giovedì 22 giugno 2017

Don Tonino Intiso: "La rabbia farà esplodere la ribellione dei poveri”

Non ho alcuna nostalgia del partito cattolico nel quale, d'altra parte, non ho mai militato. Ma allo stesso modo credo che i cattolici non possano disimpegnarsi dalla politica intesa come esercizio civico (dell'essere cittadino), e che per la stessa ragione non possano cedere alle lusinghe dell'antipolitica e del qualunquismo.
Non credo si possa essere buoni cristiani sposando le tesi di quanti non vogliono riconoscere il diritto di essere cittadini italiani a tutti i bambini che nascono in Italia. E allo stesso modo, non credo si possa essere buoni cristiani adorando il dio danaro, quel capitalismo finanziario che detta tempi e regole al mondo dell'economia e del lavoro. Soprattutto in un momento in cui Papa Francesco restituisce centralità e pregnanza "religiosa" a grandi questioni come la dignità del lavoro, il rispetto della persona, la custodie e la tutela dell'ambiente.
E allora, cosa significa, oggi, essere un buon cristiano? Vi suggerisco una utile lettura. Ecco quanto don Tonino Intiso, all'epoca segretario di quell'indimenticabile pastore di anime che è stato mons. Giuseppe Lenotti, arcivescovo di Foggia scriveva sulla sua quotidiana esperienza di ascolto dei tanti disoccupati disperati che bussavano alla porta della Curia per chiedere aiuto. L'articolo è uscito nel 1975, sul periodico cattolico Il Nuovo Risveglio, diretto da Gaetano Matrella.
Buona lettura (G.I.)
* * *

La rabbia farà esplodere la ribellione dei “poveri”

Ho tra le mani una vecchia agenda, la sfoglio e scopro che essa non mi serviva per segnare gli impegni del Vescovo o scrivere il diario per tramandare ai posteri la storia della segreteria vescovile di questi anni, né per rileggere, compiaciuto, nella mia vecchiaia il tempo della giovinezza vissuto per i fratelli...!
Mi serviva solo per scrivervi dei nomi con l'indirizzo, l'età ed una richiesta.
Dietro ogni nome c'è una storia in genere drammatica, una storia di rifiuti, di promesse non mantenute, di speranze deluse, di diritti conculcati, di povertà, di emarginazione.

mercoledì 21 giugno 2017

Quando il passato si illumina di colore / Manfredonia, Siponto e il Gargano negli anni Trenta

Le fotografie in bianco nero hanno un loro indubbio fascino. Sanno di antico, di passato. Però ci consegnano una immagine fatalmente distorta e limitata rispetto a quello che vedeva chi li ha scattate, e che percepiva la realtà a colori.
Restituire colore alle fotografie in bianco e nero è un po’ come andare indietro nel tempo, recuperando (seppure, ovviamente, in parte minima, le atmosfere cromatiche del momento in cui l’attimo bloccato dalla foto s’impresse sulla pellicola).
Vale la pena sottolineare  che la tecnica utilizzata per generare la colorizzazione delle antiche foto, messa a punto dai docenti giapponesi della Waseda University  di Tokio, Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa si fonda su dati di fatto, più che su artifici. Il calcolo digitale entra massicciamente nella procedura, ma più per cercare di recuperare informazioni dai dati di realtà, che non per produrre una realtà artefatta.
Al cuore dell’ingegnoso algoritmo c’è la classificazione preventiva dalla fotografia da trattare, attraverso un complesso sistema di Neural Network che riesce ad individuare le diverse forme esistenti nella immagine, e a dar loro colore.
Nel video qui sotto, potete vedere cosa è venuto fuori dall’applicazione di questa tecnica su una serie di belle fotografie in bianco nero tratte dal Fondo Ester Loiodice e dal Fondo Rosario Labbadessa, custoditi nella Biblioteca Provinciale “La magna Capitana” di Foggia, e che prendono per la prima volta colore.
Quando il passato si illumina di colore vi mostra una sequenza di venti scatti su Manfredonia, Siponto e il Gargano negli anni Trenta, quando questa porzione del territorio pugliese si trovava al centro di uno dei più grandi processi di trasformazione della sua storia. Si costruiva infatti la nuova stazione ferroviaria che giungeva fino al porto, esso stesso ampliato e potenziato, mentre la zona paludosa di Siponto veniva sottoposta ad una radicale azione di bonifica, e cominciavano timidamente ad affacciarsi le prime attività turistiche.
Le immagini sono ad alta risoluzione, e sono state preventivamente trattate e restaurate digitalmente, prima del processo di colorizzazione.
Trovo il risultato interessante, e spero che piaccia anche agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane. Se l’esperimento è di vostro gradimento potrei ripeterlo anche su immagini riguardanti altre località. Fatemi sapere. E così pure fatemi sapere (inviandomi eventualmente una mail dove possa spedirvele) se siete interessati ad ottenere qualcuna delle foto che animano la sequenza.
Buona visione.

martedì 20 giugno 2017

L'assordante silenzio dei cattolici del Pd (e del loro Gran Mogol)

Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, non si è lasciato pregare e alla prima occasione utile ha rotto l’assordante silenzio dei cattolici sulle polemiche che stanno accompagnando il dibattito sullo Ius Soli, stigmatizzato dal Gran Mogol qualche giorno prima. (Per chi non ha mai letto Topolino: il Gran Mogol è il capo del gruppo di boy scout, le Giovani Marmotte, frequentato da Qui, Quo e Qua; ogni riferimento a Matteo Renzi è tutt'altro che casuale).
Parole dure e chiare, quelle pronunciate  dal presule di Cerignola, invitato da Repubblica a discutere sugli aspetti rivoluzionati del pontificato di Francesco:
"Siamo preoccupati per come si sta affrontando questo problema, persino con gazzarre ignobili in Aula. Sono temi molto importanti. Ci sta che qualcuno sia contrario. Ma vedo che c'è chi ha cambiato idea. E ora fa politica unicamente per rincorrere il proprio successo, perché vuol fare solo il proprio interesse. Tre italiani su 4 sono d'accordo ma c'è chi usa la polemica per paura di perdere voti. Fare politica per rincorrere il proprio successo, non è fare politica. E tutti sanno chi ha cambiato posizione, idea, qui non è questione di appiccare l'etichetta di italiano, ma di dare un senso di appartenza, non ci si deve prendere a botte per questo, ma discutere".
Mi piacerebbe adesso sapere dal Gran Mogol Matteo Renzi e da quanti come lui militano nel Pd e sono cattolici, cosa pensano di alcune cose che papa Francesco in persona ha detto, a Genova, parlando di lavoro:

lunedì 19 giugno 2017

Proclamato venerabile padre Castrillo, il frate eroe dei bombardamenti a Foggia

padre Agostino Castrillo
Nelle tragiche giornate della estate del 1943, straziata dalle ripetute incursioni aeree dei bombardieri alleati che distrussero la maggior parte degli edifici e provocarono la morte di migliaia di persone, i foggiani impararono a conoscere ed amare una persona che seppe non arrendersi all’orrore della guerra e si sforzò assieme ai suoi confratelli di soccorrere i feriti, di assistere chi era rimasto senza tetto, senza acqua e senza cibo, di regalare loro un sorriso e un barlume di speranza: padre Agostino Castrillo. Era il parroco di Gesù e Maria, la cui chiesa-convento sorge nella parte della città più devastata dalla furia dei bombardamenti.
A volte il confine tra santità ed eroismo è davvero labile, ed è forse questo il caso di padre Agostino, frate minore francescano, che qualche giorno fa è stato dichiarato “venerabile” dalla Congregazione delle cause dei Santi. Il decreto, la cui promulgazione è stata autorizzata da papa Francesco, riconosce “le virtù eroiche del Servo di Dio Agostino Ernesto Carrillo”.
Il titolo di venerabile è riconosciuto dalla Chiesa cattolica ai Santi, per i quali si è già concluso il processo di canonizzazione e a quanti vengono considerati degni di venerazione da parte dei fedeli appunto dopo il riconoscimento delle loro virtù eroiche. Ovvero, sono a un passo dalla santità.

