto succede ai forestieri, e viceversa. E l’amara conclusione del ragionamento è che in Capitanata stanno male tutti: chi ci è nato, e chi vi è approdato in cerca di lavoro o di fortuna.
La seconda riflessione è di natura politica, e dice che la capacità di integrazione espressa da un territorio e dalla sua comunità civile prescindono dal colore politico della maggioranza che il territorio governa. A Parma governano il Pdl e la Lega Nord, eppure il livello di accoglienza espresso dal territorio è alto. In Puglia e a Foggia governa il centrosinistra, ma la provincia e la regione sono agli ultimi posti (la Puglia è penultima)  per la loro capacità di integrazione, nonostante le numerose iniziative messe in campo per l’accoglienza.
Ed è proprio la politica ad essere chiamata in causa da questi dati che segnano, per la Capitanata e per la Puglia, un’amara sconfitta, l’ennesima amara sconfitta. Sarebbe interessante chiedere agli intervistati se si trovano meglio in provincia di Foggia o nei loro paesi d’origine: chissà che risponderebbero.
A rendere ancora più amaro il retrogusto lasciato dalla indagine del Cnel c’è il fatto che la politica e la società civile (non soltanto le istituzioni locali, ma anche il sindacato, il mondo dell’associazionismo) hanno tentato di voltar pagina, senza riuscirci. La manifestazione nazionale unitaria dei sindacati di qualche anno fa, gli alberghi diffusi varati dalla Regione come antidoto al caporalato ed allo schiavismo, sembrano essere passati del tutto invano. Non hanno inciso, non hanno prodotto l’atteso cambiamento, e forse non potevano farlo.
Da quest’ennesimo scacco patito dalla nostra terra dobbiamo pur ricavare una morale. E la morale è che dovremmo imparare, una volta per tutte, che il cambiamento non s’innesca con i colpi di teatro, con le conferenze stampa, con gli annunci. Non esiste alcuna bacchetta magica in grado di sprigionare cambiamento con un sortilegio. Modificare lo status quo ha bisogno di tempi lunghi e di piccoli passi. Ha bisogno di strategie corali e condivise, e soprattutto di un humus in grado di ottimizzare le piccole e grandi iniziative che vengono implementate nel territorio al fine di migliorarlo, di renderlo più vivibile.
Un parametro essenziale per discernere la vivibilità offerta da un dato territorio è dato dalla qualità dei suoi servizi. La scarsa qualità dei servizi messi in campo dalla nostra terra ci sembra l’elemento aggregante che connette la pessima performance che essa esprime sia in riferimento alla qualità della vita tout court, sia in riferimento alla capacità di accoglienza e di integrazione.
La diverse iniziative promosse all’indomani della tempesta suscitata dalla inchieste dell’Espresso sul cosiddetto “triangolo della schiavitù” non hanno sortito l’effetto sperato perché hanno dovuto fare i conti con l’humus – rarefatto ed impreparato – del territorio. Si possono anche creare alberghi diffusi, ma se poi l’offerta non viene coordinata con la disponibilità di collegamenti pubblici, se le strutture vengono mal gestite oppure i destinatari  non ne conoscono l’esistenza, il servizio non decolla, la bilancia tra costi e benefici volge soltanto a vantaggio dei primi, la qualità della vita sprofonda.

domenica 20 giugno 2010

Viaggi della speranza con destinazione Foggia


Ci sono viaggi della speranza che non vanno dal sud al nord, ma in direzione inversa, dal nord al sud. Destinazione Puglia, Foggia, Centro di Medicina Sociale. Un presidio storico nella lotta ai disagi di ogni genere e grado. Mariano Loiacono, psichiatra di Troia che lo ha fondato e che da 34 anni lo dirige, ne ha viste passare proprio tante dai corridoio dell’ex ospedale di via Arpi. Cominciò con l’assistenza ai tossicodipendenti, quando era ancora l’alba dell’intervento pubblico nel settore. Successivamente è passato alla piaga sociale e sanitaria probabilmente più diffusa ancorché rimossa, l’alcolismo. La didascalia che nella targa del Centro illustra i servizi oggi offerti è quanto mai indicativa: alcoldipendenza, farmacodipendenza e “disagio diffuso”.

L’analisi e la messa in campo di terapie, antidoti al “disagio diffuso” rappresentano il tratto fondante del pensiero di Mariano Loiacono che non è soltanto uno psichiatra. Anzi, a volerla dire tutta, è un’antipsichiatra. Nelle sue cure non fa ricorso ai tradizionali metodi farmacologici, ma utilizza quello che lui stesso ha definito “metodo alla salute”, che mira a ricostruire i processi di maturazione dell’individuo, interrotti con l’insorgenza del disagio.

