domenica 2 ottobre 2016

La filiera non etica. Anzi immorale.

Il Grand Ghetto è l’effetto, non la causa. La forza de La filiera non etica, documentario di Antonio Fortarezza, cineasta non nuovo a sguardi scomodi ma approfonditi sulla complessa realtà dell’immigrazione in provincia di Foggia, sta proprio in questo ribaltamento di prospettiva.
A partire dalla filiera più importante, che ruota attorno al pomodoro, Fortarezza racconta davvero a 360° svelando intrecci complessi e scenari a volte torbidi, da cui emerge la sua sostanziale non eticità (immoralità?). Non solo caporali, dunque, ma anche industrie di trasformazione e catene di supermercati che si comportano peggio dei caporali, in una spirale perversa di sfruttatori e sfruttati in cui l’agricoltura e l’indotto agricolo rappresentano probabilmente l’anello più debole.
Grande assente è il lavoro, il rispetto per il lavoro, la dignità del lavoro. Restituendo al lavoro la sua dignità e la sua centralità sarebbe possibile correggere tanti degli squilibri che Fortarezza denuncia con coraggio e impegno civile. Ma è dannatamente difficile.

È un lavoro di scavo certosino che fa del documentario un vero e proprio film inchiesta, tra i cui aspetti più interessanti c’è anche la denuncia di un certo modo (ipocrita?) di intendere l’etica.
Il rappresentante di una società che si occupa del rilascio della certificazione etica alle aziende agricole, ammette candidamente: “Siamo contro il caporalato, e per questo invitiamo le nostre aziende a non utilizzare la manodopera agricola, a ricorrere alla raccolta meccanizzata." Insomma, a rimetterci è sempre e comunque il lavoro. O l’accorata denuncia del presidente di una importante associazione di categoria dei produttori agricoli che mette in evidenza la contraddizione di una grande catena di distribuzione che dice di tenere molto all’etica, ma paga un cavolo pochi centesimi.  Ma è tutt’altro che etico anche il ricorso diffuso, da parte delle aziende, a sistemi di evasione dalle leggi che disciplinano il mercato del lavoro, o l’utilizzazione spregiudicata di incentivi e di strumenti previdenziali.
Forse anche per questo il Grand Ghetto sta ancora lì, non si è ancora riusciti a smantellarlo. Qualche anno fa, il compianto assessore regionale Guglielmo Minervini (intervistato anche lui nel documentario) lanciò il progetto Capo Free Ghetto Off, che si prefiggeva di chiudere il Grand Ghetto e gli altri che punteggiano la Puglia, implementando una serie di interventi che puntano anche nella direzione della filiera etica.
Il progetto resta ancora inattuato, forse perché solo adesso si sta cominciando a comprendere la verità che il film di Fortarezza denuncia in tutta la sua drammaticità: il Grand Ghetto è l’effetto, non la causa, che sta paradossalmente altrove. Il vero bubbone è la filiera. Non etica, anzi immorale.
Ma il sogno di Minervini ha messo ali. A Foggia sta nascendo qualcosa di importante, un movimento consapevole. A partire da Capo Free Ghetto Off ma anche da momenti di sensibilizzazione come il film di Fortarezza, presentato in un gremito auditorium di Santa Chiara ad iniziativa di CinemaFelix, all’interno di una nutrito programma, che ha visto protagonista, tra gli altri, l’università.
Foggia laboratorio della filiera edita. Adesso non è più soltanto un sogno o una suggestione, come ha scritto Claudio De Martino sul suo diario fb: "Sindacalisti. Volontari. Professori universitari. Avvocati. Rappresentanti delle istituzioni. Preti. Giudici. Giornalisti. E migranti. È stata una due giorni intensa, intensissima. Abbiamo provato a individuare le cause dello sfruttamento, dal capo-nero alle supercentrali d'acquisto della grande distribuzione globale.
Abbiamo provato a individuare le vie d'uscita, le criticità del sistema entro cui introdurre delle buone prassi.
Abbiamo discusso.
Ora è il momento. Anzi, ora torna il momento di mettersi all'opera. Tutti assieme.
Per un filiera etica. E per la dignità della gente che lavora."

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