Andrea Scarpa ritorna alla vittoria e ribadisce: "100% foggiano"

Andrea Scarpa è tornato alla vittoria, battendo ai punti sul quadrato del Casino  di Saint-Vincent in Valle d'Aosta il giorgiano Giorgi Abramishvili, che si è confermato un avversario piuttosto ostico, come d'altra parte faceva presagire il suo palmares, ricco di 18 vittorie ed 11 sconfitte.
Il pugile foggiano, che da ragazzo vive assieme alla sua famiglia a Torino, ma che è rimasto sempre profondamente legato alla sua città natale, riprende così la scalata ai vertici del pugilato internazionale rallentata, ma non certo interrotta, dalla sconfitta patita nello scorso mese di novembre ad opera dell’imbattuto e più giovane sfidante britannico Ohara Davies.
La sera del 26 novembre dello scorso anno Scarpa si era presentato nel leggendario scenario della Wembley Arena per la prima difesa del titolo Silver dei superleggeri Wbc che aveva conquistato soltanto cinque mesi prima, sempre a Londra (ma alla O2 Arena del Greenwich Village) il pugile di casa John Wayne Hibbert, per kot, dopo poche riprese che lo avevano visto protagonista assoluto.
Nella seconda sfida londinese, Andrea si presentava oltre che con la cintura silver con un altro record da difendere: da qualche giorno era il solo pugile iridato italiano, ma purtroppo l'opaca prestazione, assieme probabilmente anche ad una condizione fisica non eccelsa, non hanno permesso che la difesa del titolo andasse in porto e il record continuasse.
Con la tenacia e l'umiltà che lo contraddistinguono, Andrea ha ripreso a lavorare in palestra e a guardare avanti. E in alto.
Il match di sabato sera, sottoclou della sfida per il titolo europeo dei medi tra Blandamura e Gotti, ha lasciato sensazioni positive, come già era successo il 13 maggio scorso, quando al Palaeinaudi di Moncalieri, Andrea si era sbarazzato del messicano Juan José Ocura, battendolo anche in questo caso ai punti, sulla distanza delle sei riprese. Quel che conta è che l'atleta foggiano abbia comunque ripreso a scalare posizioni nel ranking internazionale, riprendendosi da quella che può essere ritenuta una battuta d'arresto. Da dimenticare in fretta.
E com'è successo nelle altre occasioni, sabato sera nella prestigiosa cornice del Casino  di Saint-Vincent Andrea ha festeggiato la vittoria indossando la maglia che ricorda la sua foggianità e il suo attaccamento a Foggia.
Che continuerà a tifare per lui e a stargli accanto, in questo momento particolare della sua carriera.
G.I.

domenica 18 giugno 2017

La gavetta (e la moglie) foggiana di Mino Raiola

Personaggio vulcanico, coloratissimo, puntuale protagonista delle estati italiane e non, che incendia con i suoi colpi di calciomercato, Mino Raiola si concede poco e malvolentieri ai cronisti, ma quando lo fa, le sue battute restano scolpite negli annali del giornalismo: “Quando scrivete che facevo il pizzaiolo, sbagliate. Facevo il cameriere”. Oppure: “Parlo molte lingue, la peggiore è l’italiano”. 
Qualcuno si è divertito a fargli i conti in tasca, concludendo che quest’anno quello che è ormai ritenuto il maggior protagonista del calcio mercato internazionale intascherà la bellezza di 50 milioni, e senza neanche giocare al pallone.
“Era un cameriere, non sa parlare, ma guadagna quanto una multinazionale” scrive di lui in un bell’articolo su Il Foglio, Beppe Di Corrado.
Il cameriere che guadagna come una multinazionale ha vissuto una parte significativa della sua carriera a Foggia e conserva di quella esperienza un bel ricordo, tanto da parlarne ogni volta che può.
Giovanni Cataleta dedica un intero capitolo del suo bel libro “Il distintivo dalla parte del cuore” alla storia di Mino Raiola che era ai suoi primi passi come procuratore sportivo. Siamo ai tempi del Foggia di Zeman e di Casillo. Il patron rossonero si era rivolto al suo conterraneo Raiola, campano di Angri, per portare in rossonero Bryan Roy. In effetti il contratto dell’asso olandese fu il primo stipulato da procuratore da Raiola. La sua sfavillante carriera è cominciata proprio da Foggia.
E sentite come. Nelle sue prime partite Roy sembrava svogliato, si integrava poco e male con i compagni. Preoccupato, Casillo mandò a chiamare Raiola: “Devi restare qui a Foggia, a fianco del giocatore, insegnargli a parlare l’italiano, fino a quando non lo recuperiamo.” Senonché, come argutamente racconta nel suo libro quell’impareggiabile storyteller che è Giovanni Cataleta, sia il mister che Raiola l’italiano non lo parlavano benissimo, Zeman per ragioni geografiche, Raiola per sua esplicita ammissione, sicché il talento olandese sembrava fare molta fatica a comprendere il “verbo” dell’allenatore.
Pasquale Casillo inventò allora un’originale catena: Zeman diceva a Casillo, che si rivolgeva in napoletano a Raiola, che traduceva per Roy. Sta di fatto che l’attaccante si mise e giocare bene e a far gol entrando nel cuore dei foggiani e contribuendo in maniera decisiva a Zemanlandia 2.

sabato 17 giugno 2017

Quando Carmeno fece vedere i sorci verdi a De Michelis e Forattini gli dedicò una vignetta

