mercoledì 21 luglio 2010

Capitanata, ombelico del Mezzogiorno


Il rapporto Svimez 2010 è uno specchio dello sviluppo mancato. Il grido d'allarme di Novacco: resterà inascoltato anche quest'anno?
La Capitanata, ombelico del Mezzogiorno. E non è una tesi dettata dal campanile. Provincia di frontiera, avamposto del Sud Est verso il centro e il nord del Paese. Ma anche territorio esemplare delle potenzialità ed assieme dei limiti dello sviluppo, o se preferite del mancato sviluppo, del Mezzogiorno d'Italia. Capitanata ensemble di quel che il Mezzogiorno è, di quel che poteva essere, di quel che potrebbe essere.
È per questa ragione che la presentazione dell'annuale rapporto della Svimez, per la nostra terra, rappresenta da sempre una sorta di specchio. Peccato che da anni questo appuntamento non evochi più, come accadeva un tempo (quando, soprattutto grazie alla Fiera di Foggia eravamo anche crocevia di un certo dibattito meridionalistica) riflessioni, confronti. È tramontato il meridionalismo, e con esso forse lo stesso Sud.
Ma di riflessioni ne evoca, eccome, il Rapporto 2010 sull'economia del Mezzogiorno. Lo scorso anno la presentazione del documento suscitò un dibattito appassionato e perfino di un certo spessore politico. Si disse che così non si poteva andare più avanti. Che il Mezzogiorno andava recuperato allo sviluppo del Paese, che andavano definitivamente rimosse le ragioni del divario. Si parlò da parte del Governo di misure straordinarie. Si prospettò la possibilità di una Banca per il Sud che avrebbe dovuto ripetere, in un certo senso, l'esperienza della mai troppo rimpianta Cassa del Mezzogiorno.

Pronto soccorso Foggia / Benvenuti all'inferno

Che succede se ti fai male di venerdì sera a Foggia, tagliandoti un dito nel maldestro tentativo di afferrare la bottiglia che cade dal freezer, e quella ti si rompe in mano? Ahimè, non c’è che una scelta, andare  al pronto soccorso degli ospedali riuniti.
Forse ci sarebbe anche la possibilità anche della guardia medica, ma coll’indice sinistro che sta lì a sanguinare non è proprio il caso di andare per tentativi (in realtà avrei accertato successivamente che la guardia medica, anzi “servizio di continuità assistenziale”, come si chiama adesso, non effettua questo tipo di assistenza).
Ed allora eccomi al pronto soccorso dei Riuniti, a vivere un’avventura che vale la pena di essere raccontata, meglio se tre giorni dopo, sbollita la rabbia e lo sconcerto.
Cominciamo da una considerazione banale, ma non tanto, come capirete appresso: se uno va al pronto soccorso avendone necessità, si aspetta di trovare esattamente quello che dice li nome: “pronto soccorso”. Ma nel pianeta sanità di questa terra, niente è come appare, ed anche i nomi sono bugiardi. Che le liste d’attesa siano uno dei peggiori aspetti della sanità pugliese e meridionale è dato risaputo, ma ci si aspetterebbe che, almeno al pronto soccorso non sia così, che si possa essere curati e medicati in un lasso di tempo ragionevolmente breve.
Ma invece non funziona così, almeno, non a Foggia.

