giovedì 29 dicembre 2011

Come saremo tra cinquant'anni?

Come saremo tra cinquant’anni? Molti di meno, prima di tutto, probabilmente più multietnici. Con il concreto rischio di una irreversibile “desertificazione” dei comuni più piccoli.
Sono i dati che si ricavano dalla indagine svolta dall’Istat, che ha effettuato una serie di proiezioni demografiche ipotizzando lo scenario della popolazione nel 2065. Incrociando i dati Istat relativi alla Puglia con gli scenari demografici disegnati dalla due recenti indagini del Sole 24 Ore e dell’associazione Meglio Foggia, cerchiamo di  capire che cosa potrà succedere nei prossimi decenni.
Cominciamo dai dati dell’Istituto Nazionale di Statistica che interessano la Regione Puglia. Lo scenario che si prefigura è quello di un vistoso calo demografico: i cittadini residenti in Puglia sono attualmente917.690. Secondo le stime dell’Istat, si ridurranno nel 2065 a 3.173.569, con un calo di 917.690, pari al 23% della popolazione attuale. Crescerà l’età media della popolazione, buona parte della quale sarà ultracentenaria: oggi i fortunati che superano il secolo di vita sono soltanto 805, ma nel 2065 diventeranno la bellezza di 20.098.
Come si è già detto, saremo (anzi, a voler essere precisi, sarete...) molti di meno rispetto ad oggi, e poi, più anziani, ma anche più multietnici: la popolazione residente straniera quasi si triplicherà, passando dalle 95.709 unità di oggi  alle 288.913 unità stimate per il 2013, con una crescita di 193.204 unità.
La popolazione pugliese diminuirà sia per effetto della crescita zero, sia per la persistenza di un consistente fenomeno migratorio. L’appuntamento con la temuta crescita zero è ormai prossimo: l’Istat prevede che fino al 2012 si manterrà attivo il saldo tra nati e morti, che è stato per quest’anno di 1622 unità, è stimato a 682 unità per il prossimo anno, ma comincerà ad esporre il segno meno già a partire dal 2013, con -290 unità. Il fenomeno andrà crescendo costantemente (e quasi esponenzialmente) nel tempo, fino a raggiungere nel 2065 la cifra di 28.239. Il che significa che continueremo a decrescere al ritmo impressionante di meno 30.000 pugliesi l’anno.

mercoledì 28 dicembre 2011

Legge per la tutela della musica popolare, occasione importante per la Capitanata


L’appuntamento in programma a Carpino, sabato 7 gennaio prossimo, potrebbe rappresentare un punto di svolta per la cultura in provincia di Foggia, e per diverse ragioni. La prima è che offre l’opportunità di star dentro ad un movimento di grande spessore, facendolo diventare più autenticamente pugliese. La seconda è che può aiutare quanto operano nella cultura di Capitanata a superare il gap che sovente ci vede indietro le altre province pugliesi in termini di organizzazione, di metodo, di sistema.
Ma cosa accadrà nella patria della tarantella garganica? L’appuntamento consiste nella presentazione e nella discussione della proposta di legge regionale sulla tutela e valorizzazione della musica pugliese di tradizione, presentata dal consigliere Sergio Blasi. La manifestazione si terrà, alle ore 11, presso il centro culturale intitolato al grande cantore carpinese, Andrea Sacco.
Interverranno, assieme a una serie di operatori impegnati nel movimento musicale pugliese: lo stesso Sergio Blasi, Sergio Torsello, direttore artistico del Festival La Notte della Taranta e Vincenzo Santoro, operatore culturale, materiale estensore della proposta di legge.
L’incontro di Carpino coincide con la terza tappa del tour che i promotori della iniziativa hanno organizzato per discuterla con il mondo pugliese della musica e della cultura. I primi due incontri si sono svolti a Bari e a Lecce, e la scelta di Carpino come sede della tappa dauna assume un valore simbolico.

sabato 24 dicembre 2011

La lettera di mons. Tamburrino: la crisi si supera attraverso la misericordia


È passata quasi del tutto sotto silenzio l'ultima lettera pastorale che mons. Francesco Pio Tamburrino ha inviato ai fedeli della diocesi di Foggia. E la notizia - o più precisamente la "non notizia", il desolante silenzio con cui i mass media hanno accolto il messaggio episcopale - la dice lunga su cosa faccia notizia e cosa no, nel capoluogo dauno. I nostri politici dichiarano e pontificano su tutto e su tutti e giornali e televisioni sono sempre là pronti a raccogliere e diffondere le loro parole l'aria fritta.
Neanche un rigo invece di commento alle parole dell'arcivescovo di Foggia. Mons. Tamburrino non è nuovo a questo tipo di comunicazione, e sceglie anzi spesso la lettera pastorale come strumento per rivolgersi ai fedeli ed ai cittadini. Per sua natura, il presule non ama i clamori mediatici: per diffondere la sua lettera ha scelto il mezzo più giusto e più efficace: l'ha fatta stampare e ne ha fatto dono ai fedeli, che ne hanno ricevuto copia alla Messa di domenica scorsa. Qualcuno forse auspicherebbe strategie di comunicazione, come dire, più à la page: una conferenza stampa o perché no una pagina su Facebook. Ma si può affidare la ricchezza di un messaggio così profondo come quello trasfuso dall'Arcivescovo nella sua (peraltro particolarmente corposa) lettera, alle leggerezza dei bit dei social networking o ai ritmi sincopati dei format televisivi. A noi piace così.