Commentando ieri mattina ad Agorà, i disordini scoppiati al Senato nella discussione sullo Ius Soli, Marcello Sorgi ha rievocato un clamoroso episodio che vide protagonista un parlamentare foggiano, Pietro Carmeno. Dopo aver detto che l’aula di Palazzo Madama è stata spesso teatro di bagarre del genere, L’editorialista de La Stampa, ha ricordarono gli incidenti che - cito quasi testualmente - costarono al senatore Carmeno la frattura di un piede.
Se si pensa che da quel giorno sono passati ben 33 anni, si ha l’idea precisa di quanto clamore suscitò il clamoroso gesto di Pietro "Pierino" Carmeno, indimenticabile e straordinario personaggio della sinistra pugliese e meridionale. I fatti conquistarono la prima pagina di tutti i quotidiani e l’apertura di tutti i telegiornali anche perché, al di là dell’importanza dell’argomento in discussione, fu prima volta che comunisti e socialisti, i cui rapporti si erano progressivamente incrinati con l’avvento al potere di Bettino Craxi, arrivarono alle vie di fatto.
Era la mattina del 19 marzo 1984, il Senato era chiamato a discutere sul decreto del Governo che tagliava la scala mobile. Quella scelta segnò in effetti il punto più alto di rottura e lacerazione tra i due partiti della sinistra.
Il Governo avrebbe dovuto rispondere, attraverso il Ministro del Lavoro Gianni De Michelis, socialista, ai 78 ordini del giorno presentati sul decreto. Il senatore comunista Rodolfo Bollini sollevò una (sacrosanta) eccezione procedurale chiedendo che si discutesse preventivamente sulla mancata  copertura finanziaria del decreto.
Trattandosi di una questione regolamentare doveva avere la precedenza. Ma la presidente di turno, la socialista Delia Briotta rispose che se ne sarebbe discusso al pomeriggio, dando la parola ai rappresentanti del governo per la loro relazione. Dai banchi del Pci si levarono urla di protesta che proseguirono per tutta la durata del discorso del ministro De Michelis.   Ed ecco quanto successe subito dopo, nel racconto di Alberto Rapisarda, su La Stampa del 20 marzo 1984.
“De Michelis stava per sedersi quando veniva raggiunto alle spalle, sul banco del governo, dal comunista Pietro Carmeno che si era infilato di corsa nel corridoio che viene utilizzato per le operazioni di voto con le palline. Carmeno si lanciava su De Michelis e gli toglieva dalle mani il pacco degli emendamenti. Per far questo, compiva un salto e cadendo si slogava una caviglia. Dolorante, usciva zoppicando dall’aula con il trofeo in mano. Ma a quel punto scoppiava il putiferio.”
I socialisti reagirono con veemenza e, forti anche dell’età media più giovane di quella dei loro colleghi comunisti, aggredirono i senatori del Pci. Per fortuna non ci furono altri feriti, oltre Carmeno, che in lettiga venne trasportato fuori dall’aula, in un’ambulanza fino all’ospedale dove gli venne diagnosticata una frattura. Ma il giorno successivo, proprio a Palazzo Madama, mentre proseguiva il dibattito venne colto e stroncato da un infarto il senatore comunista Dario Valori.
Il giorno dopo, mentre sulla copertina de La Stampa Forattini faceva assurgere il senatore foggiano agli onori della sua vignetta quotidiana, un socialista lucido e intelligente come Rino Formica invitava a suoi a frenare: “Il paese ha bisogno di un governo autorevole, non autoritario”. Non successe, e da quel giorno iniziò per la sinistra una diaspora che non si è più ricomposta.
A Foggia la notizia venne accolta con un misto di soddisfazione ma anche di stupore. Soddisfazione perché Pierino, come lo chiamavano i compagni e gli amici più stretti, gliel’aveva fatta vedere a quel De Michelis e ai socialisti che stavano trascinando il Paese verso il liberismo (forse allora non si diceva proprio così ma il concetto è più o meno quello).

Anche Internazionale ci casca sul Gran Ghetto e Rignano, ma poi si corregge

Ci è cascata anche Internazionale, prestigiosa rivista che settimanalmente pubblica una selezionata raccolta di servizi ed articoli tratti dal meglio della stampa democratica di tutto il mondo, attribuendo, erroneamente, la collocazione del Grand Ghetto a Rignano Garganico. È accaduto nella didascalia della foto e nella cartina che accompagna l’eccellente saggio di Sergio Goffredo e Susi Meret, tratto da Open Democracy, di cui ci siamo occupati qualche giorno fa, in un’apposita lettera meridiana.
L’articolo è corretto, ma risulta sbagliata la didascalia della foto, che potete vedere qui sopra, e di conseguenza è arbitrario anche il coinvolgimento di Rignano nella cartina, pubblicata a fianco della foto.
Ho scritto a Internazionale la mail che segue:
“Sono un vostro lettore affezionato. Vi seguo fin dal primo numero della rivista, e considero Internazionale un modello di obiettività, autonomia e correttezza dell'informazione.
Sono pertanto rimasto sorpreso rilevando anche anche Internazionale è incorsa nello stesso errore di tante altre testate, collocando erroneamente il Grand Ghetto del Tavoliere (didascalia della fotografia alle pagine 32 e 33 di Internazionale 1207) a Rignano Garganico.
La baraccopoli sorge nelle campagne di San Severo, e nulla c'entra con Rignano Garganico, come lascia invece trasparire anche la cartina pubblicata a pagina 33.
Ho segnalato l'errore all'indirizzo di posta elettronica indicato sulla rivista. Per completezza di informazione, mi permetto di invitarvi a leggere quanto ho scritto sull'argomento sul mio blog, Lettere Meridiane.
Cordiali saluti, Geppe Inserra
http://letteremeridiane.blogspot.it/2017/03/ghetto-di-rignano-la-bufala-del-secolo.html
La risposta di Internazionale non si è fatta attendere, e la correzione è stata pubblicata nel numero in edicola in questi giorni, come potete vedere dalla immagine.
Condivido questa esperienza con i tanti cittadini di Rignano e del Gargano che hanno stigmatizzato la bufala propalata dai giornali in questi anni, con un’evidente danno d’immagine per il bel paesino della Montagna del Sole.
Più che con risolgere diffide erga omnes, sarebbe tuttavia il caso di organizzare un monitoraggio sistematico delle notizie sul Grand Ghetto che chiamano impropriamente in causa Rignano Garganico, in modo da poter intervenire presso le testate giornalistiche, caso per caso, con la richiesta opportune rettifiche e precisazioni.

venerdì 16 giugno 2017

Se il passato ritrova i suoi colori

La foto dell'Ovile Nazionale a colori
Chi di noi non ha sognato almeno una volta di colorare il passato, spargendo una mano di colore sulle vecchie fotografie in bianco e nero? Adesso è più facile, grazie ad un workflow messo a punto da Lettere Meridiane, che consente appunto di colorare le fotografie in bianco nero, utilizzando e producendo anche foto ad alta risoluzione.
Per la verità, esistono diverse applicazioni che già fanno ciò, perfino on line. La novità del processo sperimentato da Lettere Meridiane sta nel fatto che è possibile effettuare la colorazione anche su fotografie ad alta risoluzione, in modo da poterle stampare ed eventualmente ricavarne artistici poster da appendere al muro.
L’applicazione di base utilizza sofisticatissimi algoritmi che si fondano sull’intelligenza artificiale. In sostanza, il software è in grado di comprendere cosa ci sia nella fotografia da colorare, interpretandone le diverse forme (terreno, cielo, erba, ecc.) e successivamente colorandole. Il problema è che l’applicazione genera un’immagine sensibilmente più piccola rispetto a quella originale: è necessario che sia così, per ottimizzare la memoria e salvaguardare i dettagli.
Dall’immagine colorata "piccola" così ottenuta, viene estratta la mappa cromatica che, opportunamente ingrandita, viene nuovamente applicata sull’immagine originale in bianco nero, e il gioco è fatto.
I risultati? Giudicateli voi.
La foto che abbiamo colorato per questo primo esperimento è tratta dal  Fondo Ester Loiodice, custodito dalla Biblioteca Provinciale di Foggia (e disponibile on line nella Teca Puglia). È stata scattata da un autore ignoto, tra il 1900 e il 1933, e ritrae l’Ovile Nazionale ubicato a Segezia.
Vedete in alto la foto colorata utilizzando il workflow descritto prima  e in basso quella originale.
La foto dell'Ovile Nazionale nell'originale in b/n
Per poterle scaricare ad alta risoluzione, clic sui collegamenti sotto. Vi è piaciuto? Lo spero, e state in campana perché nei prossimi giorni Lettere Meridiane regalerà ad amici e lettori altre immagini del genere.