IL DISAGIO, UN PROBLEMA DI DISMATURITÀ

Secondo Loiacono, il disagio nasce proprio con l’interruzione del normale processo di maturazione. Questo processo avveniva naturalmente nella civiltà contadina, ma è diventato assai più difficile nella società moderna e postmoderna a causa dell’elevato grado di complessità. Il disagio è, insomma, un sintomo di quella che il direttore del Centro di Medicina Sociale, definisce “dismaturità”. La difficoltà di maturazione o il fenomeno della dismaturità, non riguardano più soltanto gli individui, ma tutta la società, addirittura la specie umana. Di qui l’inadeguatezza della psichiatria convenzionale e dell’approccio chimico e farmacologico, e la rivisitazione dell’idea stessa di malattia mentale o di dipendenza, che è la manifestazione di del disagio diffuso, di qui la pratica di metodi naturali, fondati sul dialogo, sulla sperimentazione di modelli di vita comunitaria.

Una concezione molto ardita, che ha fatto e fa discutere ma che sta attirando l’attenzione della comunità scientifica nazionale ed internazionale. È curioso che mentre il resto del territorio provinciale sta vivendo un delicato momento per quanto riguarda l’organizzazione dei servizi di igiene mentale, a Foggia si voli così in alto. L’ultimo e forse più significativo riconoscimento alla qualità dell’approccio terapeutico utilizzato da Loiacono è giunto da un neurologo di fama internazionale come Fred Baughman che è venuto in Italia espressamente per approfondire sul campo il “metodo alla salute”, che ha giudicato una esperienza unica a livello internazionale, apprezzandone la originalità metodologica e il non utilizzo di psicofarmaci.

Purtroppo, però,  la storia personale di Loiacono e del suo Centro sono un’amara conferma dell’antico detto che vuole che nessuno sia profeta in patria. Le iniziative del Centro sono scarsamente sostenute dall’azienda ospedaliero-universitaria (la struttura dipende infatti dall’azienda, in quanto servizio del Dipartimento di Neuroscienze degli Ospedali Riuniti di Foggia, diretto dal dr.Ciro Mundi) e ancora meno dalle istituzioni locali, con la sola eccezione del Comune di Traoia che ha recentemente messo a disposizione della Fondazione “Nuova Specie” costituita da Loiacono un terreno su cui sorgerà il “villaggio quadridimensionale”, e che darà modo di praticare il metodo alla salute anche all’esterno dell’azienda.

NESSUNO È PROFETA IN PATRIA

Ed è proprio di questa svolta che parliamo con Loiacono. Come mai sei giunto alla decisione di promuovere la Fondazione “Alla salute”?

“Devo dire prima di tutto che si tratta di una scelta che non ho fatto da solo, fortemente condivisa da moltissimi di quanti in questi anni sono venuti a contatto con il Centro, con il metodo alla salute, con il nostro approccio. Ravvisata l’assenza totale di sostegni pubblici, questi volontari hanno deciso di promuovere una raccolta di fondi finalizzata alla costruzione del “villaggio quadridimensionale”. Il Comune di Troia ci è venuto incontro mettendo a disposizione in comodato gratuito il suolo su cui sorgerà il villaggio, nell’area Pip di Troia. La costituzione della Fondazione è dunque funzionale alla raccolta dei fondi necessari a coronare questo nostro sogno, che si occuperà di assistenza a quanti soffrono di disagi ma non solo. L’analisi del disagio diffuso è soltanto un aspetto della nostra ricerca, che riguarda anche altri aspetti della complessità, della difficoltà di maturazione, come per esempio la ricerca dei meme, ovvero di questi trasmettitori culturali che nella civiltà contadina garantivano un corretto processo di maturazione individuale e collettivo.”

Come giudichi la risposta del territorio alle sfide che hai portato avanti in questi anni?

“Buona, se per territorio intendiamo le persone che in un modo o nell’altro hanno avuto modo di conoscere il Centro, di venire a contatto con il nostro metodo, la nostra ricerca, la nostra prassi. Molto meno buona se ci riferiamo alla politica, alle istituzioni locali. Abbiamo organizzato il recente convegno che ha registrato la presenza del prof.Fred Baughman senza un euro di sostegno da parte della Regione e delle istituzioni locali. Sono profondamente amareggiato, e non  perché questa “avarizia” delle istituzioni rivela lo scarso interesse verso quello che facciamo e verso il drammatico problema del disagio. Eppure la nascita della Fondazione, i sostegni che stanno giungendo da tante parti d’Italia sono la più eloquente testimonianza che il metodo funziona. Sono sorti gruppi alla salute in Lombardia, nel Veneto, in Emilia Romagna, in Abruzzo, nelle Marche, ma al Centro di Medicina Sociale siamo ormai costretto a mandare le persone indietro per mancanza di personale.”

IL SOGNO DEL VILLAGGIO QUADRIMENSIONALE

Persone che giungono da tutta Italia: un viaggio della speranza una volta tanto alla rovescia. Ma come mai, secondo te, il metodo sta suscitando tanto interesse?