mercoledì 14 dicembre 2011

Ciao, caro Enzo


Era un decano del giornalismo foggiano, ma soltanto per ragioni anagrafiche. Enzo è stato sempre giovane dentro, come ha ampiamente testimoniato nell'impegno profuso, pur provato dalla malattia, nell'ultima sfida che abbiamo vissuto insieme: l'implementazione di alcuni nuovi servizi del sito web alla Provincia di Foggia.
Era sempre disposto ad osare il nuovo, ma sempre anche profondamente radicato a quell'antica Foggia di cui la famiglia Ciampi è stata una illustre protagonista.
Le nostre strade professionali si sono spesso incrociate, e ricordo con particolare nostalgia la collaborazione in Giornali e caffè, trasmissione che aveva inventato lui, e che ci vedeva spesso insieme a sorbire il caffè del mattino commentando le notizie del giorno davanti alle telecamere di Teleradioerre, lui direttore responsabile, io direttore editoriale.
Non era un momento facile per la redazione, che si trovava alle prese con un delicato passaggio di proprietà della testata. Enzo Ciampi seppe pilotare quella fase con intelligenza, ma anche con la necessaria tenacia.
Non si arrabbiava mai e trasudava senso civico ad ogni intervento, con una compostezza ed una signorilità che vanno additate ai colleghi più giovani, che spesso indulgono a polemiche eccessive. Insieme cercammo di fare di Teleradioerre "la televisione della ggente" (con due g, come si dice a Foggia), ed un pezzo importante di quella storia fu il raccontare il pallone, con passione ma anche con l'idea che Foggia e il Foggia sono coincidenti, la città si specchia nella squadra, e viceversa.
Ho sempre ammirato la sua misura, quando parlava del Foggia così come quando parlava della politica la cui inadeguatezza metteva a dura prova il suo incrollabile senso civico. Ho però conservato per anni una sua mitica telecronaca. Telefoggia era appena agli albori e il Foggia  si giocava la seria A in casa sfidando il Pescara. Per quasi novanta minuti la palla non volle saperne di finire in rete. L'arbitro stava quasi per fischiare la fine quando ci pensò Gianni Pirazzini a sbloccare il risultato. La manifestazione di giubilo di Enzo dai microfoni fu degna di quelle dei telecronisti brasiliani.
Ci mancherai molto, caro Enzo.

giovedì 17 novembre 2011

L'idrogeno di Accadia e la vertenza trasporti: Capitanata in bilico

Quanto è strana, certe volte, la cronaca quotidiana, che si diverte a far coincidere ombre e luci, chiari e scuri, proteste e speranze. Viviamo giorni così: domani, a Foggia, le forze sociali e la società civile, una volta tanto compatte, scendono in piazza per la vertenza trasporti, per protestare contro i tagli all'aeroporto e alle ferrovie. Oggi, cinquanta chilometri ad ovest, sui Monti della Daunia, in quel di Accadia, viene invece presentato un progetto che potrebbe aprire nuovi e fino a ieri impensabili orizzonti di sviluppo all'economia provinciale.
La cronaca racconta i fatti, e niente avviene mai per caso. Queste ombre e queste luci che si sovrappongono, stanno a dire che niente è mai del tutto bianco e niente è mai del tutto nero. La vita volge al grigio di per sé: viverla meglio o peggio, è una questione di sfumature, di scelte.
In fondo, la disperazione che verrà domani gridata dal capoluogo e la speranza che timidamente s'affaccerà oggi da Accadia hanno un comune denominatore, che è l'espropriazione del territorio, inteso non soltanto come realtà fisica e naturale in cui risiedono delle persone, ma come "unicum" tra le persone e il loro contesto, di persone che vivono non soltanto "nel" territorio ma "il" territorio, lo utilizzano, lo governano, lo tutelano.

venerdì 4 novembre 2011

Rispettare le regole produce sviluppo


Il Workshop sulla Responsabilità Sociale delle Imprese promosso dal Gal Meridaunia. Ma quale prezzo ha pagato l'economia provinciale alla mancanza di regole? Il caso dei patti territoriali, dello scippo energetico e dell'aeroporto Gino Lisa
Le due facce dello sviluppo locale. Nel Tavoliere, un bracciante extracomunitario percepisce due euro e mezzo per ogni cassone riempito di pomodori. Una miseria, ai limiti dello schiavismo. Ma se un'azienda intende assumere legalmente un immigrato per farlo lavorare nei campi, può aspettare fino a tre mesi, perché si tratta di una procedura complicatissima, incompatibile per i tempi ferrei che regolano il raccolto.
Sono due la le tante contraddizioni dell'economia provinciale raccontate nel corso del workshop sulla Responsabilità Sociale delle Imprese (che d'ora in poi indicheremo sinteticamente con l'acronimo RSI) promosso dal Gal Meridaunia, come sempre molto attento alle questioni che riguardano il futuro e lo sviluppo del territorio.
Il tema è di quello da far tremare le vene ai polsi: ragionare in queste plaghe di RSI è un po' come parlare di corda in casa dell'impiccato. Ma la suggestiva cornice del nuovissimo Incubatore d'Impresa costruito a Candela proprio dal Gal Meridaunia induce all'ottimismo ed alla speranza, nonostante l'uditorio non propriamente folto. Se non altro, qualcosa si muove.

L'ASSESSORE PAZIENZA: "I PATTI? UN BUCO NELL'ACQUA"
È difficile spiegare in sintesi cosa sia la RSI, ma proviamoci. La Responsabilità Sociale delle Imprese È un pacchetto virtuoso che sta a metà tra la legittima logica del profitto che l'impresa deve perseguire, e l'impatto sociale ed ambientale provocato dalle sue azioni. Se vogliamo, la RSI è la quintessenza di quello sviluppo sostenibile di cui tanto si è parlato e vagheggiato, ma di cui assai poco si è visto. Tanto basta affinché i diversi interventi che si susseguono regalino ai pochi cronisti ed al pubblico presente una discussione una volta tanto fuori dai denti. Il tema di fondo è: l'economia della provincia di Foggia si troverebbe in una situazione meno critica, se le imprese avessero profuso una maggiore responsabilità sociale?
Non ha dubbi in merito l'assessore provinciale alle attività produttive, Pasquale Pazienza che punta il dito contro i patti territoriali che si sono risolti in un "buco nell'acqua". "I patti - spiega Pazienza - hanno attirato capitali esogeni che sono poi andati via una volta finito il quinquennio di durata contrattuale, e non hanno lasciato niente al territorio."
L'assessore fa autocritica. "Abbiamo fatto molto poco per sensibilizzare le imprese, avremmo dovuto governare meglio la fase della concertazione: sarebbe stato il caso che venissero premiati i progetti sorretti da joint venture composte da capitali esterni e capitali locali. Una volta andati via questi ultimi, sarebbe rimasto comunque qualcosa."
Pazienza mette sotto accusa anche le aziende che operano nel settore energetico, rivelando i dati sconcertanti di una indagine promossa dal suo assessorato: "Resta sul territorio soltanto il 5-6% del valore aggiunto liberato dalle fonti rinnovabili. È troppo poco, occorrerebbe una maggiore responsabilità sociale d'impresa."