Foggia-Roma, possibilista il sottosegretario Manzione: Trenitalia ci sta pensando

Trenitalia sta riesaminando la questione Foggia. E non si tratta più soltanto di un rumor. Il crisma dell’ufficialità è giunto questa mattina a Montecitorio, alla Camera dei Deputati, quando il Sottosegretario di Stato per l'Interno, Domenico Manzione, ha risposta in aula all’interpellanza urgente che, prima firmataria l’on. foggiana, Colomba Mongiello, era stata presentata su questa ed altre questioni riguardanti la critica situazione del trasporto ferroviario in Puglia.
Com’era facile aspettarsi, il sottosegretario si è soffermato in modo particolare sugli investimenti e sui lavori in atto del progetto di alta capacità ferroviaria tra Napoli e Bari.
Ha riservato alla questione che sta maggiormente a cuore all’on. Mongiello e agli altri sottoscrittori dell’interpellanza (Massa, Grassi, Cera, Marroni, Vico, Chaouki, Ventricelli, Dambruoso, Mariano, Pelillo, Boccia, Palma, Sannicandro, Capone, Valiante, Monaco, Distaso, Taranto, D'Ottavio, Duranti, Carra, Famiglietti, Carella, Fucci, Matarrelli, Di Gioia, Ginefra, Michele Bordo, Buttiglione, Galati, Binetti) solo poche frasi, alla fine della sua risposta. Ma quanto basta per autorizzare qualche speranza.
“Trenitalia sta valutando - ha detto Manzione - di potenziare il servizio per venire incontro alle esigenze manifestate dalle locali realtà pugliesi, nonché la possibilità di rendere ordinario il collegamento ferroviario Roma-Lecce, idoneo per orario e caratteristiche tecniche, e oggi effettuato con cadenza periodica. Trenitalia ha inoltre allo studio l'attivazione di un servizio Alta velocità, evitando così l'utilizzo dei treni IC, considerati i tempi di percorrenza e la tipologia delle fermate tipiche di tali servizi.”
Foggia non viene citata e viene ridotta al rango di una “realtà locale”, però l’annuncio del sottosegretario conferma quanto aveva già detto il governatore regionale pugliese, Michele Emiliano, che ieri ha incontrato l’AD di Trenitalia, Barbara Morgante, ponendo le questioni del Lecce-Roma e del Foggia-Roma. “Su queste due proposte – si legge in una nota diramata dalla Regione - Trenitalia si è riservata di darci il suo punto di vista: ma siamo ottimisti, nel senso che pensiamo che la strategia possa essere cambiata”.
Presentando in aula l’interpellanza Colomba Mongiello ha usato un tono particolarmente accalorato e appassionato. Erano davvero anni che in quel di Montecitorio non si levava una voce così alta a difesa degli interessi del territorio.
Potete leggere integralmente l’intervento dell’on. Mongiello cliccando qui.

Colomba Mongiello: il Nord viaggia in serie A, noi in serie C

Era davvero tanto tempo che a Palazzo Montecitorio non si ascoltava un intervento tanto lucido, caloroso ed appassionato nella difesa degli interessi del territorio foggiano. Ne è stata protagonista questa mattina l'on. Colomba Mongiello (Pd), che ha presentato nell'aula parlamentare un'interpellanza urgente sottoscritta con altri trenta colleghi per sollecitare Trenitalia ad istituire il collegamento Foggia-Roma (ne riferimento in altra parte del blog: per leggere cliccate qui).
Come abbiamo detto negli scorsi giorni, il Freccia Argento che viene utilizzato per il collegamento del mattino da Benevento a Roma, parte da Foggia, ma senza fermarsi alla stazione per far salire i viaggiatori. Un'autentica beffa che ha suscitato feroci polemiche a Foggia e in provincia di Foggia. Per la passione civile e politica che lo distingue, l'intervento di Colomba Mongiello merita di essere letto tutto. Eccolo.
* * *
non è la prima volta che faccio questo intervento in Aula sul potenziamento delle linee, sulla implementazione delle corse, sulle carrozze fatiscenti, sui perenni ritardi, sui bagni che non funzionano. Ma si sa: noi siamo il Sud, noi siamo il Mezzogiorno, spezzato in due dall'alta velocità. È colpa nostra se viaggiamo così lenti? È colpa nostra se viaggiamo in carrozze vecchie, sporche e fatiscenti? È sempre colpa nostra se il gap infrastrutturale nord-sud si allarga? Nel nord-ovest ci sono 7,2 chilometri ogni 100 chilometri quadrati; al sud solo 4,7 chilometri. Nel nord-ovest la rete dell'alta velocità è pari al 9,6 della rete totale; al sud il 2,4: eppure paghiamo lo stesso biglietto del nord-ovest. La differenza è che loro viaggiano in serie A e noi viaggiamo in serie C.

giovedì 15 giugno 2017

Stasera a Foggia Massimo D'Alema: si parla di lavoro e democrazia

Quanta acqua è passata da sotto i ponti da quando la Puglia e la Capitanata erano una incrollabile roccaforte dalemiana. Un giusto premio per il leder maximo, che in Puglia aveva svolto la parte più importante del suo noviziato politico. Di fatto, quel laboratorio pugliese inventato da D’Alema per costruire un nuovo centrosinistra, è stato il trampolino di lancio per una carriera politica che nessun altro esponente della sinistra italiana può vantare.
Massimo D’Alema torna oggi a Foggia, dove mancava da poco più di un anno. Venne a maggio dell'anno scorso, per presentare la monografia dedicata dalla sua fondazione ItalianiEuropei ai Settant'anni della Repubblica.
L’ultima volta squisitamente politica accadde invece nel dicembre del 2014, nell’auditorium di Santa Chiara, affollato come s’addiceva all’occasione importante. Assieme a Peppino Caldarola, l’ex premier commemorò Enrico Berlinguer, inaugurando una mostra che ricordava tutte le volte di Berlinguer in Capitanata.
D’Alema torna oggi nel capoluogo dauno come promotore di quell’Articolo 1, Movimento Democratico e Progressista che sta cercando di ritagliarsi uno spazio significativo, in una sinistra sempre più orfana dei suoi valori tradizionali e fondanti. Dopo aver apertamente sostenuto il “no” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, D’Alema è stato il primo a capire i fermenti nuovi che si muovevano sul fronte della sinistra, dopo il voto referendario e la pesante sconfitta di Renzi.
Aveva fondato l’associazione ConSenso, per poi confluire, dopo l’abbandono del Pd, nel neonato Articolo 1, che mette assieme le diverse famiglie della sinistra uscite dal Pd e da Si.
L’appuntamento di stasera (ore 19.00, presso la sala Rosa del Palazzetto dell’Arte) si preannuncia di particolare interesse, perché è la prima volta di D’Alema a Foggia dopo la scissione nel Pd e il terremoto politico che ha sconvolto la sinistra, e perché si discuterà proprio sui valori che la nuova sinistra rimprovera ai dem di avere dimenticato: lavoro e democrazia che rappresentano da sempre i valori fondanti della sinistra, ma che, davanti alle sfide della società globale, vanno ripensati e rilanciati, facendone le pietre angolari della nuova sinistra.
Massimo D’Alema sarà intervistato su questi temi dal giornalista del Corriere della Sera Tommaso Labate, in un incontro promosso dal Gruppo Parlamentare di Articolo Uno - Movimento Democratico e Progressista.
Attualmente presidente della Fondazione Italianieuropei, l’ex primo ministro Massimo D’Alema è tra i promotori del nuovo movimento democratico e progressista, nato con l’obiettivo di dare vita ad un nuovo centrosinistra per il paese.
“Lavoro e democrazia - La Sinistra nel mondo nuovo” è il tema dell’incontro, cui interverranno  anche Arcangelo Sannicandro, deputato di Articolo Uno, e il capogruppo del movimento nel consiglio regionale pugliese, Ernesto Abaterusso.

