mercoledì 17 settembre 2014

Vigilante: "Andar via da Foggia, con tristezza".

C'era da aspettarselo. La lettera meridiana di ieri, in cui partendo dalla discussione su Palazzo Trifiletti spaziavo sulla dolorosa emigrazione (intellettuale e non) che sta colpendo Foggia, e che la svuota di senso, sentimento, memoria, anima, speranza, ha suscitato vivaci reazioni. Ed è bello, perché vuol dire che, nonostante tutto, Foggia sa riflettere ancora su se stessa, esprime una sua coscienza ed un'autocoscienza.
Dopo la discussione di qualche settimana fa, su Foggia bella o brutta, Lettere Meridiane registra un'altra bella riflessione corale, e ne darà conto ospitando e commentando tuti gli interventi.
Mi sembra utile cominciare però dall'articolo che segue, che trovo particolarmente significativo, anzi, del tutto esemplare.
L'ha scritto Antonio Vigilante, uno di quelli che se n'è andato. La conoscenza, come dire, "reale" tra me ed Antonio si limita ad una rituale presentazione con stretta di mano, grazie all'amicizia comune con l'impareggiabile Falina Marasca di Edizioni Il Rosone, che è tra le pochissime persone che abbia creduto in Vigilante.
Ben più approfondito è invece il nostro rapporto "virtuale" e non perché ci leggiamo sul social network. Ogni lettore ha un rapporto "virtuale" con gli autori dei libri che legge. La letteratura è la più antica forma di espressione virtuale.
Sono un affezionato lettore dei libri e degli scritti di Antonio che è uno dei massimi conoscitori italiani di Danilo Dolci, del pensiero non violento, di Mahatma Gandhi, di Aldo Capitini. Dirige una rivista, Educazione Democratica, pubblicata sempre da Edizioni Il Rosone, di rilevanza internazionale. Una rivista che si pubblica a Foggia, ma sono in pochi a saperlo.

Mi sono sempre domandato perché Antonio Vigilante non si trovi in una qualche Università dello Stato ad insegnare. Temo che la risposta vada cercata nel declino del nostro sistema universitario, ma anche nelle posizioni radicamente alternative di Vigilante rispetto al sistema educativo e formativo, sprigionato dall'ideologia dominante. Per questo che sia andato via, è qualcosa di amaro, che mette tristezza e lascia un nodo in gola.
L'articolo di Antonio Vigilante, pubblicato sul suo blog, è intitolato Da un'altra parte. Lo ha scritto qualche giorno prima di partire. Ecco il suo congedo da Foggia.
* * *
 Ho ottenuto il trasferimento a Siena. Da settembre si ricomincia da un'altra parte.
Ci sono due tipi di persone che, in genere, vanno via da Foggia: quelli che lo fanno per necessità e quelli che lo fanno per scelta. I primi sono per lo più proletari e vanno via per lavoro: e partono con profonda nostalgia, e pensano ogni giorno a come tornare; ed in genere tornano, dopo qualche anno, e si sentono felici di essere tornati in quella che non ha mai smesso di essere la propria casa. Quelli che partono per scelta sono per lo più figli della buona borghesia, e vanno via per studiare, e non provano per la città che disprezzo e vergogna; e se tornano, lo fanno con il senso di sconfitta di chi non è riuscito a realizzarsi in posti migliori.
Poi ci sono quelli che vanno via per tristezza.
Molti anni fa discutevo di Foggia con un'amica, oggi affermata scrittrice a Roma, in una circolare (il bus cittadino). Parlavamo di questo: andare o restare. Lei, che studiava a Milano, diceva di Foggia tutto il male possibile; io difendevo le ragioni del restare qui, nonostante tutto. Un ragazzino ci ascoltava, attento. La sua fermata arrivò a Candelaro, uno dei quartieri più infelici di una città infelice. Prima di scendere ci lanciò uno sguardo intenso, poi sorrise e disse: "Comunque Foggia è forte". Lo disse in italiano, perché noi stavamo parlando in italiano - ma si capiva che la frase avrebbe acquistato il suo senso pieno solo in dialetto.
Per molto tempo ho pensato allo sguardo, al sorriso, alle parole di quel ragazzino. Ho pensato che sì, Foggia è forte: più forte della mafia che la soffoca, più forte della politica che la umilia, più forte della povertà, dell'ignoranza, della cialtronaggine che la consumano. E' forte, pensavo, di una forza difficile da comprendere, forse misteriosa, certo sfuggente. Ed ho cercato di farmi forte di questa forza. Consideravo Foggia come un bambino fragile, malato, che però ce la farà, perché vuole vivere con tutto sé stesso: e che bisogna aiutare con tutte le cure possibili perché quel suo telos, che è bene, non sia travolto e spento dal male. Oggi penso di non poter fare nulla per quel bambino, e che anzi il prendermene cura o il semplice preoccuparmi per lui finirebbero per uccidere anche me e chi mi sta accanto.
Molti anni fa un anziano stava in un bar. Era il suo compleanno, stava festeggiando con gli amici. Nulla di che: un caffè, qualche pasticcino. Davanti al bar ci fu un agguato mafioso; l'anziano fu colpito da una pallottola vagante: e morì. Il sindaco - che era un fascista, e nell'indifferenza di tutti aveva fatto costruire due enormi fasci nella piazza principale della città - si disse indignato, ed annunciò una grande manifestazione pubblica di protesta. Che non ci fu mai. Mai.
Imparai allora due cose, ampiamente confermate da quello che è successo poi. La prima è che Foggia è una città in cui puoi morire per caso, per una pallottola vagante. La seconda è che questo, a Foggia, è naturale: rientra nell'ordine delle cose che un foggiano è disposto ad accettare senza inquietarsi troppo.
La mafia a Foggia si chiama società. Non è un caso.
Amo Foggia profondamente. L'amo come si ama la città in cui si è nati, in cui vivono le persone che si amano, in cui ci si è innamorati. Ma è un amore ferito, ormai: e rischia di incancrenire, e diventare qualcosa di peggio dell'odio. E' l'amore disperato, angosciato, doloroso che si prova per una donna che ci ha traditi: e che - lo sappiamo - lo farà ancora, e ancora, e ancora.
I ragazzi dello Scurìa dicono che le città sono di chi le ama. Hanno ragione, anche se sui manifesti elettorali qualche mese fa si leggevano cose non troppo diverse. Hanno ragione: le città sono di chi le ama. Anzi: di chi sa amarle. Come le donne. Non basta amarle, o volerle amare. Bisogna saperle amare, essere in grado di renderle felici, ed essere felici con loro. Un amore ferito non serve a nessuno: né a loro (le città e le donne), né a noi.

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