“Il disagio psichico cresce in modo esponenziale, mentre l’approccio psichiatrico tradizionale segna il passo, e sempre più spesso porta alla cronicizzazione di quanti hanno situazioni di disagio. Dopo sei o sette anni di psicofarmaci, c’è il forte rischio che il disagiato diventi un paziente cronico. Io non ce l’ho contro gli psicofarmaci, non faccio crociate contro la vendita di psicofarmaci, mi limito a dire che un’alternativa è possibile, e  la metto in pratica. In realtà sono pochi quelli che come il prof. Baughman vengono di persona a verificare, a toccare con mano. Sono pochi gli scienziati, i medici, gli psichiatri, ma non certo quelli che hanno problemi che se trovano un’alternativa vi si tuffano, ecco perché il metodo alla salute suscita interesse.”

Tu hai cominciato a teorizzare il disagio diffuso nel 1989 a Bologna, collaborando con il Dipartimento di Sociologia dell’ateneo felsineo, pensi che ci vi sia oggi una maggiore percezione dei problemi che sollevavi?

“Purtroppo no. Si affronta il disagio sempre nell’ottica di disagi, settorializzando i sintomi, il che non ha più senso. Vedo colleghi che formulano una doppia diagnosi, che so io, “alcoldipendenza” e “psicosi” ignorando che si tratta in realtà di sintomi dello stesso disagio, ed è questo che occorre affrontare e curare. Mi rendo conto di aver anticipato molto, di aver un certo senso precorso i tempi, ma non mi conforta il dover prendere atto che si continua ad operare in modo vecchio, superato.”

Un’ultima domanda: sarà difficile coronare il sogno del “villaggio quadridimensionale”?

“Sicuramente non sarà facile. Uno degli aspetti sostanziale del metodo alla salute è la comunità reale: lo strumento con cui cerchiamo di ricostruire i rapporti tra le persone, tra chi è affetto dal disagio e la realtà che lo circonda, sapendo che le relazioni riducono maturazione ed “agio”. L’applicazione del metodo ha sviluppato una comunità reale ampia, una rete estesa che si ramifica in molte realtà e che è la nostra forza e la nostra speranza. Se il “villaggio quadridimensionale” fosse soltanto il mio sogno non ce la faremmo mai: invece è il sogno di tanti… ed è per questo che sono convinto che possiamo farcela a coronarlo.”

lunedì 14 giugno 2010

Aeroporti di Puglia, vergogna: il Gino Lisa figlio di un dio minore

Il Lisa meglio di Bari e Brindisi nel 2009, ma per Adp è in flessione. L’exploit dell’aeroporto foggiano documentato dall’Ansa smentito dalla società di gestione, più matrigna che madre dello scalo foggiano.

Un comunicato stampa inutile, infondato, tendenzioso, ideologico quello diffuso qualche giorno fa da Aeroporti di Puglia, il cui solo merito è quello di far cadere una volta per tutte la maschera alla società aeroportuale che, per sfortuna del Gino Lisa, dovrebbe gestire lo scalo foggiano.
AdP ha occhi soltanto per Bari e per Brindisi. Il Lisa non esiste. L’ennesima offesa allo scalo di Foggia, un’altra entrata a gamba tesa, rispetto alla quale la politica – a cominciare dai consiglieri regionali neo eletti – dovrebbe far sentire la propria voce chiedendone conto ad Adp.
Ma procediamo per ordine, perché mai come in questa occasione sentiamo la necessità di informare punto per punto i nostri lettori, affinché possano farsi una loro opinione – il più possibile sgombra da pregiudizi e localismi – su questa aggrovigliata vicenda di numeri e di dati.
La storia comincia il 6 giugno scorso, quando l’Ansa dà notizia dei dati diffusi dall’Enac sul traffico aereo nell’anno 2009. I dati sono abbastanza clamorosi in quanto descrivono una netta controtendenza rispetto al passato. Mentre i grandi scali registrano flessioni, a fare la parte del leone sono i piccoli scali e – sentite sentite – il primo posto della performance è occupato proprio dal Gino Lisa di Foggia, sia per quanto riguarda il numero dei voli, sia per quanto riguarda il numero dei passeggeri.