mercoledì 14 giugno 2017

Foggia e la Daunia beffate, tradite, oltraggiate

Il Freccia Argento che "nasce" da Benevento, ma che
parte in realtà da Foggia. Vuoto.
Foggia beffata. Tradita. Oltraggiata. Con l’entrata in vigore del nuovo orario estivo di Trenitalia si è consumato il temuto, ma in fondo scontato, tradimento. L’azienda ferroviaria non ha rispettato i patti che prevedevano che il “baffo” di Incoronata (costruito con i soldi pubblici proprio a questo scopo) sarebbe stato utilizzato soltanto per il traffico merci, e non anche per quello passeggeri.
Il Freccia Argento veloce che collega Bari a Roma utilizza proprio quella bretella, con buona pace di quanti - sindaco Landella in testa - avevano promesso che si sarebbe incatenati sui binari per impedire che il misfatto fosse compiuto.
Ma non è tutto, perché al danno si è aggiunta la beffa.
Avete presente il Freccia Argento veloce che collega Benevento a Roma e che il governatore regionale Michele Emiliano aveva chiesto di far partire da Foggia? Bene, si è appreso che il convoglio parte proprio da Foggia, perché la stazione di Benevento non dispone di strutture idonee allo stazionamento del vettore.
Così quel Freccia Argento parte da Foggia senza tuttavia far salire alcun passeggero. Non transita dalla stazione del capoluogo dauno, utilizzando anch’esso la famigerata bretella.
Tutto ciò dà l’esatta misura della considerazione in cui vengono tenuta le istanze della cittadinanza dauna, e della sua classe dirigente.
“Qualcuno ha almeno bussato alla porta di Trenitalia?”, si era chiesto qualche giorno fa il capo della redazione foggiana della Gazzetta del Mezzogiorno, Filippo Santigliano, lamentando che alla mobilitazione delle settimane scorse non avessero fatto seguito azioni conseguenti di pressing sui vertici dell’azienda ferroviaria.
Non soltanto alla porta di Trenitalia non ha bussato nessuno, ma pochi si sono accorti che i treni veloci per Roma sono ormai un dato di fatto: bypassano Foggia, alla faccia e sulla testa dei soli foggiani (perché alla fine è stato preso in giro anche il sindaco di Bari, Decaro, in quanto il cosiddetto veloce per Roma non è poi così tanto veloce, in quanto ferma anche a Benevento e Caserta…).
Tra i pochi ad incazzarsi il segretario provinciale della Cisl, Emilio Di Conza: “Malgrado la mobilitazione del territorio, culminata nella manifestazione di Cgil, Cisl e Uil del 31 maggio davanti alla Stazione FS di Foggia, il pronunciamento di tutte le principali rappresentanze istituzionali e politiche della Capitanata e della Puglia, la richiesta formale di chiarimenti inviata dal partenariato sociale ed istituzionale di Foggia al Ministero dei Trasporti - ha scritto in una nota il dirigente sindacale -, Trenitalia non ha battuto ciglio, confermando la sua scelta unilaterale ed ingiustificata di penalizzare il territorio di Foggia all’interno del servizio pubblico dei trasporti su rotaia, servizio che dovrebbe invece garantire parità di condizioni a tutti gli utenti italiani”.
Purtroppo, sottolinea ancora la Cisl territoriale, “questo non accade per i cittadini della provincia di Foggia, il cui territorio viene utilizzato come area di sosta, poco più di un parcheggio, per i treni veloci che vanno a servire le zone di Benevento e Caserta, dove evidentemente riescono a farsi sentire, in maniera più efficace ed incisiva, nei confronti non solo di Trenitalia ma anche del Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture e dello stesso Governo nazionale”.
Come la si volti e come la si giri, questa vicenda fornisce l’esatto peso della classe politica e dirigente foggiana. Leggera come una piuma. Prossima allo zero.

Pio e Amedeo vincono il Premio Margutta

I critici, quelli che arricciano il naso di fronte ai successi e alla “foggianità” di Pio e Amedeo sono serviti. I due comici hanno vinto il Premio Margutta, che quest’anno ha come presidente onorario il premio Oscar, Gabriele Salvatores. Si sono aggiudicati il prestigioso riconoscimento nella sezione tv, e lo riceveranno durante una cerimonia che si svolgerà nella Galleria Monogramma di via Margutta, alle 20.30 di venerdì 16 giugno prossimo.
Una bella soddisfazione per i due attori foggiani, che nelle loro primissime gag a Telefoggia indossavano i panni di due tifosi del Foggia, in trasferta al seguito dei satanelli, che passeggiavano per le strade di Roma del tutto spaesati, ostentando immancabilmente la loro beata ignoranza.
Giunto alla sua venticinquesima edizione, il Premio Margutta è da sempre simbolo di creatività e fecondità intellettiva. Pio e Amedeo sono in eccellente compagnia: assieme a loro, ritireranno l’artistica scultura di Angela Pellicanò, Camillo Bona per la moda, Alfiero Alfieri per il teatro,  Mauro Masi per la sezione “istituzioni”, Alessandro D'Alatri per il cinema,  Eugenia Albini per l’arte, Caterina Guzzanti per la fiction, Ladyvette per la musica, Alessandro Spiezia, Isabel Russinova e Marc Mességué rispettivamente per centro storico, solidarietà e arte & benessere.
La manifestazione di consegna del premio si svolge contemporaneamente ad eventi di moda e di arte, che trasformano la storica strada capitolina in un autentico museo a cielo aperto.
Pio e Amedeo non sono i primi foggiani ad aver conquistato l’ambito riconoscimento. Prima di loro era toccato infatti a  Vladimir Luxuria e a Michele Placido. In passato sono state insignite del Premio Margotta personalità di primissimo piano del mondo dello spettacolo, della cultura e del giornalismo come Dario Fo, Maurizio Costanzo, Asia Argento, Pippo Baudo, Pupi Avati, Gabriele Salvatores, Carlo Verdone, Walter Veltroni, Philippe Daverio, Santo Versace, Anna Falchi, Franco Di Mare, Eleonora Giorgi, Mara Venier, Fiorello, Michele Santoro e Teresa de Sio.

martedì 13 giugno 2017

La resa del guerriero alla bruttezza dilagante

Non so se gli alberi hanno un’anima. Ma a guardare quel che resta di questo cedro del libano che si ergeva nel giardino dell’Arpa (l’agenzia regionale preposta alla tutela ambientale…) verrebbe fatto di dire sì. Sembra quasi che i rami si trasformino in braccia, che si aprono in un gesto amaro di resa.
Un guerriero che, stanco di combattere, alza le mani e si arrende alla cultura della bruttezza che dilaga a Foggia. Un muto grido di dolore.
Ma questa volta pare che a determinare la drastica potatura non siano state le ragioni di sicurezza invocate per l’abbattimento dei pini pericolanti ai Cavalli Stalloni, in via Guglielmi e a Parco San Felice.
In un post pubblicato sul suo profilo facebook, Giuseppe Messina ricostruisce la sconcertante vicenda:
Il "guerriero" stilizzato e lo "stucchio" - scrive Messina, riferendosi ad
un secondo albero, che potete vedere nell'immagine a fianco - appartengono alle buonanime di due splendidi cedri del Libano, alti non meno di venti metri, non pini e dritti come fusi, lo si capisce bene.
Ebbene, circa un mese fa, un vento molto forte ha spezzato un ramo di un albero adiacente, sul quale non erano state evidentemente fatte le tempestive potature (a sinistra della foto) che ha danneggiato un'auto: è bastato per scatenare la furia piantomicida degli addetti ai lavori. I tronchi rimasti troppo diritti per essere pericolosi sono inequivocabilmente riparati dai venti su tutti e quattro i lati. Ditemi se non è una vergogna tale pressapochismo! Sul lato a sinistra sono stati fatti altri interventi "salutari" su sei o sette pini non proprio diritti; sugli altri due lati sono stati "stozzati" quattro o cinque tigli, diritti e protetti, a poco meno di tre metri d'altezza. L'area è tutta "ben curata": alla base dei tigli "un bosco" di polloni ha formato quasi un siepe!

