martedì 28 settembre 2010

Il Foggia, Zeman, il senso del pallone


Puoi quasi toccarlo con mano, respirarlo, quel qualcosa di diverso. E’ cominciato domenica sera, e si protrae fino a lunedì, esorcizzando lo spleen da inizio settimana. La Foggia rossonera sorride, ed anche quella che non ha mai condiviso il motto che qui ci si nutre di pane e pallone, sotto sotto partecipa alla gioia collettiva, che potrebbe diventare da una domenica all’altra entusiasmo. Per il momento è soltanto il Foggia di Zeman. Domani potrebbe diventare Zemanlandia bis o ter, fate un po’ voi. Due vittorie di fila in trasferta non si vedevano da anni. Le speranze immediatamente suscitate dalla notizia del gran ritorno al vertice del Foggia di Casillo, Zeman e Pavone non sono state frustrate, ed è già tanto, per una città (prendete un po’ la storiaccia dell’agenzia nazionale per la sicurezza alimentare) purtroppo adusa a sperare un giorno e a disperare il giorno dopo.
Foggia ritrova il sorriso, e grazie al tanto vituperato pallone. Nella città dove chiudono librerie, sale cinematografiche, aziende municipalizzate, e dove tra buche e cassonetti ricolmi d’immondizia respiri degrado ad ogni passo, il calcio torna a regalare serenità, speranza, sogno. E domenica prossima i Satanelli tornano finalmente allo Zaccheria, dopo esserne stati fino ad oggi esiliati a causa del disastro del concerto di Ramazzotti.

C’è anche in questo nostos una morale? Forse. Sta di fatto che al cospetto di quella che l’indimenticabile Gianni Brera definiva  dea Eupalla, l’amministrazione comunale ha dato prova di efficienza ed affidabilità, ripristinando il manto erboso della Zaccheria nel tempo più breve possibile. Insomma, signori, non nascondiamoci dietro il dito: a Foggia si torna a sognare, e poco conta che  si sogni “soltanto” una promozione in quella seria cadetta da cui siamo da tanto assenti. Tutto il resto è sfacelo, ma almeno il pallone va.
E chissà che il ritrovato entusiasmo pallonaro non possa preludere ad altri riscatti, ad altri ritorni, ad altre promozioni. Ché a Foggia la storia del pallone e quella della città sono state sempre unite da un filo, neanche tanto simbolico. Il Foggia del commendatore Rosa Rosa (a proposito, ma perché ancora nessuno ha pensato di intitolare una strada a don Mimì, come sarebbe sacrosanto?) fu l’espressione di una città che si era appena ricostruita dopo la tragedia della guerra e dei bombardamenti: battere la grande Inter di Angelo Moratti e di Herrera fu il segno che si poteva osare, che Foggia non era soltanto una grande squadra, ma anche una grande città.
E poi ecco il Foggia di Antonio Fesce, simbolo di una squadra  e di una città che sapevano fare a gomitate pur di guadagnarsi un posto al sole. Fesce era un mago di finanza creativa, si direbbe oggi: riusciva a fare fior di campagne acquisti senza soldi o quasi, perché poteva contare sulla simpatia e sull’amicizia di tanti colleghi presidenti. Specularmente la città, che da agricola andava trasformandosi in industriale grazie agli investimenti delle partecipazioni statali, si dava un assetto moderno: erano gli anni in cui le aziende municipalizzate vincevano premi nazionali per la loro efficienza e la loro progettualità. Le circolari camminavano in orario, la città era linda come uno specchio, e le strade erano sicure.  
Poi la stagione industriale si rivelò un colosso dai piedi di argilla, e le cose cominciarono ad andare maluccio. Per i Satanelli, così come per la città. Eccoci al primo fallimento, ed alle retrocessioni: prima in serie B e quindi in serie C, fino al riscatto firmato dalla triade del nostos: Casillo, Zeman e Pavone. Un sogno che ha portato il Foggia all’attenzione di mezzo mondo. Come sia finita quell’avventura, e perché è storia recente, una storia che per certi aspetti grida ancora vendetta. Il Foggia era più di un gioiello di famiglia dell’impero produttivo e finanziario di Pasquale Casillo: era un sodalizio floridissimo che avrebbe potuto facilmente essere salvato, ma non andò così. Sta di fatto che gli anni di Zemanlandia 1 sono stati anche gli ultimi anni belli della città. L’istituzione dell’università aveva aperto nuove aspettative di crescita, la crisi dell’apparato industriale sembrava potesse essere mitigata dall’imminente stagione della concertazione. Iniziò invece la stagione dei fallimenti, delle fabbriche e delle imprese che chiudevano, di una politica che non riusciva più a reggere la bussola di uno sviluppo economico sempre più difficile, sempre più remoto: si innescò così quel declino che minaccia degrado irreversibile, nel quale ancora oggi navighiamo.  
Forse  anche per questo, ‘sti Satanelli che inanellano due vittorie esterne consecutive, strappano sorrisi e speranze. C’è chi dice che le cose belle finiscono, ma questa epopea che è forse soltanto agli inizi potrebbe dimostrare che non sempre è così, che a volte le cose belle ritornano.
Non so voi, ma io mi lascio contagiare da questa gioia: sognare, non costa niente.

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