LA STORIA DI UN INCUBO
Ci arrivo più o meno alle 21, mi presento alla reception e per la verità il tempo d”attesa per essere visitato dall’infermiere di turno non è esagerato, qualche minuto. Mi sento rincuorato: già una volta mi è successo di andare al pronto soccorso, e non finì bene. Mi ero slogato il gomito, mi faceva molto male e mi presentai al pronto soccorso una domenica mattina, aspettando invano per circa un’oretta che qualcuno si facesse vivo alla reception: nulla da fare.
Dolorante, tornai a casa, rinviando la richiesta di cura e di accertamenti al giorno successivo, al medico curante.
Questa volta, invece le cose sembrano procedere meglio: l’infermiere dà uno sguardo alla ferita, mi suggerisce come ridurre l’uscita del sangue, e mi accompagna alla sala d’attesa, dopo avermi assegnato il codice che regola come un deus ex machina i tempi e l’organizzazione dei pronto soccorso. È il metodo del triage (usato non solo a Foggia, ma un po’ da tutte le parti), termine francese che significa “cernita, smistamento”: in pratica l’accesso alle cure non avviene sulla base dell’ordine di arrivo, ma secondo la gravità delle condizioni del paziente. In linea teorica è giustissimo: va curato prima chi sta peggio. Ma se non ci sono medici, infermieri, posti letto, chi sta malocchio deve aspettare tempi biblici, ed è assai meno giusto.
Torniamo al triage. I codici sono in tutto quattro; il Codice Bianco indica che non c’è alcuna urgenza: il paziente non necessita del pronto soccorso e potrebbe rivolgersi al proprio medico (già, ma se è venerdì sera, e gli ambulatori resteranno chiusi fino al lunedì successivo, come si fa?). Il Codice Verde indica un’urgenza minore: il paziente riporta delle lesioni che non interessano le funzioni vitali ma vanno curate (ci mancherebbe altro…). Il Codice Giallo denota il primo livello di vera e propria urgenza: il paziente presenta una compromissione parziale delle funzioni dell’apparato circolatorio o respiratorio, ma non c’è un immediato pericolo di vita.
Il Codice Rosso segnala infine la situazione di maggiore urgenza, anzi di emergenza:  indica un soggetto con almeno una delle funzioni vitali (coscienza, respirazione, battito cardiaco, stato di shock) compromessa e un immediato pericolo di vita.
Il buon infermiere mi attribuisce un “codice verde”. Ineccepibile: il taglio è superficiale, anche se piuttosto largo, la  ferita continua però a perdere sangue; il verde è giusto, perché è una lesione che – come recita il protocollo del triage – non interessa le funzioni vitali, e meno male. Giungiamo in sala d’aspetto, e qui la prima sgradita sorpresa: c’è una fila interminabile, che si ingrossa notevolmente nell’ora successiva.
Fino alle 22 e passa, è tutto fermo:  non viene chiamato neanche uno dei “pazienti” (sarà anche per questo che si chiamano così? in coda). C’è un codice rosso in atto. Poco prima il conducente di un mezzo dell’Ataf ha investito due giovani mentre attraversavano via IV novembre. Il ragazzo (codice giallo o verde come me?) è là che aspetta il turno per essere visitato e presumibilmente sottoposto ad esame radiologico. Ma alla ragazza che attraversava insieme a lui è andata decisamente peggio: è codice rosso, in gravissime condizioni (qualche ora dopo sarà trasferita in rianimazione e operata d’urgenza).

CODICE ROSSO IN ATTO, LA CODA SI ALLUNGA
Il contatto con la sofferenza altrui è un’occasione sempre importante: anche se il dito continua a sanguinare, ti rendi conto che c’è chi sta peggio di te. Come il ragazzone bulgaro entrato appena prima di me: si è tagliato la mano in più punti, dopo essere scivolato su un vetro nel bagno. E poi ci sono i bambini: è incredibile quanti piccoli affollino il pronto soccorso: uno è quasi neonato, figlio di una giovane donna nomade. Di lì a poco entra una signora foggiana il cui bambino è caduto rovinosamente dalla bicicletta dopo che il piede è finito tra i raggi della ruota: la mamma teme che il figliolo possa aver battuto la testa. Codice verde anche per lei.
I bambini e le loro mamme vengono fatti aspettare nella stessa sala d’aspetto degli adulti: c’è chi grida, chi si lamenta. Che ricordo ne conserveranno? Quello di una sanità amichevole, a misura di uomo, o piuttosto di un incubo?
Nella sala d’attesa riservata ai pazienti (dovrebbe essere quella riservata ai codici gialli, ma veniamo raggruppati tutti là…), ricavata alla bell’e meglio da quello che era una volta l’atrio del nosocomio c’è un caldo irrespirabile. Non c’è l’aria condizionata che invece, bizzarramente, funziona fin troppo nella sala d’aspetto (ben arredata e con tanto di televisore per ingannare il tempo) riservata ai familiari dei pazienti. I pazienti scoppiano dal caldo, i loro familiari si congelano per il freddo, ma se non altro possono guardare la tele.
Finalmente, alle 22 passate, i medici cominciano a chiamare i pazienti in paziente attesa… Si comincia dai codici gialli. A fare la fila ci sono anche anziani in attesa del ricovero: perché mai, in un pronto soccorso che si trova costantemente sotto organico, si debba far svolgere ad un reparto così di frontiera anche una funzione del tutto burocratica qual è quella dell’accettazione, è un mistero che non riuscirò mai a comprendere.