Santino Caravella: l'orgoglio e la bellezza di essere pugliese

Ricordate Santino Caravella, il precario foggiano che “sta messo male male male”, che ha furoreggiato a Made in Sud? Immaginate cosa succede se decide di partecipare ad un contest di ballo, però non sa ballare, deve prendere lezioni, e a fargli da maestro è nientemeno che il grande attore comico foggiano Giovanni Mancini, negli inediti panni del Maestro Miyagi (quello di Karate Kid, che insegna le arti marziali a botte di “metti la cera, togli la cera”).
Succede che si ride a crepapelle dal primo all’ultimo secondo di Piglia la Puglia Mi Amor, il nuovo inno alla Puglia del bravissimo comico foggiano-lucerino, che conferma la sua capacità di strappare risate e sorrisi mantenendo sempre un garbo che gli evita di cadere in stereotipi e luoghi comuni.
Il risultato è divertentissimo ma anche di assoluta serietà. In un momento in cui la Puglia soffre di un'esasperata competizione tra i diversi territori provinciali ed è attraversata da venti scissionistici, Caravella è tra i pochi a declinare l’immagine della Puglia “una”, e mettere unitariamente in vetrina la sua struggente bellezza, dal Gargano al Salento. Da consigliare ai tanti politici che con i loro comportamenti campanilistici alimentano baruffe tra i pugliesi. E forse non è un caso che in un verso della sua canzone, giocando sul doppiosenso, il buon Santino inviti a "gettare la maglia" e mettersi a ballare, tutti insieme.
Il brano inneggia ad una regione dove “nonostante i suoi difetti, si sta che è una meraviglia” e “nonostante quello che in fondo ci manca, nessuno piange, anzi si fa festa perché la nonna - canta Santino con un riuscito ossimoro - c’ha l’iPhone ma in mano c’ha la teglia di pasta al forno.”
Geniale la storia che racconta le diverse fasi della preparazione al contest con l’allievo Caravella a sudare sette camice e a “mettere la cera, togliere la cera” mentre il maestro Mancini-Miyagi s’ingozza all’inverosimile di leccornie tipiche pugliesi (scherzando gli ho chiesto quanti chili avesse preso durante le riprese, mi ha risposto che girare è stato invece molto faticoso, al punto da perdere tre chili...).
Santino si allena con scrupolo, ma i risultati non arrivano fino a quando a dare a Caravella la dritta giusta è altro maestro pugliese doc, Lino Banfi che gli svela il segreto: se vorrà imparare a ballare Viva la Puglia dovrà bere un bicchiere di vino rosso del nonno. Detto fatto, Caravella diventa un provetto ballerino. Riuscirà il nostro eroe a vincere il contest? Per saperlo, guardatevi il video al termine del post, e non dimenticatevi di acquistare il brano sulle principali piattaforme musicali (iTunes, Google Play, Spotify, Amazon e Deezer): parte del ricavato sarà devoluta all' A.G.A.P.E. (Associazione Genitori e Amici Piccoli Emopatici).
Ottima la regia del lucerino Michele Creta (Miglior opera prima al Festival del Cinema Indipendente di Foggia, con Caccemmitt). Da oscar l'interpretazione di Giovanni Mancini, affiancato nel cast da Antonio Montuori, Roberta Mancini e Roberto Caravella. Il videoclip è impreziosito da tutta una seria di partecipazioni amichevoli tra cui spicca quella del noto chef di Orsara, Peppe Zullo, e quindi Daniele Condotta, Amalia Ponziano, Piero CIAKKY, Pepito, Dj pedro, Gmr Dj, Giovanna d'Angelo, Antonella Brudaglio, Moustax ba, Paolo Citro, Gli Inseparabili, Antonio Pace.
E adesso gustatevi Piglia la Puglia Mi Amor. E poi cantatelo, ballatelo, condividetelo.

Galante: "L'importante contributo della stampa alla democrazia in Capitanata"

Michele Galante e Vito Antonio Leuzzi
C’è di tempo fino a domani per visitare l’interessante mostra documentaria sul tema "La rinascita della stampa libera in Puglia. 1943-1945", organizzata da Anpi, Fondazione Foa, Ipsaic e Corecom Puglia, in collaborazione con la Biblioteca Provincia di Foggia “La Magna Capitana” che la ospita nella sua area mostre (primo piano).
Enzo Siesto ha realizzato una interessante intervista ai curatori della mostra: il direttore dell’Ipsaic (Istituto Pugliese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea), Vito Antonio Lezzi e il presidente dell’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia), Michele Galante, che si è occupato dei materiali documentari riguardanti la provincia di Foggia, in larga parte conservati proprio alla Biblioteca Provinciale.
Durante la manifestazione inaugurale, Galante ha sottolineato come la Puglia sia stata un crocevia importante nella costruzione dell’opinione pubblica democratica, grazie anche alla straordinaria presenza rappresentata da Radio Bari, che fu uno dei pochi strumenti di informazione che non subì la censura del governo Badoglio.
Galante ha motivato il fatto che la stampa democratica sorse in Capitanata qualche mese dopo rispetto alle altre province pugliesi con i pesanti danni provocati dai bombardamenti e dalla guerra, che avevano portato d un’autentica rarefazione della presenza dello Stato.
Ha quindi ricordato che il primo giornale dauno dopo il fascismo fu Azione Democratica a Lucera, diretto da Pasquale Soccio. Successivamente il dibattito politico fu sostenuto massicciamente dalla stampa: ben 5 dei 6 partiti antifascisti avevano il loro giornale. La prima testata di Foggia città fu Juvenilia, diretta da Maurizio Mazza. Tra i temi maggiormente trattati, la ricostruzione postbellica, l'irrigazione, il regionalismo della Regione Dauna.
La provincia di Foggia fu la quarta nel Mezzogiorno per numero di voti dati alla Repubblica.
Potete guardare qui sotto l’interessante intervista.

lunedì 12 giugno 2017

Pulsano e gli eremi colti dallo sguardo che vola di Fabrizio De Lillo

Fabrizio Jamie De Lillo regala ai suoi sempre più numerosi fan una deliziosa chicca. Questa volta porta l’occhio del suo drone e della sua videocamera in uno dei luoghi più belli e suggestivi della Puglia e del Gargano: Santa Maria di Pulsano a Monte Sant'Angelo. Lo sguardo che vola di Fabrizio cattura immagini di stupefacente bellezza, finora esclusivo appannaggio degli uccelli. C’è poco da dire: guardatevi il video, gustatelo fino in fondo. Questa volta il giovane videoblogger foggiano si supera.
Antica abbazia edificata sulle rovine di un tempio dedicato al culto di Calcante, Santa Maria di Pulsano sorge su uno degli “orridi” più spettacolari del Gargano, a strapiombo sul golfo di Manfredonia. Nelle rupi sotto il tempio, antichi eremiti scavarono delle grotte dove trascorrevano il loro tempo pregando. Insomma, un luogo d’incanto come pochi, dove il fascino della natura più primitiva e incontaminata incontra la spiritualità e la fede. Gli eremi sono stati riconosciuti qualche anno fa dal FAI, “Luoghi del cuore”.
La lunga salita da Manfredonia che, sulle ripide balze del vallone, porta in alto fino a Pulsano fu percorsa da San Francesco d’Assisi (Lettere Meridiane ha pubblicato qui, il racconto di Giovanni Tancredi). L’ascesa di un gruppo di pellegrini in tempi moderni è invece raccontata mirabilmente da Gianfranco Pazienza, in Voli Ascetici, anche questi oggetto di pubblicazione da parte di Lettere Meridiane. Potete trovare e scaricare qui l'e-pub..
Le atmosfere incantante narrate da Tancredi e da Pazienza diventano immagini pulsanti, nello stupendo video di Fabrizio De Lillo. Guardatelo qui sotto. Amatelo. Condividetelo.

Elezioni in Capitanata, bene il Pd e il centrosinistra. Ma votanti in calo.