CASORIA: RILANCIARE LO SVILUPPO, RISPETTANDO LE REGOLE
Più ottimista il presidente del Gal Meridaunia, Alberto Casoria: "La Puglia non è soltanto il Salento e la provincia di Foggia non è l'anello debole della catena dello sviluppo pugliese. Noi ripudiamo con forza questo concetto: abbiamo le intelligenze e le competenze per imboccare la strada dello sviluppo." Un caso esemplare arrivare proprio dal Gal Meridaunia, che si occupa di un piccolo pezzo (e marginale) del territorio pugliese come l'Appennino Pugliese, ma che sta crescendo, proprio per effetto delle buone prassi implementate dal Gal.
Casoria non ha dubbi nell'individuare la strategia da perseguire: il rispetto delle regole, la correttezza, che sono stati anche il segreto del successo di Meridaunia. "L'economia - incanza il presidente - viene sopraffatta dalle cattive prassi, dalla sopraffazione. L'economia muore quando non rispettare le norme diventa una regola di comportamento. Dobbiamo invertire la rotta, dobbiamo farlo per i nostri giovani, per il loro futuro." Sul concetto delle regole si sofferma anche Giuseppe Avallone (Borgomeo&Co.) che all'uditorio illustra le linee guida con cui l'OCSE ha disciplinato la RSI: "Combattere l'illegalità non è soltanto un fatto etico, ma un impegno per dare slancio all'economia. La corruzione turba il mercato, e la crisi che viviamo deriva anche
dal fatto che il mercato non è costruito secondo regole corrette."

BISCOTTI: OK I PATTI, MA È MANCATA LA PROPENSIONE AL RISCHIO
Alle critiche sui patti territoriali espresse dall'assessore Pazienza risponde Nicola Biscotti, protagonista indiscusso della stagione della concertazione in Capitanata. All'epoca presidente dell'Assindustria Dauna, ha guidato o guida i patti di Foggia, Candela-Ascoli e il patto della pesca: "Ci sono imprese che hanno operato anche per 12 anni nell'ambito del patto, e 12 anni rappresenta un ciclo economico. Il problema non riguarda solo i patti ma un po' tutta l'economia: ci sono imprenditori veri ed imprenditori finti ed io stesso, dalla cabina di regia dei diversi patti, sono stato spesso costretto ad adottare provvedimenti di revoca dei finanziamenti. Purtroppo l,a stagione della concertazione non è riuscita ad alimentare la propensione al rischio, che avrebbe dovuto scaturire dai patti: il problema sta proprio nella necessità di consolidare la RSI nella coscienza economica provinciale."
Non mancano, però, le buone prassi, i casi esemplari, che lasciano ben sperare per il futuro. E sono quelle raccontate da Paolo Tanese (presidente di Elpendù ed Escoop) che in videoconferenza da Helsinki, illustra le storia virtuose delle cooperative sociali pugliesi che hanno ottenuto la certificazione di qualità in materia di RSI, o gli esempi di micro partnership sociali illustrati da Fabio Quitadamo, direttore dell'associazione Sistema Sviluppo, o il sistema di RSI vigente presso la XARTA, un'azienda informatica di Anzano di Puglia, illustrato dalla dott.ssa Ciamarra.
Altro leit motiv degli interventi (come quelli di Matteo di Mauro, direttore della Camera di Commercio, Giusi Albano, responsabile PMI dell'Assindustria Dauna, Felice Cappa della Cisl e Massimo Mezzina direttore della Compagnia delle Opere) è il timore di una crescente periferizzazione della Capitanata nello scacchiere dello sviluppo regionale.
Si sente parlare spesso dell'aeroporto Gino Lisa, ormai fermo dopo la soppressione dei voli dovuta al mancato rifinanziamento della Regione.

L’ASSESSORE GENTILE: LA RSI È UN PROCESSO CULTURALE
E proprio dalla questione del Lisa parte l'assessore regionale al welfare, Elena Gentile, nelle sue conclusioni, inquadrando il problema in una prospettiva più ampia e se vogliamo provocatoria: "La RSI non è una nobile manifestazione di filantropia, ma un'idea, un processo culturale che impegna le aziende anche a un nuovo modello di mercato. In Puglia stanno crescendo le esportazioni ed anche l'occupazione, ma purtroppo il sistema delle imprese della Capitanata non riesce ancora ad agganciare questa opportunità, non comprende che l'idea di un'impresa socialmente responsabile è coerente con l'idea di sviluppo ed il protagonismo sui mercati dei prodotti del Sistema Puglia".
L'assessore Gentile sciorina dati allarmanti. Solo 260 domande giunte dalla provincia di Foggia per la "dote occupazionale", a fronte delle 2000 pugliesi e delle 700 arrivate alla Regione dalla sola provincia di Lecce. Ancora peggio sono andate le cose per quanto riguarda i tirocini formativi: su 6.000 contratti, solo 61 le domande targate Foggia. "Con queste cifre - chiosa Elena Gentile - non giochiamo neppure la partita, la perdiamo a tavolino."
L'idea che lancia l'assessore  è di una coesione, vera, senza se e senza ma. Anche in riferimento al Lisa: "I problemi finanziari della Regione sono un dato di fatto, ma non bastano le rivendicazioni tout court, abbiamo bisogno di un progetto per l'aeroporto più solido, e meglio incardinato nelle potenzialità del territorio."
Una volta tanto, a Candela, si è parlato di sviluppo senza peli sulla lingua. Basterà a rilanciare il confronto sul futuro dell'economia dauna?

venerdì 14 ottobre 2011

Dai Monti Dauni un'idea per lo sviluppo: la forestazione produttiva


Negli anni ottanta mancò una logica di sistema. Non a caso la sfida riparte da Orsara, un comune che ha saputo investire sul "locale" e sull'identità.
La forestazione produttiva rappresenta un'altra delle occasioni perdute dalla Capitanata per imboccare, ma seriamente e non con le solite chiacchiere fritte, la strada di uno sviluppo autocentrico, cioè fondato sulle risorse endogene del territorio.
Non è un caso che questo comparto fosse uno dei capitoli salienti di quello "Progetto Capitanata" voluto dalla Provincia, allora guidata da Franz Kuntze. La maggiore produzione di legno resa possibile dagli interventi di forestazione che il Progetto avrebbe dovuto implementare, doveva servire ad alimentare, riducendo i costi di trasporto che nel caso del legname incidono notevolmente sul prodotto finito, la filiera legno mobilio, che in quegli anni era particolarmente viva e competitiva a San Severo e nella Capitanata settentrionale.
C'è da dire che, una volta tanto, la bella intuizione non restò solo sulla carta, anche perché nel suo sforzo fu sostenuto da esponenti di primo piano del "Progetto Capitanata", con Federico Pirro, che fu uno degli autori, e Antonio Grosso, assessore provinciale. I due sedevano nei configli di Amministrazione della Insud e della Finfor, una finanziaria della stessa Insud che si occupava, appunto, di sostenere le iniziativa di forestazione produttiva.