POCHI MEDICI, MA SOTTOPOSTI AD ADEMPIMENTI BUROCRATICI
Ad aspettare il loro turno ci sono persone anziane, che se hanno necessità di ricovero evidentemente non stanno bene: perché costringerle a fare la fila, quando in fondo si tratta soltanto di compilare una carta?
La fila si muove, ma lentissimamente. Il ragazzo bulgaro è in pena per la sua ragazza, che non sa nulla dell’incidente capitato al moroso. Decide di andarsene: cerco di dissuaderlo, ignaro del fatto che dopo un po’ l’avrei imitato.
Il problema è che il numero dei pazienti che vengono curati e poi dimessi (o ricoverati) è inferiore a quello di quanti nel frattempo arrivano. C’è una coloratissima comitiva di nomadi, poi un signore di mezza età che accompagna l’anziana madre. Ed ancora una donna con suo padre, un anziano signore che sta male e si capisce anche assai poco a suo agio: “Portami a morire a casa”, dirà alla figlia.
Improvvisa esplode la protesta. Gli infermieri fanno presente che si tratta di una serata particolare (intanto i loro colleghii del 118 scaricano altre urgenze) e che i medici in servizio sono soltanto tre.
Ecco la chiave di volta. È possibile che in un ospedale che serve un bacino di utenza di oltre 200.000 abitanti a presidiare il pronto soccorso in una notte di fine settimana siano soltanto tre medici?
Il pensiero corre ai tanti medici che in quel momento sono di turno nei loro reparti, chi impegnato, chi meno. Reparti tranquilli, mentre quaggiù è l’inferno. Un inferno che è la cifra visibile di una sanità che si è forse eccessivamente burocratizzata e tecnicizzata. La sanità deve servire a far stare meglio, e non solo a dettare norme di cernita e di smistamento. Un dito che sanguina è un dito che sanguina: andrebbe curato comunque nel più breve tempo possibile. Se no è una sconfitta.

TRE MEDICI PER DUECENTOMILA ABITANTI
Arriva un’anziana signora, viene accomodata alla meglio sulla sedia. È quasi incosciente, sonnolenta, il caldo non l’aiuta: la figlia invoca gli infermieri per procurarle una barella. Sembra non ce ne siano, poi prodigiosamente ne viene reperita una, e la donna viene fatta distendere.
I più gentili, i più prodighi nel dispensare consigli ma anche nell’illustrare la filosofia del triage, sono le guardie giurate. Ad una signora che alza la voce, uno dei due vigilantes in servizio spiega che qualche mese fa si è fatta male sua nipote, ed ha dovuto attendere tre ore il suo turno. L’altro invece stigmatizza i casi (pare numerosi) di quanti si rivolgono al pronto soccorso per un nonnulla: per un’unghia incarnita o perfino per farsi sfilare la fede nuziale, troppo stretta.
Che si ricorra al pronto soccorso anche quando non è il caso, è un fenomeno diffuso e deprecabile, ma non si deve dimenticare che la struttura svolge anche funzioni di natura  legale. Per esempio serve a certificare, per mano di un medico pubblico, le condizioni di salute, come nel caso di una giovane donna, dipendente di un noto esercizio cittadina, in preda ad una crisi di nervi dopo essere stata verbalmente aggredita ed offesa dal suo datore di lavoro.
È anche la concentrazione di tante, troppe funzioni su un solo presidio, afflitto da vistose carenze di organico e da problemi logistici, a  trasformare quello che dovrebbe essere il biglietto da visita dell’ospedale di Foggia in un autentico inferno.
È quasi mezzanotte quando, finalmente, il ragazzo finito sotto la circolare dell’Ataf viene sottoposto ad esame radiologico. Sono trascorse tre ore buone dall’incidente, e nessuno che l’abbia rincuorato. Al di là dei possibili danni fisici, è in evidente stato di shock.  Intanto, il mio dito continua a perdere sangue, il mio umore peggiora, e sale la rabbia.
A rileggere quanto scrive la carta dei servizi dell’Asl sulla “offerta” del Pronto soccorso (anzi “struttura complessa di Medicina e Chirurgia di Accettazione e d’Urgenza”, perché un’altra peculiarità della moderna medicina è quella di non chiamare mai le cose con il nome con cui vengono intese dai cittadini utenti) c’è di che sorridere. Amaramente.