La tornata delle elezioni comunali, che interessavano in Capitanata quattordici amministrazioni, ha confermato la tendenza alla disaffezione del corpo elettorale. Con il 64,6% di elettori, Foggia è tra le province pugliesi che ha votato meno. Peggio ha fatto solo Taranto (63,77%). La media regionale si è attestata sul 66,74%. Rispetto al precedente turno l’affluenza dei votanti ha perduto quasi due punti percentuali. L’ultima volta aveva votato infatti il 68,42% degli aventi diritti. La disaffezione non colpisce soltanto l’elettorale attivo, ma anche quello passivo: a Faeto non si è votato perché i due candidati sindaci non sono stati in grado di comporre le liste per il consiglio comunale.
Il risultato del test premia in generale il Pd ed il centrosinistra.
Il comune più atteso alle urne era Monte Sant’Angelo, dove si votava dopo due anni di gestione commissariale provocata dallo scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose.
La vittoria è andata al candidato del Pd, Pierpaolo D’Arienzo.  Con la sua lista civica Cambiamonte, D’Arienzo ha conquistato 4.383 voti, pari al 61,6%. Alla lista anche gli 11 seggi spettanti alla maggioranza. L’altra lista di centrosinistra, capeggiata da Luigi Mazzamurro, ha totalizzato 1.954 voti (27,5%) e 4 seggi. Al terzo posto Donato Troiano, ex sindaco Pds ed ex presidente dell’Asl, con la lista civica Verso il futuro, appoggiata dal centrodestra, con 773 voti (10,9%) e un seggio.
Non esaltante, l’affluenza alle urne: soltanto il 61,3% degli aventi diritto.
A Rodi Garganico, dove non si era candidato il sindaco uscente Nicola Pinto, l’ha spuntata l’ex sindaco Carmine D’Anelli, sostenuto dal Pd, che con la sua lista ha conquistato 1.454 voti (61,7%) battendo la candidata del centrodestra, Giovanna Amedei (903 voti, 38,3%).
A Rignano Garganico l’ha spuntata il giovane Luigi Di Fiore che capeggiava la lista civica Rignano che vorrei. Ha conquistato la fascia tricolore battendo con il 59,6% dei consensi Michele Ciavarella (Patto per Rignano) che si è fermato 40,4%. Vittoria del Pd anche a Carpino: con 1.490 voti (53,8%) Rocco Di Brina, stimato urologo foggiano, ha battuto l’avversario Nicola Trombetta (46,4%).
Nel Gargano erano chiamati alle urne anche i cittadini di Ischitella e Isole Tremiti. Nel comune che ha dato i natali a Giannone erano in corsa quattro candidati sindaci: ha vinto nettamente Carlo Guerra, sostenuto dal Pd e dall’Udc (1.491 voti, 57%) che ha nettamente staccato il vicesindaco uscente, Giuseppe D’Errico (676 voti, 25,9%). Al terzo posto la lista guidata dall’ex vicesindaco Leonardo La Malva, con il 13%. Il quarto candidato, Eustachio Caputo, ha totalizzato il 4,1%.
Come da tradizione, gli elettori di Isole Tremiti si sono recati in massa alle urne (85,43%) affidando la fascia tricolore ad Antonio Fentini, vincitore della competizione elettorale con il 68% dei consensi. Nettamente staccati gli altri due candidati sindaci, Basso Martella (27,6%) ed Arturo Santoro (4,4%).
Tre i comuni del Tavoliere chiamati al rinnovo del consiglio comunale. A Stornara, dove ha votato l’82,73% degli aventi diritto) si è confermato sindaco Rocco Calamita che ha largamente battuto, con l’80,15% dei voti l’avversario, Michele Mandriani (19.9%). Antonio Del Priore, a capo della civica "Innovazione", sostenuto da Capitanata Civica, è stato riconfermato sindaco a Castelluccio dei Sauri con il 53,1%. Dietro di lui, Carmela Ciotti (Cambiamenti) con il 39,4%, e la candidata del Movimento 5 Stelle, Alessandra Augelli (7,6%). A Chieuti, gli elettori hanno affidato la fascia tricolore a Diego Iacono, che con il 57,7% ha battuto la sua sfidante Antonietta D'Ardes che si è fermata al 42,3%.
Vediamo come sono andate le cose nei Monti Dauni. A Orsara si registrava una situazione particolarmente effervescente con la netta spaccatura del centrosinistra, da molti anni alla guida del Comune. L’ha spuntata sul filo di lana il sindaco uscente Tommaso Lecce che con 888 voti (43,9%) ha sconfitto il candidato del Pd, Pierluigi Caraglia (780 voti, 38,6%). Terzo Michele Belluscio di Primavera Orsarese, con 353 voti (17,46%).
Nei Monti Dauni erano chiamati alle urne anche Motta Montecorvino, Panni, Roseto Valfortore e Celenza Valfortore. A Motta l’ha spuntata nettamente Domenico Iavaniglio che ha ottenuto quasi l’80% dei voti, battendo Roberto Calabrese (20.6%) e Massimo Salandra, protagonista di un autentico “caso”: ha ottenuto soltanto un voto!
A Panni Pasquale Circolo, con il 70,7% dei voti ha battuto Vito Montecalvo (29,3%). Cambio della guardia in municipio a Celenza Valfortore, dove con il 55,1% Luigi Iamele ha sconfitto il sindaco uscente Massimo Venditti (44,9%).
A Roseto Valfortore si è recato alle urne soltanto il 38,17% degli aventi diritto. L’ha spuntata Lucilla Parisi, già più volte sindaca in passato del piccolo centro subappenninico, che si è imposta sul rivale Matteo Caldarella con il 55,2% dei voti. L’avversario ha totalizzato invece il 44,8%.

sabato 10 giugno 2017

Malamend, l'exploit di Tavola 28

Tavola 28 volta pagina, e fa centro al primo colpo. Più di 6.000 visualizzazioni in poche ore. È un autentico exploit per Malamend, l’ultimo brano di Cisky e Guaiè, premiando la svolta e il salto di qualità operato dai due rapper foggiani che puntano decisamente alla ribalta nazionale, e non solo.
Il brano e il videoclip che l’accompagna (on line da qualche ora) sono belli e nello stesso tempo complementari, l'uno all’altro. Il rapporto forte tra musica e immagini svela la svolta artistica della band foggiana che ha in programma nei prossimi tempi altre uscite del genere. Non più cd, costosi e dall’improbabile ricaduta, in un circuito rarefatto com’è quello della musica indie, ma piccoli film come questo, racconti di una periferia estrema ma in fondo quotidiana.
Malamend canta quella periferia che non sospetti per il solo fatto che non la conosci. È la periferia foggiana ma identica a tutte le periferie del mondo, teatro delle storie che stanno dietro gli articoli di cronaca nera che ogni giorno riempiono le pagine dei quotidiani.
Quella raccontata dal videoclip è una storia torbida e a tinte fosche, ma in fondo uguale a tante di quelle che si consumano, appunto nelle periferie. Due meccanici vessati e sfruttati dal loro datore di lavoro (Francesco Benigno), dedito alla droga, alle scommesse clandestine e alle belle donne, mettono a punto una rapina ai suoi danni. Ma le cose non andranno nel senso sperato, perché a chi è malamend, non può che toccare un destino malamend.
Mettendo in scena e cantando l’universo border line della periferia, i Tavola 28 denunciano la disperazione degli ultimi, l’assenza di prospettive e di possibilità che grava su una generazione di giovani condannati alla marginalità e alla disgregazione. Ma nello stesso tempo lanciano un appello: delinquere non è la risposta.
Perfetta e coinvolgente l’alchimia tra la durezza dello slang foggiano, il ritmo quasi ipnotico del brano che sembra un lamento e le splendide immagini girate da Vincenzo Romagnoli. Grazie a questo equilibrio perfetto l'opera di Cisky e Guaiè ha tutte le carte in regola per imporsi all'attenzione del grande pubblico. Nonostante il foggiano. O, forse, grazie al foggiano.
Qui sotto il video. Guardatelo, cantatelo, condividetelo.