giovedì 6 ottobre 2011

La morte di Steve Jobs / Un geniale sognatore, che ci ha fatto sognare


Appartengo a quella vasta fetta di umanità che, come ha detto Obama, ha appreso della morte di Steve Jobs da un computer pensato da lui. Qualche minuto prima che Safari (geniale e superveloce browser della casa di Cupertino guidata da Jobs) si aprisse sulla home page di Google che recava la ferale notizia, caso più unico che raro, avevo dovuto riavviare il Mac che non voleva saperne di uscire dallo stato di stop. Era diventato lentissimo. Era come se piangesse.
Esagero? Forse sì. Si sa che i computer non hanno un’anima. Ma è un dato di fatto che grazie a Steve Jobs, per la prima volta, hanno avuto una interfaccia umana. E che grazie a questa interfaccia e ad Internet, da freddi calcolatori si sono trasformati in un mezzo di comunicazione che non ha precedenti nella storia degli essere umani.
Steve Jobs è stato un campione – anzi “il” campione – di una globalizzazione dal volto umano che ha veramente fatto del mondo un villaggio. Questo giornale è fatto largamente con e grazie alle tecnologie inventate da questo splendido e geniale innovatore. Le intuizioni, le sfavillanti anticipazioni di Jobs fanno parte ormai della nostra vita quotidiana, sono divenute quasi delle protesi per noi, cittadini del mondo villaggio: dall’Ipod all’Iphone, all’Ipad.

mercoledì 27 luglio 2011

Vivere da comunisti il ventesimo secolo: Carmelina Panico, prima donna dirigente sindacale della Capitanata

