domenica 29 gennaio 2012

Odio Foggia perché la amo

Tutto puoi dire su quelli del gruppo di facebook “Odio Foggia”, ma non che non abbiano stimolato una discussione (seria) sul modo d’essere della nostra città. Come si sa, odio ed amore non sono sentimenti opposti, né estremi: a volte s’intrecciano. E invece mi pare che il problema più grande, della nostra amata ed odiata città, stia proprio al di là dell’amore e dell’odio,  e sia l’indifferenza, il grigiore, il torpore, il farsi i fatti propri ora e sempre, senza comprendere che esiste una dimensione collettiva, che il futuro di una città non è soltanto quello disegnato da chi la governa, ma anche da chi ci vive.
Tanto per restare nel pianeta del social network, sapete che ancor più numeroso del gruppo “Odio Foggia” è il gruppo “Odio il Foggia”, costituito, sentite un po’, da taluni juventini locali che ritengono che “Ill Foggia è la squadra più scarsa di tutto il mondo, e non si possono paragonare un giocatore juventino a uno del Foggia” concludendo che “comunque, forza Juventus”? Ecco un bell’esempio di quella indifferenza di cui dicevo prima.

sabato 14 gennaio 2012

Franco Marasca, dieci anni dopo: un percorso che continua

Sono dieci anni che non c'è più Franco Marasca, l'indimenticabile fondatore de Il Rosone e dell'omonima casa editrice, ed è difficile crederci, ché sembra soltanto ieri che mi compariva davanti, discreto e sorridente, per sfornare dalla borsa la copia ancora fresca di stampa de Il Rosone o de Il Provinciale
Non saprei dire come l’ho conosciuto, né chi ci abbia presentati l’un l’altro, come s’addice a quelle amicizie remote e profondamente condivise. Certamente furono le comuni frequentazioni troiane: forse il sogno del museo civico pazientemente allestito da quell’altra indimenticabile persona che fu Vincenzo Bambacigno, alla cui inaugurazione il Rosone dedicò un numero da collezione.
Né saprei ricordare quante volte le nostre strade si sono incrociate. Io con La Refola, lui con i suoi periodici, esploravamo indefessamente le tipografie del capoluogo, sempre alla ricerca del miglior rapporto qualità prezzo, e fatalmente si finiva assieme, a respirare lo stesso odore di inchiostro, a curvarsi sulla stesso tavolo per correggere le bozze. E, soprattutto, a condividere speranze e sogni.

mercoledì 11 gennaio 2012

I protagonisti di Viscardo di Manfredonia

Personaggi

Viscardo Alderani, Conte di Manfredonia
Roberto Viscardo, Conte di Manfredonia, suo padre
Leonida de Marchesi Capuano, sua madre
Raimondo Della Scala, Barone di Monte Sant’Angelo
Eleonora Grimalda, sua moglie
Gabriella, sua figlia
Elena, ancella di Eleonora
Fra Dionigi da Taranto, confessore della famiglia Della Scala
Ugo di Rocciglione, Duca di San Giovanni Rotondo
Maria Cavaniglia, sua moglie
Margherita Cavaniglia, madre di Maria e feudataria di San Giovanni Rotondo
Arcivescovo di Manfredonia, confessore di Maria Cavaniglia
Caino da Monteforte, bandito e bravo
Confessore di Gabriella
Alì Pascià, condottiero turco
Margherita, popolana di San Giovanni Rotondo
Cefalo, suo marito
Lotto Chitarra, frequentatore di osteria
Compare Basilisco, frequentatore di osteria

L'ottantesimo anniversario della nascita di Fernando Di Leo


Se la morte non l'avesse colto prematuramente, Fernando Di Leo avrebbe compiuto oggi 80 anni, e chissà cosa penserebbe del rinascimento cinematografico di cui la sua terra, la  Puglia, è protagonista da alcuni anni. Certo né la Puglia né Foggia né la Bat si sono ricordate granché di questo anniversario, nonostante il rapporto specialissimo che legò Di Leo a questi territori, e soprattutto al capoluogo dauno.
Nacque a San Ferdinando di Puglia e fece fortuna, come molti altri intellettuali dell'epoca, tra Roma e Milano. Le biografie lo raccontano come uno splendido artigiano del cinema, e la definizione è più azzeccata che mai, svelando la motivazione più profonda di quel miracolo che ha reso il cinema italiano famoso in tutto il mondo,

mercoledì 4 gennaio 2012

2011 addio, senza rimpianti


Si è (finalmente) concluso, per Foggia e la sua provincia, un anno difficile. Forse il più difficile del terzo millennio. La crisi è diventata più acuta: la gravità della situazione è simboleggiata dall'ultimo posto raggiunto dalla Capitanata nella classifica annuale della qualità della vita compilata dal Sole 24 Ore, che ci ha visti perdere un'altra posizione rispetto all'anno precedente, facendoci conquistare la maglia nera.
Ad aggravare la crisi hanno contribuito due fenomeni: l'appesantirsi dei fattori economici, divenuti ormai endemici, che l'avevano innescata,. e la mancanza di slancio, cioè il mancato venire al pettine di progetti o iniziative, pubbliche e non, che avrebbero potuto dare ossigeno, indurre all'ottimismo.
Sullo sfondo c'è l'esaurimento, ormai tangibile, della spinta che tra la fine del vecchio millennio e l'inizio del nuovo aveva dato la cosiddetta stagione della concertazione, che aveva visto il territorio intercettare numerosi strumenti che veicolavano finanziamenti pubblici. Il contratto d'area e sette patti territoriali: poche altre aree del Mezzogiorno avevano ricevuto così tanto. Il territorio non è stato però in grado di cambiare marcia: era ampiamente prevedibile che, una volta esaurito il periodo contrattuale che vincolava le imprese destinatarie dei finanziamenti  a restare sul territorio, molte di queste avrebbero preso cappello e sarebbero andate vie. Era prima e durante che si doveva far qualcosa: per esempio apprestare le condizioni perché venisse su un qualche indotto che mettesse le aziende nelle condizioni di poter continuare a produrre a costi più convenienti, oppure favorire l'ingresso nelle compagini societarie di capitali e forze imprenditoriali locali, in modo che, alla scadenza del contratto, ci fosse un qualche interesse a restare. Ma è successo assai poco di quello che si era sperato, e va detto che una volta tanto non si può attribuire la colpa alla politica, che ha fatto quanto ha potuto, azionando e governando i meccanismi della programmazione negoziata.


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