UN COMUNICATO INUTILE E TENDENZIOSO DI ADP
“Aeroporti: piccola controtendenza, più voli e passeggeri / Dati traffico Enac 2009, a Foggia e Trapani la crescita maggiore”: così titola la più grande agenzia d’informazione italiana, pubblicando la notizia nel suo sito, che vediamo nella foto.
Il balzo in avanti fatto registrare dall’aeroporto foggiano è veramente sbalorditivo: “nel 2009, secondo i dati sul traffico negli scali italiani pubblicati dall’Enac, – scrive l’Ansa – Foggia, che con 4.697 movimenti aerei commerciali complessivi si è classificata al 32esimo posto tra i 48 aeroporti nazionali (Fiumicino, la prima in classifica, ne ha 318.849), ha registrato il maggior incremento rispetto all’anno precedente, +61,1%.”
Il Gino Lisa conquista il primo posto anche nella graduatoria che riguarda il numero dei passeggeri partiti o arrivati nell’aviostazione: “Il miglior risultato spetta ancora all’aeroporto di Foggia – scrive ancora l’Ansa -, al 36esimo posto per il numero totale di passeggeri trasportati sui servizi aerei commerciali (67.518 contro gli oltre 33 milioni della prima in classifica, Fiumicino), che ha registrato un incremento del 131% rispetto al 2008.”
Il 2009 è stato un anno d’oro, insomma, per il Gino Lisa di Foggia. Certo, il primo posto riguarda il miglioramento rispetto all’anno precedente, e lo scalo foggiano è ben lontano dal registrare i volumi di traffico degli aeroporti maggiori, compresi quelli di Bari e di Brindisi. Ma si tratta comunque di un dato molto significativo sulla vitalità e, soprattutto, sulle prospettive future del Gino Lisa, che, se dovesse proseguire il positivo trend di crescita (che – giova sottolinearlo – è nazionale, per quanto riguarda i piccoli aeroporti) può legittimamente aspirare ad un ruolo sempre più incisivo nel sistema aeroportuale pugliese. Appunto.
Ma veniamo al dunque: che ha fatto l’ADP, di fronte all’exploit del Lisa (che ci aveva portati a titolare, nel riferire anche noi dei dati Enac: “Il Gino Lisa meglio di Palese e Fiumicino / Lo scalo foggiano al primo posto per crescita di voli e di passeggeri)? Una società che si fosse sentita veramente madre dello scalo foggiano non ci avrebbe pensato su due volte ed avrebbe incaricato il proprio ufficio stampa di enfatizzare la notizia. Invece no. Adp ha fatto esattamente il contrario, forse allo scopo di “bilanciare” la notorietà mediatica che era improvvisamente toccata al Lisa con qualcosa che potesse “risarcire” gli scali cui veramente Adp tiene. Per carità, il comunicato di cui fra poco informeremo è precisissimo quanto a dati e riferimenti. Non stiamo dicendo per niente che l’ufficio stampa della società aeroportuale regionale dice le bugie. Quel che ci sembra sospetto, fuori tempo, illogico e perciò umiliante per Foggia e il suo aeroporto è il tempo ed il modo del comunicato.

LISA BRILLANTE PER ANSA ED ENAC, MA NON PER ADP
Per farla breve, non volendo dare notizia della brillante performance dell’aeroporto della Puglia settentrionale, l’ufficio stampa ha riferito sì dei dati Enac, non però a quelli che si riferiscono al raffronto tra due anni completi, così come aveva fatto l’Ansa, mettendo a paragone i dati 2009 rispetto a quelli 2008. Con un’operazione discutibile per quanto riguarda gli interessi del Lisa, ma ineccepibile dal punto di vista del marketing territoriale degli aeroporti “maggiori” di Bari e Brindisi e del Salento, l’ufficio stampa mette a confronto i dati dei primi cinque mesi del 2010 con quelli dei primi cinque mesi del 2009, periodo in cui – forse proprio a causa degli eccellenti risultati che aveva raggiunto l’anno scorso, la performance del Lisa non è stata particolarmente brillante, ed anzi lo scalo foggiano ha perso qualche punto.
“Il cielo della Puglia – titola il comunicato dell’ufficio stampa di Adp – più forte della nube: a maggio, Brindisi + 53,1%,  Bari + 20,5%. Per il quinto mese consecutivo ottimi indici di crescita per il sistema aeroportuale pugliese. “
Su Foggia più avanti si legge: “Per quel che riguarda, invece, il “Gino Lisa” di Foggia, nei primi cinque mesi di quest’anno i passeggeri (arrivi e partenze) sono stati 26.345, a fronte dei 29.400 dello scorso anno (-10,4%). “
Capito, la furbata? Neanche un riferimento alla nota Ansa che pure tanto scalpore mediatico aveva suscitato qualche giorno prima (il comunicato Adp è del 9 giugno), ma dati che conclamano che in Puglia ci sono soltanto gli aeroporti di Bari e Brindisi. Tra l’altro, non c’è neanche uno straccio di dato che si riferisca al quarto aeroporto regionale gestito da Adp, quello di Taranto, mentre, curiosamente, l’aeroporto di Brindisi viene spesso definito “aeroporto di Brindisi e del Salento”, anche in questo caso con una brillante operazione di marketing territoriale.
Nella personalissima interpretazione dei dati Enac fornita da Aeroporti di Puglia c’è un messaggio nemmeno tanto velato che viene inviato al territorio provinciale: sarete stati anche i più bravi nel 2009, ma non fatevi illusioni, e tornate al vostro posto.
Ma il dato politico gravissimo – e rispetto al quale, lo ripetiamo – qualcuno dovrebbe chiedere conto ad Adp – è che la strategia di comunicazione posta in essere dalla società aeroportuale ha di fatto vanificato una delle poche occasioni in cui l’aeroporto foggiano si era segnalato alla ribalta dell’opinione pubblica nazionale. Verrebbe fatto di pensare ad un clamoroso autogol, ma purtroppo pensiamo che le cose non stiano proprio in questi termini. Si tratta di una strategia pianificata a tavolino, con l’evidente obiettivo di confermare le gerarchie aeroportuali care ad Adp, che, pur di ribadirle, non esita a demolire una notizia positiva per un altro dei suoi aeroporti.