La vicenda personale e politica di Carmelina Panico è un bel paradigma di cosa abbia significato vivere da comunisti nel secolo scorso: assai di più di un'opzione ideologica; piuttosto una scelta totalizzante, che ha coinvolto passione politica, affetti familiari, lavoro quotidiano. Nella sua esistenza, l'essere donna, mamma e dirigente politica e sindacale sono stati un intreccio indissolubile.
Sarebbe bello poter stabilire cos'è che, in una vita, ad un certo punto ne orienta il corso, quale molla o accadimento lo fa diventare irrevocabile. Se il destino, o i valori che uno si porta dentro. Nel caso di Carmelina Panico fu certamente il suo innato desiderio di dedicarsi agli altri, la sua sconfinata generosità.
È stata una vita ricca di scelte, e a volte anche di bivii. I primordi della sua formazione sociale si consumano in bilico tra l'attività della parrocchia e i primi passi del Partito comunista, appena uscito dalla clandestinità, che a Cerignola si riorganizza nel mito di Giuseppe Di Vittorio.
Nell'uno e nell'altro contesto, nella città del Basso Tavoliere sono particolarmente attive le ragazze: l'arrivo degli alleati ha fatto schiudere nuovi orizzonti di partecipazione e di libertà, che coinvolge molto i giovani e le donne. La molla del destino scatta quando il parroco vieta alle ragazze che frequentano l'oratorio di prendere parte alle attività del Partito comunista. Non siamo ancora alla guerra fredda, ma già si respira aria di divisioni ideologiche, che conducono fatalmente a scelte di vita. Carmelina, impegnata con un gruppo di ragazze in una raccolta di fondi per le famiglie dei comunisti ancora detenuti o confinati, non ha dubbi. Sceglie il Partito. A Cerignola, il movimento femminile era stato sempre particolarmente forte e radicato, distinguendosi nell'organizzazione di manifestazioni di protesta già da prima del fascismo e per una partecipazione costante a tutte le iniziative di piazza. Ne era stata un'autorevole esponente la nonna di Carmelina, Savina Rapillo, anarchica, che aveva preso parte a clamorose azioni come un (riuscito) assalto al carcere per liberare detenuti politici socialisti, tra cui il fratello, o la protesta contro l'aumento del prezzo del tabacco, durante la quale le donne infuriate avevano gettato le pipe sotto il municipio. Di nonna Savina, proprio Carmelina amava raccontare un significativo episodio: poco dopo la fine della prima guerra mondiale, durante un'infuocata assemblea per l'estensione del voto alle donne, presieduta da Angelica Balabanova, dirigente nazionale del Partito socialista e direttrice dell’Avanti, aveva zittito un ispettore di polizia che aveva intimato all'oratrice una maggiore moderazione nei toni del discorso.
Dopo la Liberazione e la caduta del regime, le donne, soprattutto le più giovani, svolgono a Cerignola una funzione decisiva nella ricostruzione della democrazia. Il 22 marzo 1944, scendono in piazza quasi in mille, rifiutando di riscuotere il sussidio militare, ritenuto irrisorio. Con la mediazione del comando militare alleato di occupazione riescono ad ottenere 100.000 lire a titolo di sussidio integrativo.
La partecipazione femminile è decisiva anche nell'orientare il corso degli eventi politici dell'immediato dopoguerra. Quando l'Amgot e la Prefettura devono scegliere il sindaco e la scelta cade su un moderato, Michele Tortora, mentre la volontà popolare propende per un sindaco di sinistra, sono le donne a dissuadere Tortora ad insediarsi nell'incarico.
Le prime riunioni si svolgevano nell'abitazione di Santella Russo, madrina di battesimo di Carmelina. In quella cellula ante litteram, si ritrovavano soprattutto i giovani, per organizzare le diverse iniziative politiche, ma anche più semplicemente per stare insieme, cantare, ballare.
L'umile abitazione del rione Sant'Antonio si rivela un formidabile laboratorio politico, contribuendo alla formazione di un pezzo importante della classe dirigente del partito e del sindacato, e non solo di Cerignola. Qui Carmelina conoscerà il compagno della sua vita e il padre dei sue tre figli, Vincenzo, e sempre qui si forgerà e si avvierà all'attività politica e sindacale suo fratello Pasquale, che sarebbe diventato, tra l'altro, segretario della Camera provinciale del lavoro della Cgil, consigliere regionale e senatore della Repubblica del Pci.
Vincenzo è figlio di Marco Pizzolo, esponente di punta del movimento antifascista di Cerignola, amico personale di Giuseppe Di Vittorio. Quando incontra Carmela è appena rientrato a Cerignola dopo un lungo peregrinare, con la sua famiglia, per seguire il padre, confinato dal regime. A Tremiti, Vincenzo aveva lavorato come postino, portando la posta a Sandro Pertini, quindi si era trasferito col resto della famiglia prima a Favignana in Sicilia, quindi a Gesualdo.
La ritrovata libertà e l'ansia di riscatto fanno presto di Cerignola un punto di riferimento nelle lotte bracciantili che portano all'occupazione delle terre degli agrari. Queste battaglie sono la scuola di formazione politica e sindacale di Carmela e Pasquale Panico e di Vincenzo Pizzolo. Per tutti loro, l'impegno politico e sindacale diventa una scelta di vita.
Anche in questo caso, ad assolvere un ruolo, a far scattare la molla è l'imperscrutabilità del destino, sospeso tra caso e scelte.
Sia Pasquale che Vincenzo sono braccianti agricoli, e per loro la lotta per la terra è il sogno di un avvenire migliore. Le poche versure strappate ai latifondisti non sono sufficienti ad assicurare una vita dignitosa alle rispettive famiglie. Assieme a Carmelina hanno però un forte ascendente sulle ragazze ed i ragazzi di un movimento che sta diventando addirittura imponente. Nel 1945, la federazione giovanile comunista di Cerignola annovera 2.000 iscritti, di cui 800 donne.
Carmelina, Vincenzo e Pasquale diventano così, come si diceva all'epoca, rivoluzionari di professione.
Il suo primo incarico pubblico la vede componente della commissione comunale che controlla la distribuzione dei viveri, sottoposti a razionamento. Carmelina si distingue subito per la sua capacità organizzativa: il 1° maggio 1946 promuove una grande manifestazione femminile per la pace, con tutte le giovani donne in abito da sposa, ed una gigantesca colomba in cartapesta trainata da un carro. È particolarmente attiva nell’organizzare la partecipazione femminile ad altre battaglie importanti di quegli anni, come quella per ottenere la realizzazione dell'invaso di Capacciotti, necessaria per migliorare le redditività dei terreni agricoli.
Carmelina si rivela un vero talento per il modo con cui riesce ad avvicinare le donne, i braccianti, e a stabilire rapporti cordiali con i lavoratori, grazia ad una straordinaria carica umana, ma anche alla capacità di compenetrarsi nei problemi dei compagni.
Viene eletta in consiglio comunale a Cerignola, e poco dopo diventa responsabile della Federbraccianti comunale. È la prima donna che nella Cgil della provincia di Foggia abbia rivestito incarichi direttivi.
Fin dai primi passi nel mondo sindacale, Carmelina esprime quel che resterà una costante di tutta la sua lunghissima militanza: un'attenzione spasmodica al tesseramento, al reclutamento degli iscritti, al contatto costante e quotidiano con la base, nella consapevolezza che l'organizzazione cammina con le gambe delle persone che vi aderiscono, e prospera con il loro cuore e la loro intelligenza.
Ma sono tempi duri, difficili, di tensione sociale acutissima. C'è la guerra fredda, c'è il tentativo della Democrazia cristiana di governare ideologicamente la riforma agraria, mettendo all'angolo i coltivatori ed i braccianti di sinistra. Carmelina deve lottare su due fronti: contro le discriminazioni nei confronti dei lavoratori della Cgil e contro il sottosalario delle donne lavoratrici, pagate assai meno dei loro colleghi maschi. A volte, come confesserà in una memoria pubblicata in Uomini e Donne protagonisti in Puglia (prefazione di Guglielmo Epifani, Levante Editori, Bari) si sente stanca, quasi pentita di aver accettato l'incarico. Ha una famiglia da tirare avanti, ormai. Ma non si arrende.
Dopo aver frequentato la scuola di formazione sindacale a Faggeto Lario, vicino Como, torna a Cerignola e comincia ad occuparsi dell'organizzazione del sindacato anche nel resto del Basso Tavoliere: a Trinitapoli, è responsabile della commissione femminile della Cgil, a Stornara conduce una serie di lotte per affermare il diritto delle donne a percepire lo stesso salario degli uomini. Di fronte al tentativo della Democrazia cristiana di monopolizzare le assunzioni nei campi, attraverso l'ufficio di collocamento, organizza le donne addette alla "barbatella" - braccianti poverissime, madri di famiglie numerose e spesso anche con i mariti in carcere -, riuscendo ad ottenere per loro un miglior trattamento salariale.