COSA DICE LA CARTA DEI SERVIZI DELL’AZIENDA
“La fase di accettazione si basa sul servizio di Front Office e Triage infermieristico: all’ingresso ogni utente viene accolto in una postazione di accoglienza socio-relazionale da una equipe d’infermieri e personale appartenente alle Associazioni di Volontariato Croce Rossa Italiana e AVO.” Chiacchiere. Niente di tutto questo. Nessuna critica, nessun rilievo alla professionalità dei medici, degli infermieri, dei volontari: resta il fatto che sono troppo pochi di fronte ad un’utenza troppo vasta. L’accoglienza socio-relazionale viene di fatto svolta dalle guardie giurate, ed è proprio ad una di loro che mi rivolgo per capire, almeno, quando verrà il mio turno.
Sono stanco, incazzato. Chiedo lumi sul mio turno al buon vigilante, che guarda l’asciugamano ormai zuppo di sangue che mi fascia la mano e cerca tra i codici gialli. Faccio presente di essere soltanto verde, ed ecco la risposta. Devo aspettare ancora cinque codici verdi. A conti fatti, visti i diversi codici gialli in lista d’attesa, significano altre ore.
Perdo le staffe e mi metto a gridare (sbagliando) ma decido (non sbagliando) che neanche questa volta riuscirò ad avvalermi delle prestazioni del pronto soccorso dell’ospedale di Foggia. Me ne vado, sbattendo la porta (sbagliando perché comunque me la prendo con persone che stanno facendo il loro dovere e il loro lavoro).
Mi viene, però,  l’idea (brillante) di cercar miglior fortuna al pronto soccorso di Lucera.
È ormai l’una quando vi arrivo. Vi regnano una calma ed una tranquillità quasi idilliache. Busso e mi apre un infermiere, sorridente e rassicurante. Gli racconto la storia, gli dico la verità: sono scappato dall’inferno del pronto soccorso dei Riuniti di Foggia. Lui sorride, e mi dice che mi citeranno, però c’è da aspettare anche lì.
In realtà, il tempo di attesa è di soli cinque minuti. Quando mi fa stendere sul lettino della medicheria, mi racconta di essere da poco rientrato dal pronto soccorso degli ospedali riuniti di Foggia, dove aveva accompagnato un paziente: “È stata una pessima serata lì a Foggia, hanno avuto molte urgenze, ho dovuto aspettare anche io”. Nel frattempo il dito ha smesso di sanguinare, ma non è cosa buona perché, come mi comunica questa specie di angelo vestito da infermiere adesso sarà necessario riaprire la ferita per disinfettarla meglio. Il medico che si occupa della ferita è professionale, gentile. Il tutto si risolve in una decina di minuti. Mi applica quattro punti di sutura, anticipandomi che la piccola operazione sarà un po’ dolorosa, perché le dita sono particolarmente sensibili: non a caso sono gli organi tattili per eccellenza. Nel suggerirmi di praticare, il giorno dopo, una iniezione antitetanica, si scusa perché mi consegna il referto scritto a mano. Non funziona il computer.
All’uscita, la notte lucerina è fresca. Adesso l’inferno soltanto un ricordo.
Geppe Inserra