DI PAOLA SEMPRE CAUTO QUANDO SI TRATTA DI DIRE BRAVO AL LISA
D’altra parte, che i vertici della società regionale non facessero proprio salti di gioia rispetto all’exploit fatto marcare dall’aeroporto foggiano, già lo si era intuito. Ecco quanto, commentando i dati Ansa, ha dichiarato ai microfoni di Radio Nova Domenico Di Paola, amministratore unico Aeroporti di Puglia. Anziché gioire e semmai poi evidenziare i problemi tuttora persistenti, Di Paola frena, e forse non ci vuole tanto ad immaginare perché qualche ora dopo, dal suo ufficio stampa sarebbe uscito quel comunicato che, ripetiamo, giudichiamo offensivo nei confronti del Lisa e fortemente rivelatore delle vere strategie di Adp verso l’aeroporto foggiano.
“C’è ancora tanto da fare, – dice Di Paola – non solo da parte degli aeroporti, quanto da parte del sistema, affinché la struttura sia utilizzata al meglio. Se non cresce il sistema della ricettività, dell’organizzazione degli eventi, della valorizzazione degli asset, del marketing territoriale -senza voler fare una critica a chi oggi già lo fa- non ci sarà mai la vera crescita degli aeroporti. La cosa più importante che stiamo perseguendo è l’allungamento della corsa al decollo della pista esistente. Un intervento che potrebbe essere abbastanza celere da realizzare, però abbiamo il problema della sussistenza, sul terreno interessato, di costruzioni che devono essere valutate dal Comune di Foggia”.
Letta così sembra quasi che Di Paola stia commentando dei dati negativi per il Lisa di Foggia e non la performance che ha portato il Lisa ha conquistare la vetta della classifica per quanto riguarda l’incremento del numero dei voli e dei passeggeri. Di Paola ce l’ha con tutti: il riferimento critico circa la vaghezza delle politiche di marketing territoriale è probabilmente indirizzato a Promodaunia, la società costituita da Provincia e Camera di Commercio con la missione istituzionale di sostenere e promuovere l’aeroporto foggiano. Pesantissima invece l’accusa rivolta al Comune di Foggia circa la mancata soluzione dei vincoli che ostacolano l’allungamento della pista. Ci sono delle costruzioni da espropriare o forse abbattere in quanto abusive: la civica amministrazione deve comunque fare chiarezza attorno a questo punto, se non altro per smantellare gli alibi di Di Paola, che tace allegramente sul fatto che i lavori di riattamento di altre parti dell’aviostazione sono da tempo fermi, e nessuno sa perché.
Tutta questa vicenda rilancia alcuni annosi problemi: lo scarso feeling tra Aeroporti di Puglia e il Gino Lisa, tra Aeroporti di Puglia ed il territorio, ma anche la difficoltà della politica ad avviare con la Regione Puglia e con la sua società aeroportuale un confronto a trecentosessanta gradi sull’aeroporto foggiano, e sul suo ruolo nel sistema aeroportuale pugliese.