La sua incrollabile convinzione è che si possono vincere le sfide più insidiose soltanto se il sindacato è unito, e forte.
Carmelina ha un'idea controcorrente rispetto alla teoria della "cinghia di trasmissione" che in quegli anni influenza i rapporti tra il maggior sindacato, la Cgil, ed il maggior partito della sinistra, il Pci. Nel sentire comune, il sindacato era nulla più che la cinghia di trasmissione del partito: ma per la giovane e tenace sindacalista di Cerignola non era così. Viveva a pelle l'autonomia del sindacato, ancora prima che Giuseppe Di Vittorio, dopo i fatti dell'Ungheria, strappasse definitivamente il cordone ombelicale che legava le due organizzazioni di massa.
Questo senso dell'autonomia si rivela tutto quando Carmelina "arruola" nelle file sindacali un altro dirigente del primo piano del movimento sindacale pugliese, Vincenzo Valentino, consigliere comunale del Pci, convincendolo ad accettare l'incarico di capolega dei braccianti a Cerignola perché "è più importante che fare il consigliere comunale". "Il nostro - ricorda nella memoria che abbiamo citato - era un lavoro difficile, sempre a contatto con i lavoratori, e non c'era molta gente disponibile."
Nel 1960, Carmelina e suo marito Vincenzo Pizzolo prendono una decisione importante: si trasferiscono con i tre figli Marco, Sabatina e Maria Giovanna, a Foggia: sono stati chiamati a svolgere incarichi politici di livello provinciale, e quindi devono lavorare nel capoluogo.
Vincenzo viene incaricato di guidare l'Alleanza Contadini, la moglie viene chiamata nell'UDI (Unione Donne Italiane). Per entrambi si tratterà però di una parentesi, in quanto dopo pochi mesi Carmelina tornerà a tempo piano nel sindacato, entrando nella segreteria provinciale della Federbraccianti, e suo marito si occuperà a tempo pieno del partito, come funzionario della federazione provinciale del Pci.
Due storie, più di altre, denotano la qualità e la cultura sindacale di Carmelina Panico. Sono storie di vertenze, di lotte, di vittorie.
Nel 1962, è in prima linea (in quanto rappresentante sindacale in seno al comitato provinciale Onmi) nell'affrontare una questione annosa della condizione femminile nel Sud, la mancanza di asili nido per i figli delle donne lavoratrici. Il sindacato sottoscrive una convenzione con l'ispettorato provinciale del lavoro per la raccolta delle olive. Le braccianti non possono però usufruire della legge che eroga il servizio di asilo nido per i figli delle lavoratrici: la norma vuole che le aziende debbano avere almeno cinquanta dipendenti, circostanza molto difficile da verificarsi, nel settore agricolo. Per giunta, il solo asilo nido operante in provincia di Foggia è ubicato alla Cartiera: nel resto della provincia non c'è nulla, e tantomeno nei centri agricoli. La Federbraccianti si mobilita ed assieme all'Onmi raggiunge un importante accordo: l'apertura di asili nido nei centri dov'è più significativa l'occupazione agricola, con la corresponsione, da parte dei datori di lavoro di un contributo di 50 lire al giorno a favore dell'Onmi che così può estendere i suoi servizi anche ai figli delle braccianti.
Il secondo episodio viene raccontato da Giovanni Novelli ne Il debito d'onore (prefazione di Guglielmo Epifani, Spi Cgil, Foggia 2003). Carmelina Panico è responsabile femminile della Federbraccianti provinciale, e nel 1965 è chiamata a stipulare uno dei suoi primi contratti, nell'autunno del 1965, a Mattinata.
Si tratta di disciplinare la raccolta delle olive, dove vigono ancora sistemi feudali. Il salario viene corrisposto infatti alle donne in natura, in olio, e quel che è peggio non viene pattuito prima, ma viene stabilito soltanto a raccolta effettuata, unilateralmente. Carmelina in quei giorni si trova a poca distanza dalla ridente cittadina garganica. È infatti a Siponto, dove partecipa ad un corso di formazione promosso dalla Federbraccianti. Data la vicinanza, viene inviata a tenere un'assemblea a Mattinata dove si rende subito conto della gravità della situazione. Alla riunione partecipa un buon numero di donne, ma pochi uomini: per lo più "capi scalari", addetti al trasporto delle scale per la raccolta, ed al coordinamento del lavoro, che viene svolto poi dalle donne.
La sindacalista spiega che è ormai giunto il momento di chiedere ai padroni di sottoscrivere un regolare contratto, che di un rapporto di lavoro regolato si gioverebbero tutti, sia uomini che donne, e dà appuntamento al giorno dopo, per mettere a punto le necessarie iniziative di lotta. La partecipazione all'assemblea del giorno successivo è impressionante. Si decide di proclamare lo sciopero generale, ma Carmelina si rende conto che da sole le donne di Mattinata possono poco, di fronte all'arroganza dei padroni ed alla necessità di ribaltare una servitù che va avanti da secoli.
Torna a Siponto e, come riferisce Novelli nel libro citato, si rivolge direttamente ai corsisti: "Le braccianti ed i braccianti agricoli di Mattinata da soli non possono farcela. Fino a questo momento voi avete studiato teoria. Ora avrete la fortuna di fare subito pratica e vedere a quanto serve ciò che avete appreso. Perciò dobbiamo cambiare programma ed invece di continuare la teoria faremo, con il permesso dei docenti, una bella esercitazione pratica. Il corso di formazione cambia sede e si sposta a Mattinata. Alle quattro di domani mattina dobbiamo stare tutti sul posto, perché dobbiamo svegliare il paese e guidare i lavoratori e le lavoratrici all'occupazione del municipio, delle aziende e dell'oleificio".
Il giorno dopo, all'ora convenuta, sono presenti trecento ragazze che sfilano per il paese, bloccando gli accessi. Alle sette il corteo è diventato enorme: le aziende olivicole sono tutte picchettate, e la raccolta è praticamente bloccata. Si continua a lavorare soltanto nell'oleificio: ma poco dopo la produzione viene bloccata anche lì, grazie ad un espediente ideato da alcuni corsisti di Siponto, che si fingono ispettori del lavoro ed una volta entrati nello stabilimento bloccano la centralina elettrica.
Le aziende sono costrette a sedersi al lavoro della trattativa, per la prima volta: il sindacato spunta un contratto di gran lunga più favorevole di quanto non ci si aspettasse. "Al risultato salariale - chiosa Novelli - si accompagna quello organizzativo; a fine campagna, ben 400 donne sono iscritte alla Federbraccianti."
Il contributo che Carmela Panico ha dato all’emancipazione delle lavoratrici agricole in Capitanata è stato straordinario. Dalla vertenza di Mattinata in poi, è stato un crescendo di lotte per i contratti, fino a quella, memorabile, che sul finire degli anni Sessanta appuntò sulla Capitanata l’attenzione di tutto il Paese.
Alla vigilia della rivoluzione irrigua e della meccanizzazione che avrebbe portato alla espulsione di considerevoli quote di manodopera dai campi, i braccianti volevano poter contare di più nelle aziende, volevano poter dire la loro sui piani colturali, e per imporre la loro volontà dettero vita allo sciopero forse più imponente che la storia sindacale della provincia di Foggia ricordi, fermandosi per diverse settimane, sostenuti da una catena di solidarietà che rappresenta anche una storica e struggente pagina di partecipazione e di democrazia.
Carmela Panico fu sempre in prima fila in queste battaglie, così come in quella intensa stagione progettuale che, negli anni ottanta, portò la Federbraccianti ad elaborare un vero e proprio piano di sviluppo della Capitanata. E volle essere in prima linea anche dopo essere andata in pensione, dopo la morte prematura di suo marito Vincenzo, al termine di un percorso sindacale ricco di impegni ma anche di soddisfazioni. Manco a dirlo, aderì allo Spi Cgil, il sindacato dei pensionati, che l’ha avuta attiva protagonista fino agli ultimi giorni, componente della segreteria provinciale e responsabile del coordinamento donne, sempre molto attiva sul fronte delle iniziative per la pace.
Tra le cose più belle della sua vita, questa sicuramente non scritta dal caso, ma dall’anima, da ciò che è stata, dai valori che ha vissuto ed ha trasmesso, c’è che Carmela Panico ha vissuto il suo tempo con rara intensità, riuscendo ad essere sempre sindacalista, donna, mamma e poi nonna a tempo pieno, vivendo fino in fondo ogni minuto. È bello ricordarla con le sue stesse parole, scritte nel memoriale citato prima, quando commentando le difficoltà del lavoro quotidiano diceva: “è stato un impegno pieno di difficoltà, difficile. Ma ne è valsa la pena.”