giovedì 15 luglio 2010

Capitanata bocciata anche dagli immigrati, che preferiscono andarsene

Non è una notizia di quelle da prendere sottogamba la posizione da quasi fanalino di coda rimediata dalla provincia di Foggia nella classifica del  gradimento da parte degli immigrati extracomunitari. Peggio di noi, secondo la graduatoria compilata dal Cnel, fanno soltanto le province di Nuoro ed Oristano. La Capitanata è al 101° posto, le due province sarde, rispettivamente, al 102° e al 103°.
Per la verità, non c’era da attendersi un piazzamento migliore, vista la pessima fama di cui godiamo per quanto riguarda l’accoglienza agli immigrati, più spesso sfruttati, se non proprio schiavizzati, che non organicamente integrati.
La classifica aveva per oggetto gli indici di integrazione, compilati dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro sulla base della risposta fornita dagli immigrati interpellati ad una semplice domanda: “dove si vive meglio in Italia?” Al primo posto si è classificata Parma, seguita subito dopo da Reggio Emilia.
Due riflessioni. La prima è che la graduatoria della vivibilità delle Province dal punto di vista degli extracomunitari ricalca sostanzialmente il punto di vista (e gli indicatori socio-economici) che producono la classifica della qualità della vita tout court. Come a dire che, se in un certo posto vivono bene e si trovano a loro agio gli indici, altrettanto succede ai forestieri, e viceversa. E l’amara conclusione del ragionamento è che in Capitanata stanno male tutti: chi ci è nato, e chi vi è approdato in cerca di lavoro o di fortuna.
La seconda riflessione è di natura politica, e dice che la capacità di integrazione espressa da un territorio e dalla sua comunità civile prescindono dal colore politico della maggioranza che il territorio governa. A Parma governano il Pdl e la Lega Nord, eppure il livello di accoglienza espresso dal territorio è alto. In Puglia e a Foggia governa il centrosinistra, ma la provincia e la regione sono agli ultimi posti (la Puglia è penultima)  per la loro capacità di integrazione, nonostante le numerose iniziative messe in campo per l’accoglienza.
Ed è proprio la politica ad essere chiamata in causa da questi dati che segnano, per la Capitanata e per la Puglia, un’amara sconfitta, l’ennesima amara sconfitta. Sarebbe interessante chiedere agli intervistati se si trovano meglio in provincia di Foggia o nei loro paesi d’origine: chissà che risponderebbero.
A rendere ancora più amaro il retrogusto lasciato dalla indagine del Cnel c’è il fatto che la politica e la società civile (non soltanto le istituzioni locali, ma anche il sindacato, il mondo dell’associazionismo) hanno tentato di voltar pagina, senza riuscirci. La manifestazione nazionale unitaria dei sindacati di qualche anno fa, gli alberghi diffusi varati dalla Regione come antidoto al caporalato ed allo schiavismo, sembrano essere passati del tutto invano. Non hanno inciso, non hanno prodotto l’atteso cambiamento, e forse non potevano farlo.
Da quest’ennesimo scacco patito dalla nostra terra dobbiamo pur ricavare una morale. E la morale è che dovremmo imparare, una volta per tutte, che il cambiamento non s’innesca con i colpi di teatro, con le conferenze stampa, con gli annunci. Non esiste alcuna bacchetta magica in grado di sprigionare cambiamento con un sortilegio. Modificare lo status quo ha bisogno di tempi lunghi e di piccoli passi. Ha bisogno di strategie corali e condivise, e soprattutto di un humus in grado di ottimizzare le piccole e grandi iniziative che vengono implementate nel territorio al fine di migliorarlo, di renderlo più vivibile.
Un parametro essenziale per discernere la vivibilità offerta da un dato territorio è dato dalla qualità dei suoi servizi. La scarsa qualità dei servizi messi in campo dalla nostra terra ci sembra l’elemento aggregante che connette la pessima performance che essa esprime sia in riferimento alla qualità della vita tout court, sia in riferimento alla capacità di accoglienza e di integrazione.
La diverse iniziative promosse all’indomani della tempesta suscitata dalla inchieste dell’Espresso sul cosiddetto “triangolo della schiavitù” non hanno sortito l’effetto sperato perché hanno dovuto fare i conti con l’humus – rarefatto ed impreparato – del territorio. Si possono anche creare alberghi diffusi, ma se poi l’offerta non viene coordinata con la disponibilità di collegamenti pubblici, se le strutture vengono mal gestite oppure i destinatari  non ne conoscono l’esistenza, il servizio non decolla, la bilancia tra costi e benefici volge soltanto a vantaggio dei primi, la qualità della vita sprofonda.
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