IL GARGANO RILANCIA: VOLI CHARTER NECESSARI
Che esistano divergenze di fondo è un dato di fatto ed una enorme criticità. Aeroporti di Puglia ha un modo di intendere le strategie complessive di sviluppo del sistema aeroportuale regionale che non collima con le aspettative e le esigenze della Puglia settentrionale.
La recente borsa turistica che si è svolta a Vieste ha conclamato una volta di più la necessità che l’aeroporto Lisa venga attrezzato per la sua più naturale vocazione: diventare lo scalo di riferimento per i voli charter turistici del Gargano. Ma ad Aeroporti di Puglia hanno tutt’altre idee circa la filosofia dei charter: una filosofia che viene svelata proprio dal “famigerato” comunicato di cui abbiamo riferito, la cui chiusa è dedicata proprio alle prospettive dei voli charter turistici in Puglia.
Leggetela attentamente. “Nel frattempo – scrive l’ufficio stampa di Adp – tutto è pronto per l’avvio della prossima stagione charter che, anno dopo anno, diviene sempre più ricca: Grecia (Rodi, Kos, Santorini, Mikonos, Creta) Tunisia (Djerba e Monastir), Turchia (Bodrum e Antalya), Spagna (Ibiza, Malaga, Palma di Maiorca),  Marocco (Agadir), Egitto (Sharm, Marsa Alam e la new entry  Marsa Matrouh), Giordania (Amman), Israele (Tel Aviv) sono solo alcune delle numerose destinazioni già previste dalla programmazione dei principali T.O. per l’estate 2010.”
Neanche per un attimo, il solerte redattore dell’ufficio stampa di Aeroporti di Puglia è sfiorato dall’idea che dalla Puglia i voli charter non debbano solo partire, ma anche arrivarci. Che la Puglia possa essere, così come vorrebbe essere l’aeroporto Lisa di Foggia – destinazione di voli turistici, che provocherebbe un’immediata e importantissima ricaduta territoriale, in termini economici e sociali.
È l’ennesima dimostrazione che in materia di aeroporti, la Regione Puglia, Aeroporti di Puglia e il “territorio” della provincia di Foggia parlano lingue diverse. Questa vicenda tutto sommato soltanto mediatica è però amaramente rivelatrice di un rapporto difficile tra l’aeroporto e la società che dovrebbe gestirlo nel migliore dei modi.
Un rapporto che va ripensato, ridefinito con la massima urgenza. Aeroporti di Puglia non può più sbeffeggiare la città e la provincia di Foggia, il Gargano, il loro aeroporto. Per questo invieremo una copia di questo articolo ai consiglieri regionali, ai responsabili delle istituzioni locali, a tutti quanti hanno a cuore le sorti del Lisa. Perché si faccia chiarezza, una volta per tutte, su AdP e sul suo rapporto con il Lisa di Foggia.

martedì 25 maggio 2010

Perché piange il Cervaro


Piange il Cervaro, piange. A monte, nei pressi di Montaguto, quella frana, su cui finalmente - ed al momento - l'uomo sembra aver avuto la meglio, ma che ad un certo punto si era fatta così brutta da far temere che poteva compromettere il corso del torrente.
Una trentina di chilometri più a valle, giusto al confine estremo dell'area SIC (acronimo che sta per "sito d'interesse comunitario") gli uomini si sono mostrati assai meno bravi nel difendere la storia del vecchio torrente, demolendo per ragioni che restano tuttora oscure, il vecchio ponte della vecchia statale adriatica, che per secoli gli aveva fatto compagnia.
Il peggio è che, a distanza di ormai due settimane dalla denuncia, esplosa prima su Facebook, quindi raccolta dal Quotidiano di Foggia e da Teleblu, e successivamente ancora dagli altri organi di informazione, nonostante la forte domanda di trasparenza, ancora nulla di preciso si sa del misfatto, se non che i lavori sono stati bloccati dalla Soprintendenza e dai Carabinieri che si occupano della tutela del patrimonio culturale.
Dei possibili responsabili non si sa ancora nulla. Eppure non dovrebbe essere così difficile venire a capo del mistero, visto che per la demolizione sono stati usati fondi pubblici e che quindi il progetto doveva essere pubblico. Invece niente. 
Intanto, il caro vecchio Cervaro piange, minacciato a monte dalla forza della natura(anche se il laghetto artificiale posto sulla sommità della collina che frana, sempre alla mano umana si deve…) e a valle dall'incultura dei tempi di oggi, dalla ideologia dominante dell'usa e getta. Anche i manufatti che i nostri padri ci hanno lasciato, ponti su quei per secoli sono trascinati prima pastori e greggi, e poi umori e macchine, vivono il destino che tocca alle lamette ed ai vuoti a perdere: usa e getta.
 Piange il Cervaro, e testimonia una volta di più la clamorosa inutilità di interventi di protezione e tutela come i SIC (le aree protette non si fanno per decreto legge, vanno riempite con l'intelligenza e con il cuore, non sono recinti, devono vivere e pulsare) e i limiti della (in)cultura del  "nuovissimo a tutti i costi" che ha provocato le demolizione del vecchio ponte.
Povero Cervaro, sempre più solo.