Geppe Inserra

mercoledì 20 luglio 2011

Rischio di stagnazione nella montagna del sole, nonostante il tasso elevato di presenze

La Puglia è turisticamente parlando tra le Regioni canguro, ovvero tra le aree del Bel Paese che, nonostante la stagnazione complessiva che il turismo sta facendo registrare a livello nazionale, presentano le più positive prospettive di sviluppo. 
Nel periodo compreso tra il 1998 e il 2009 è la regione che è maggiormente cresciuta quanto a presenze turistiche, con un saldo positivo del 73 per cento. La nostra regione rappresenta un autentico caso nel panorama turistico nazionale: caso che è stato investigato da Luigi Badiali ed Emanuele Daluiso, ricercatori di Euro*IDEES, in un “paper” che comprende un approfondito “focus” dedicato dai due studiosi al “caso Puglia”, dopo che l’applicazione ai numeri del metodo Butler (fondato sull’analisi del ciclo di vita delle destinazioni turistiche) aveva dato più o meno questi risultati: l’Italia vive una fase di stagnazione, ma il rilancio del turismo italiano passa soprattutto attraverso le Regioni meridionali, cinque delle quali (in ordine di peso Puglia, Basilicata, Sicilia, Calabria e Campania) sono classificate nello studio tra le aree in fase di sviluppo. 
In uno scenario favorevole per il Mezzogiorno, “la Puglia — si legge nel “paper” - si distingue per un duplice ordine di ragioni: da un lato, è la regione che registra fra il 1998 e il 2009 il maggior tasso di crescita a livello nazionale (+75%); dall’altro lato, ha continuato a crescere -anche nel periodo della crisi economica internazionale del 2008-2009- a fronte della contrazione complessiva nazionale (÷9%, contro -1,6%), manifestando, tra l’altro, il tasso di crescita più elevato fra le regioni che -in tale congiuntura negativa- hanno mantenuto un segno positivo.” 
Secondo Badiali e Daluiso, la “marcia in più” messa in campo dalla nostra regione è stata determinata dal fatto che, in quest’ultimo decennio, la Puglia è stata “la regione italiana più dinamica nell’intercettare i flussi turistici nazionali ed esteri. Attualmente può essere considerata nella sua fase di crescita esponenziale del suo ciclo evolutivo turistico, considerato che il suo tasso di turisticità è pari a circa il 50% di quello medio nazionale, per cui può essere fissato in circa 12 milioni di presenze annue il suo potenziale di crescita futura. Nell’attuale ciclo evolutivo la Puglia potrebbe puntare a un risultato che va dritto verso 25 milioni di presenze annue.” Il che significherebbe praticamente raddoppiare gli attuali livelli ritagliandosi una quota del flusso turistico nazionale compresa tra il 5-6% (attualmente è pari al 3,4%) ed attestandosi agli stessi libello di regioni turisticamente blasonate come la Campania e la Lombardia. 
Gli studiosi di Euro*IDEES hanno fotografato le tendenze evolutive al 2015 di Puglia, Mezzogiorno e Italia, derivanti dalle tendenze manifestate nel corso del periodo 1998-2009. Da esse emerge che la Puglia dovrebbe continuare la sua sostenuta crescita di presenze turistiche, a fronte di tendenze più contenute sia del Mezzogiorno che dell’Italia nel suo insieme. 
Il trend positivo marcato dalla Puglia non si distribuisce, tuttavia, nella stessa misura in tutte le province pugliesi. A recitare la parte del leone sono in particolare la provincia di Foggia (che potrebbe tuttavia perdere il suo primato) e la provincia di Lecce. Ma — avvertono Badiali e Daluiso — “l’evoluzione delle presenze turistiche della Puglia sta interessando tutte le province”. Ma vediamo cosa si legge nel paper, provincia per provincia. 
La provincia di Foggia è quella con il più alto tasso di turisticità, superiore alla media nazionale, anche se pare essere entrata nella fase di maturità del suo ciclo evolutivo, registrando il più basso tasso di crescita (÷54,9%) fra le province pugliesi nel periodo 1998-2009. 
La provincia di Lecce è quella che ha registrato il tasso di crescita di presenze turistiche più consistente (+11 1,4%). Si trova, attualmente, in piena crescita esponenziale del suo ciclo evolutivo. Considerato che il suo tasso di turisticità è pari al 76% della media nazionale, il suo potenziale di crescita può essere stimato in circa 1 milione di presenze in più rispetto a quelle attuali. Potrebbe quindi raggiungere nei prossimi anni oltre 5 milioni di presenze turistiche annue. 
Anche la provincia di Taranto può considerarsi entrata nella fase di crescita esponenziale del suo ciclo di sviluppo. Ha registrato un incremento dell’84,2%. 
Le altre province, quella di Bari (comprendente anche i comuni più rilevanti demograficamente della neonata provincia di barletta-Andria-Trani) e quella di Brindisi, paiono essere ancora nella fase iniziale di lenta crescita del loro ciclo evolutivo. Le due province hanno registrato tassi di crescita inferiori alla media regionale.” 
La Capitanata è la sola. a vantare un indice superiore a quello nazionale, ma nello stesso tempo accusa una crescita inferiore a quella delle altre province pugliesi. All’inizio del decennio preso in considerazione, la Capitanata deteneva il 40% delle presenze turistiche complessive in Puglia. L’incidenza della provincia di Foggia ha raggiunto il suo massimo storico nel 1999 e nel 2001, sfiorando il 42%. Dal 2005, la percentuale si è mantenuta costantemente al di sotto del 40%. 
Al contrario, è stato lineare e costante il trend espansivo registrato dal Salento: 27,7% all’inizio del decennio, 33,4. Il sorpasso è nell’aria, se si tiene presente che ancora non sono disponibili i dati disaggregati della sesta provincia pugliese, e che la provincia di Foggia ha perduto, con la nascita della BAT, una destinazione turistica particolarmente rilevante, come Margherita di Savoia. 
La Capitanata rivela insomma qualche segno di stanchezza, che dovrà affrontare in fretta e non vuol perdere lo scettro di destinazione turistica principe della Puglia. 
Geppe Inserra 
Il Quotidiano di Foggia

venerdì 3 giugno 2011

Cinema: record di spettatori in Puglia grazie alle multisale


L’avvento delle multisale sta sconvolgendo le logiche, anche geografiche del consumo di cinema. Tanto per dire, nella graduatoria delle città pugliesi per spettatori e per incassi, Surbo, comune dell’hinterland leccese dov’è però presenta una multisala Medusa, batte largamente il capoluogo. Nel periodo dal 1° gennaio al 15 maggio di quest’anno, Surbo (9 schermi e 85 film programmati) ha totalizzato quasi 250.000 spettatori, mentre Lecce (12 sale e 127 pellicole proiettate) ha staccato poco meno di 129.000 biglietti. Il dato è significativo perché conferma anche che la media degli spettatori per ogni titolo programma è superiore nelle multisale, ovvero laddove è più concentrata l’offerta di spettacolo cinematografico.
Comunque, in Puglia il consumo di cinema sta crescendo. Nei primi quaranta posti delle città italiane che consumano più cinema ci sono quattro città pugliesi, anche se non tutte capoluogo di provincia, proprio per la logica che dicevamo prima. Il capoluogo regionale (che è anche tra le dodici città capozona per quanto riguarda la distribuzione) si piazza al nono posto della classifica nazionale: 22 schermi, 149 titoli proiettati nel periodo preso in considerazione (1 gennaio – 15 maggio 2011) con un afflusso di 467.000 spettatori. In realtà, anche il capoluogo regionale paga, almeno dal punto di vista statistico, l’effetto multisala. 

