mercoledì 24 settembre 2014

Questa Foggia che sa emozionarsi, riflettendo su se stessa

Lo so. Un giornalista non dovrebbe mai emozionarsi. L’emozione riduce la distanza dalle cose. Ma Lettere Meridiane è nato apposta per questo: un blog che vuole guardare le cose ad altezza d’occhi. Per essere un po’ meno giornalista distaccato e osservatore. Per ridurre la distanza, appunto.
Non sospettavo che il racconto delle tre partenze di Gianni Pellegrini, Salvatore Speranza e Antonio Vigilante provocasse una tale reazione nel popolo foggiano del social network.
La mia tesi di partenza è che se tre docenti, tre intellettuali accomunati dal fatto di essere autori di libri e canzoni, produttori culturali, se ne vanno da un posto contemporaneamente, quel posto si impoverisce.
Alle storie dei tre interessati si stanno unendo altre storie, come quella di Antonio Fortarezza. E stanno venendo fuori tanti sguardi sulla città che Lettere Meridiane raccoglierà in un e-book.
Come quello - che mi ha profondamente emozionato - di un altro poeta e cantautore foggiano. Si chiama Gianni Ruggiero, ne ho scritto già commentando La mia città martoriata, un poema sui bombardamenti del 1943, scritto in dialetto, e a mio giudizio grande esempio di come la poesia dialettale possa assurgere a livelli artistici molto alti.
Vi avverto, però. Non sono un critico letterario. Giudico la poesia sul filo dell’emozione che suscita in me. Non è il metodo che si usa tra i banchi del liceo. Ed è un peccato perché chi, se non la scuola, dovrebbe insegnare ad emozionarsi con la poesia?
Questa Foggia che sa emozionarsi, riflettendo su se stessa, mi piace assai. E a voi?

Di seguito il testo della bella poesia che Gianni Ruggiero regala agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane accompagnandola da una semplice osservazione: “A proposito di gente che va via da Foggia e di chi resta.”.
La traduzione è mia. La foto che illustra il post è di Michele Sepalone.

Nu poste deverze



Ind'a n'àte pajese
'ndò u sòle nen còce
'ndò l'acque nenn'èje poche
secure e certe sarrìje chiù belle
chiantà na croce.
Ma ind'a nàte pajese
quann'èje a premmavere?
e chessò sti vòce, st'addore, sti kelure
e ind'a quale erve po m'assette
pe cuntà i stelle?

Secure e certe
ind'a n'àte pajese
nu tratture de campagne
nen sarrìje l'uneca cosa belle
ma ìje
me 'mbrugghiasse chi remmure
e po me 'nvendasse i sùne
( a voce da cummare, Geseppe u scupatore)
accussì, tande pe sta secure,
de nen mette u musse appìse
già da quanne me duscete
a prima matìne.

Un posto diverso

In un altro paese
dove il sole non scotta
dove l’acqua non scarseggia
certo sarebbe più bello.
Ma in un  altro paese
quando è primavera?
E che sono queste voci, questi profumi, questi colori
e tra quali erbe poi mi seggo
a contare le stelle?

Sicuro e certo,
in un altro paese
un tratturo di campagna
non sarebbe la sola cosa bella
ma io
mi confonderei con i rumori
e poi m’inventerei i suoni
(la voce della comare, Giuseppe il netturbino)
così, tanto per stare sicuro,
di non appendere il muso
già da quando mi sveglio
a primo mattino.

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