domenica 2 maggio 2010

Perché l'Authority alimentare non è inutile

C’era soltanto un modo per non concedere a Foggia, alla Capitanata, al Mezzogiorno quello che era un sacrosanto diritto, in quanto sancito da ripetute decisioni del Parlamento. Cambiare le regole. Sopprimere la legge che sanciva quel diritto.
E così, non se ne farà più niente della istituzione dell’Authority alimentare a Foggia, voluta e finanziata dal Governo Prodi con una legge dello Stato, e confermata soltanto qualche mese fa anche dall’attuale Parlamento. I nordisti di Bossi non hanno neanche tenuto presente che sull’Authority a Foggia si erano pronunciati favorevolmente ed in modo bipartizan ben due parlamenti, quello a maggioranza di centrosinistra e quello in carica, a maggioranza di centrodestra. Ed ecco, allora, la beffa.
Resisi conto della impossibilità di trasferire la sede dell’Agenzia Nazionale per la sicurezza alimentare a Verona, così come chiedevano da sempre i ministri leghisti, il Governo ha deciso che allora meglio sopprimerla, per non darla vinta ai terroni, e per non infastidire i leghisti. Proprio come fece quel tale che per dispetto della moglie…
E il peggio è che tutto ciò è stato fatto alla chetichella, senza che neanche il Governo abbia avuto la sensibilità di comunicare il suo orientamento a quanti – come il Parlamento – non solo si erano pronunciati a favore della ubicazione nel capoluogo dauno dell’Agenzia, ma avevano anche sollecitato il Governo a rompere gli indugi e a dare il via libera all’attivazione dell’organismo.

mercoledì 10 marzo 2010

Una stanca campagna elettorale

Non ci piace, questa campagna elettorale che si trascina stancamente tra salotti televisivi, spot ed affissioni selvagge, senza che finora si siano sentite proposte serie per la Puglia e in particolare per la sua provincia Cenerentola, che è la Capitanata.
Sarà anche colpa del sistema elettorale regionale che, polarizzando la battaglia attorno ai candidati presidenti, pone oggettivamente in secondo piano sia le liste (ovvero i partiti) sia i candidati. È infatti il candidato presidente che ottiene più voti a trascinare la coalizione: i candidati sono dunque preoccupati più di strappare voti (di preferenza) ai loro diretti concorrenti che non a toglierli alla coalizione avversaria. Ne scaturisce una campagna elettorale fondata più sulla ricerca di visibilità a tutti i costi dei candidati, che non su un autentico confronto sui temi politici, e soprattutto sulle cose da fare.
Ci piacerebbe un confronto politico in cui ogni candidato dicesse cosa intende fare per il territorio, ma concretamente, senza discorsi sui massimi sistemi. Che esprimesse un giudizio sull’operato del governo regionale uscente su quelli che l’hanno preceduto, per quanto riguarda in particolare la Capitanata. Vorremmo conoscere l’opinione dei candidati sulle cose da fare a livello regionale e nazionale per dare un futuro al comparto agricolo, vessato da una crisi senza precedenti, che minaccia la stessa sopravvivenza delle aziende agricole.
E poi vorremmo impegni seri. Ai quali tutti però sfuggono, stante anche la prevedibile leggerezza delle posizioni che i nostri consiglieri andranno ad occupare, una volta eletti.
La legislatura regionale che si è appena conclusa ha rappresentato, quanto a questo, un record negativo: soltanto un assessore, la cerignolana Elena Gentile. Gradiremmo impegni su cose che riguardano direttamente l’ente regione: per esempio in materia di trasporto e di viabilità, con particolare riferimento alla tuttora irrisolta questione della nuova pista del Gino Lisa, su cui nicchiano tanto in via Capruzzi quanto nella società di gestione dello scalo, Aeroporti di Puglia, e al progetto di alta capacità ferroviaria, Napoli-Bari. È ancora in piedi l’idea del by pass. che escluderebbe dal percorso la stazione di Foggia, sostituita da una stazione nei pressi di Borgo Cervaro? E che ne è del progetto alternativo che prevedeva la realizzazione di uno scalo merci nei pressi di Borgo Incoronata? (Senza lo scalo merci il by pass. sarebbe navigabile, perché comunque la stazione di Foggia non potrebbe sopportare i maggiori volumi di traffico che scaturiranno dall’alta velocità).
Per non parlare della viabilità, che da sempre in Puglia funziona alla rovescia. Generalmente, i progetti stradali vengono attuati cominciando dalle zone più vicine al centro del Paese (che nel caso della Puglia è la Capitanata)  e procedendo verso le zone più periferiche. In Puglia invece succede il contrario. Il raddoppio della statale 16 è cominciato dal Salento e poi da Bari.
Allo stato dell’arte è finanziato soltanto il completamento della Cerignola-Foggia. Non ci sono invece finanziamenti per il tratto Foggia-San Severo-Termoli. E lo stesso dicasi per altre arteria di importanza nevralgica, come la Superstrada del Gargano, o la Strada Regionale n.1 (che, come dice il nome è un’arteria regionale…) che la Regione Puglia ha lasciata a se stessa da ormai più di vent’anni, come se non facesse parte del suo demanio.
Ci piacerebbe sentire parlare di queste cose, nei salotti televisivi dove invece a domande scontate seguono risposte altrettanto scontate. Verremo esauditi?
* pubblicato su Il Quotidiano di Foggia