giovedì 24 marzo 2011

Giornata FAI di primavera, Capitanata al top


La provincia di Foggia su tutte le altre consorelle pugliesi, nelle giornate Fai di primavera che verranno celebrate domani e dopodomani. Ed è un segnale importante, a saperlo cogliere. Un segnale che potrebbe far presagire una inversione di tendenza in materia di politiche culturali, e non solo.
Mai come in questo caso, è opportuno far parlare primo di tutto i numeri. Le giornate Fai di primavera sono caratterizzate dal fatto che durante il loro svolgimento sono aperti al pubblico un certo numero di beni culturali, che possono essere visitati con guide formate per l'occasione: gli "aspiranti ciceroni" che il Fondo Ambiente Italia recluta tra gli studenti delle scuole medie superiori.
La Capitanata primeggia su tutte le altre province pugliesi, con quattro comuni in vetrina (Ascoli Satriano, Foggia, Bovino e Lucera), quindici luoghi da visitare e quattro eventi collaterali. Seguono, distanziate di parecchio, la Bat , che mette in mostra soltanto una città, la splendida Trani, con sette posti da visitare. La provincia di Lecce offre un minicircuito con tre comuni (Lecce, Cavallino e Nociglia) e cinque luoghi aperti al pubblico. Chiudono la classifica la provincia di Taranto (due comuni, il capoluogo e Castellaneta, e due luoghi da visitare) e la provincia di Bari, che limita la sua offerta al solo capoluogo con due luoghi in vetrina). È del tutto assente la provincia di Brindisi.

LA PROVINCIA DI FOGGIA MEGLIO DI QUELLA DI NAPOLI
Il primato della Capitanata non si limita al solo perimetro regionale. La provincia di Foggia fa meglio anche rispetto a province molte ricche di beni culturali ambientali quali quelle di Napoli e della Campania, delle province lucane e calabresi e perfino di quelle siciliane. La sola altra provincia meridionale che metta in campo un pacchetto della stessa consistenza di quella dauna è la provincia di Catania, con tredici beni da visitare, due di meno di quelli offerti dalla Capitanata.
Il brillante "pacchetto" messo in campo da Foggia e dalla sua provincia per la Giornata Fai di primavera non è soltanto il giusto premio allo sforzo che la delegazione Fai di Foggia sta conducendo da tempo per la valorizzazione del patrimonio artistico, culturale ed ambientale della Capitanata. C'è dietro qualcosa di più, che deve far riflettere.
L'associazione guidata da Marialuisa De Palma D'Ippolito (che la presiede) e da Nico Palatella (che è il suo vice) si è segnalata soltanto qualche mese fa per un altro brillante risultato: per la prima volta nella storia, un bene della provincia di Foggia (gli eremi dell'Abbazia di Pulsano che sorge nei pressi di Monte Sant'Angelo) si è classificato al primo posto nella classifica nazionale dei Luoghi del Cuore.
La graduatoria viene compilata conteggiando le segnalazioni che i diversi beni ottengono dai cittadini: Santa Maria di Pulsano ha ottenuto la bellezza di 34.118 segnalazioni, quasi 8.000 in più del bene culturale che si è piazzato al secondo posto (Casa Desanti-Bossi, a Novara).
Numeri importanti, la cui importanza trascende però il dato puramente statistico ed aritmetico. Indica, seppure forse, al momento, ancora "sotto traccia" che qualcosa di importante si sta muovendo nel sentire comune dei cittadini della Capitanata.
È evidente che la delegazione Fai ha svolto un importante ruolo di sensibilizzazione e di promozione nella scalata alla  vetta dei Luoghi del Cuore: ma la passione e la tenacia dei componenti l'associazione non sarebbero basate, da sole, se il Fai non avesse trovato un humus fertile: una nuova sensibilità (popolare) per quando riguarda la tutela e la valorizzazione dei beni culturali. I forum di Facebook pullulano di iniziative, interventi, segnalazioni sul tema, e non più tardi di qualche mese fa, raccogliendo una serie di stimoli che erano partiti proprio dalla rete, la stessa delegazione si era resa promotrice di un'altra bella iniziativa puntando i riflettori sulla settecentesca Masseria Pantano, che sorge tra il Rione Cep e la Spelonca, e corre il rischio di venire inghiottita dallo sviluppo edilizio che sta aggredendo l'area.

C'È UNA NUOVA SENSIBILITA' SUL TEMA DEI BENI CULTURALI
Alla delegazione Fai di Foggia va riconosciuto l'enorme merito di essere riuscita a mettere in circolo nel migliore dei modi questa nuova sensibilità che, come certifica la valanga di segnalazioni giunta per l'Abbazia di Pulsano, non è più qualcosa di élite: è in grado di mettere in campo grandi numeri, e denota perciò un sentire diffuso, profondo.
Un altro importante spunto di riflessione giunge dall'altrettanto brillante performance che la Capitanata fa registrare per quanto riguarda la giornata Fai di Primavera, conquistando, per quantità e qualità dei beni messi in vetrina e per le iniziative collaterali il primato tra le province pugliesi e meridionali. È il segno che la provincia di Foggia c'è, eccome, per quanto riguarda "cose" culturali da offrire. Si è spesso portati a ritenere che l'offerta di cultura sia scandita dagli eventi (spettacoli, concerti, ecc.). È vero, ma solo in parte. L'offerta culturale di un territorio è espressa anche dalla sua capacità di esibire beni culturali, accompagnando - ma questo è un altro discorso - questa esibizione con la concreta possibilità di fruire dei beni, delle "cose", attraverso adeguati servizi.
Ci pare proprio questa la strada indicata dalle significative e confortanti perfomance della delegazione Fai di Foggia. Esiste una coscienza diffusa sull'importanza  del nostra patrimonio culturale; esiste la voglia di far rete, di mettere assieme sforzi ed impegno rivolti alla valorizzazione, al recupero, al rilancio funzionale di tale patrimonio. Esistono le "cose", forse più che in altri posti della Puglia e del Mezzogiorno, quelle "cose" che sono poi la precondizione affinché la cultura possa diventare un fattore di sviluppo non solo civile, ma anche economico ed occupazionale.
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