mercoledì 13 gennaio 2010

Lo scandalo del Fortore

Sono di nuovo in apprensione le popolazioni di Serracapriola e Chieuti. Il livello della diga di Occhito ha raggiunto il livello di guardia, e c’è il rischio che si ripetano le alluvioni provocate dallo straripamento del Fortore, il fiume che raccoglie le acque della diga, quando per ragioni di sicurezza vengono aperte le paratoie.
L’acqua invasata nel bacino ha raggiunto l’altezza di 193 metri. Il limite di guardia è posto a 195 metri. A scopo precauzionale e preventivo, una delle paratie preposte al controllo dello “svaso” (ovvero la fuoriuscita dell’acqua) è stata aperta nei giorni di Natale. Ma è continuato a piovere, sicché si teme da un momento all’altro di dover riaprire i rubinetti dello sbarramento, con il rischio di nuove  esondazioni del corso d’acqua che dovrebbe smaltire le acque in eccesso, ma che assolve assai malamente a questa sua funzione.
I tecnici del Consorzio per la Bonifica della Capitanata, che gestiscono l’impianto di Occhito assicurano che la situazione è sotto controllo e che il monitoraggio è costante. Ma, com’è già accaduto in passato, e in particolare nella scorsa primavera, il vero problema non è rappresentato dalla diga, ma dalla disastrosa situazione dell’alveo del Fortore.
E’ una situazione che si trascina da anni, addirittura da decenni, e che è stata trascurata colpevolmente, anche per il sovrapporsi di competenze non sempre chiare tra di loro. Una volta la gestione dei bacini idrografici faceva capo al Ministero delle Opere Pubbliche e, come vedremo più avanti, è proprio a questa fase che risalgono i problemi del Fortore.
Attualmente, le competenze si intrecciano tra la protezione civile che tuttavia interviene soltanto in caso di necessità) e l’autorità interregionale di bacino che si occupa di una serie di fiumi dell’Appennino Meridionale: Trigno, Biferno e minori, Saccione e Fortore. Un organismo complesso, che ha sede a Campobasso, e che è scarsamente dotato dal punto di vista finanziario.
Per capire la gravità della situazione dell’alveo del Fortore e la frequenza con cui questo fiume esonda provocando alluvioni e danni, bisogna considerare che non stiamo parlando di un grosso fiume come il Po o il Tevere.
La verità è che nessuno provvede alla manutenzione dell’alveo e degli argini, che si presentano oggi in una situazione a dir poco disastrosa.
Per tornare alla diga di Occhito, quando l’invaso venne progettato negli anni Sessanta, i progettisti calcolarono che in caso di svaso delle acque invasate nel bacino, il letto del Fortore poteva sopportare una portata di 2.100 metri al secondo. Una capacità più che sufficiente a soddisfare le necessità delle diga. Secondo i calcoli più aggiornati, oggi l’alveo del Fortore presenta una portata media di 1.000 metri cubi al secondo. E non è neanche questo il vero problema. Nei punti dove la situazione è più compromessa (ovvero dove le sponde quasi non esistono più, o dove l’alveo è ingombrato da sterpaglie, alberi e rifiuti di ogni genere) la capacità scende drasticamente anche al di sotto dei 100 metri cubi all’ora, ed è in questi punti critici che si verificano le alluvioni e gli straripamenti. In questa situazione, è praticamente impossibile procedere, quando il livello della diga sale, all’esondazione controllata.
Il problema – come si è già detto – viene però da lontano. Negli anni Ottanta il Ministero delle Opere Pubbliche finanziò la sistemazione del Fortore che preveda la realizzazione di tutti gli interventi necessari per la messa in sicurezza del fiume. Tra l’altro l’opera era necessaria per consentire il collaudo della diga, che prevedeva proprio una operazione di “svaso rapido”, e c’era quindi necessità che gli argini e l’alveo del corso d’acque a valle fossero consolidati.
Stranamente venne però finanziato soltanto il primo lotto dei lavori. Del secondo lotto non si fece nulla, nonostante le furibonde polemiche dell’allora presidente della Provincia, Michele Protano, che sollecitava il completamento dell’opera anche per mettere la diga di Occhito nelle condizioni di poter funzionare al massimo delle sue potenzialità.
E’ appena il caso di sottolineare che l’abbassamento del “limite di guardia”, oltrepassato il quale i tecnici del Consorzio di Bonifica aprono le paratie e lasciano defluire l’acqua a mare, comprime ulteriormente la capacità d’invaso del bacino di Occhito, riducendo i volumi idrici a disposizione dell’Acquedotto Pugliese e dello stesso Consorzio di Bonifica. Come a dire che al danno si aggiunge la beffa.
Senza parlare della Diga di Piano dei Limiti, progettata più a valle di Occhito, proprio allo scopo di impedire il deflusso dell’acqua in mare, e la perdita di una così considerevole quantità d’acqua. Un’opera preziosa, nevralgica per il futuro della Capitanata che l’aspetta da anni: i finanziamenti si sono perduti a causa del taglio deciso dal Governo ai fondi del piano irriguo nazionale. Capito, adesso perché il Sud è sempre più Sud?

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