Le gag di Pio e Amedeo da Bonolis trascinano Canale 5

“Abbiamo una strategia: non pensare.” “Beh, è una strategia che portate avanti dalla nascita”.
Il botta e risposta tra Pio e Amedeo e Paolo Bonolis rende efficacemente il clima in cui si è svolta la prova finale del duo comico foggiano, impegnato l’altra sera nella trasmissione Avanti un altro. L’ultima prova, che consiste nel dover rispondere ad una raffica di domande, fornendo la risposta sbagliata, si è risolta in un tripudio di gag, frizzi e lazzi che hanno contribuito a decretare il successo della edizione serale del quiz di Bonolis, andato in onda su Canale 5, che ha totalizzato uno share del 17,34% con 3,465 milioni di spettatori, battendo Tutto può succedere 2 in onda su Rai Uno (17,23% di share).
C’è da dire che Mediaset aveva schierato per l’esordio in prima serata della trasmissione di Bonolis il meglio della sua squadra, facendo scendere in campo quali concorrenti oltre a Pio & Amedeo, Maria De Filippi, Fabrizio Frizzi, Daniela Del Secco d’Aragona, Naike Rivelli, Antonella Fiordelisi, Giulia De Lellis, Alex Belli, Francesco Nozzolino e Gianluca Mech.
Per la cronaca, Pio e Amedeo sono arrivati in finale sfiorando il colpo grosso, ed aggiudicandosi, grazie ad un finale al cardiopalmo, 100.000 dei 215.000 euro complessivamente disponibili. La somma sarà devoluta in beneficenza.
Sta di fatto che i due ragazzi foggiani crescono di giorno in giorno nell’audience e possono essere ormai ritenuti le punte del team Mediaset.
Intanto, sta furoreggiando sul web il video YouTube della esibizione ad Avanti un altro, che sta scalando la classifica dei video più visti sulla piattaforma. In poche ore ha totalizzato più di 100.000 viste.
Voi potete guardarlo qui sotto.

Ghetto e caporalato nel mirino di openDemocracy: lo Stato assente o quasi

Foto  Liminal geographies
Il Grand Ghetto del Tavoliere e i traffici nazionali ed internazionali che vi ruotano attorno sono finiti nel mirino di openDemocracy, piattaforma indipendente di confronto e discussione sui grandi temi di politica internazionale e cultura, che tra le sue firme annovera personaggi del calibro di Kofi Annan, segretario dell’Onu, il nobel per la pace Shirin Ebadi e l’eccentrico finanziere ed imprenditore George Soros.
OpenDemocracy è un bell’esperimento di democrazia digitale, finanziato da organizzazioni filantropiche, tra cui la Ford Foundation e la Rockefeller Brothers Fund.
Non è un caso che l’articolo saggio di Susi Meret e Sergio Goffredo sia quanto di più obiettivo, politicamente corretto e interessante mi sia capitato di leggere attorno al Ghetto e ai complessi fenomeni del traffico di manodopera agricola nel Mezzogiorno d’Italia.
Pubblicato con licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 4.0, l’articolo è stato ripreso e tradotto dal settimanale italiano Internazionale, nel testo che pubblichiamo sotto. Qui potete trovare, invece, la versione originale.
Gli autori sono ricercatori di notevole spessore:  Susi Meret è professoressaa associata del dipartimento di Cultura e Studi sulla Globalizzazione dell’università di Aalborg. È componente del gruppo di ricerca del COMID (Centre for the Studies of Migration and Diversity). 
Sergio Goffredo è ricercatore presso la Facoltà di Scienze Sociali della stessa università.
Va detto che il titolo originale dell'articolo è notevolmente più "duro" di quello proposto dalla traduzione italiana di Internazionale: Subverting neoliberal slavery: migrant struggles against labour exploitation in Italy (Sovvertire la schiavitù neoliberista: le lotte dei migranti contro lo sfruttamento del lavoro in Italia). Il sommario della versione italiana recita, invece: "La legge contro il caporalato non basta. Bisogna abolire il reato di immigrazione clandestina e aiutare i lavoratori sfruttati a essere consapevoli dei loro diritti".
Ecco il testo dell’importante ed imperdibile articolo.
* * *

I migranti schiavi nelle campagne italiane

Sergio Goffredo e Susi Meret, Open Democracy, Regno Unito

Non è possibile, osservando un qualsiasi oggetto in un supermercato, capire quali siano le condizioni che stanno alla base della sua produzione. Possiamo fare colazione ogni giorno senza pensare alle tante persone che sono impegnate per produrla. Ogni traccia di sfruttamento viene cancellata dall’oggetto (nel nostro pane quotidiano non c’è traccia delle impronte digitali dello sfruttamento).-David Harvey, 1989
La mattina del 3 marzo 2017, nel cosiddetto gran ghetto, una baraccopoli della pianura pugliese, sono morti Mamadou Konate, 33 anni, e Nouhou Doumbia, 36 anni, due lavoratori agricoli originari del Mali. Un incendio scoppiato nella notte ha distrutto le baracche di plastica, legno e cartone.
Per oltre vent’anni il gran ghetto ha “ospitato” centinaia di migranti, impiegati come lavoratori agricoli alla giornata nei campi, in condizioni di schiavitù. Durante la stagione della raccolta dei pomodori, il numero degli ospiti del gran ghetto raggiunge le migliaia, che si aggiungono alle centinaia di migliaia di migranti sfruttati nelle campagne italiane. La forza lavoro a buon mercato e sottopagata contribuisce a rendere il settore agricolo italiano competitivo a livello internazionale.
Nei giorni che hanno preceduto l’incendio, le autorità locali stavano sgomberando il gran ghetto perché sospettavano che ci fossero delle infiltrazioni mafiose. “Il gran ghetto è una vergogna, cresciuta nel corso di anni d’indifferenza”, aveva detto il 2 marzo Michele Emiliano, presidente della regione Puglia. Giusto. Ma perché un repulisti così affrettato dopo decenni di convivenza tollerata? Guarda caso la decisione di sgomberare la baraccopoli ha coinciso con la sfida lanciata da Emiliano all’ex presidente del consiglio Matteo Renzi per la guida del Partito democratico.

venerdì 9 giugno 2017

Io voglio e pretendo... (di Maurizio De Tullio)

Ho letto con estremo disagio il grido di dolore lanciato da Geppe Inserra e lo sottoscrivo interamente. Lo faccio non solo per la vicenda in sé ma perché mi dà modo di riannodare un po’ certi fili della memoria.
Avevo poco più di 20 anni quando, dai microfoni e con le telecamere della neonata Teleradioerre, testimoniavo lo stato di degrado delle nostre strade urbane, compreso lo sconcio di marciapiedi e selciati stradali deturpati e, soprattutto, resi pericolosi dalle (innocenti: è bene ribadirlo!) radici dei nostrani Pini d’Aleppo.
Per la verità, a quel tempo e negli anni a seguire, quelle mie denunce giornalistiche – nonostante avessi cambiato emittente (nel 1979 passai a Radio Luna) – non diminuirono e non solo non si riusciva ad avere risposte pertinenti e pretenziosi interventi riparatori, ma, sul piano della denuncia civica, mi sentivo un pesce fuor d’acqua: le mie erano le classiche parole al vento.
Nel 2005, al tempo in cui con Angelo Renzulli curavamo sul web il famoso “Vadonline” (www.ilvademecum.it), pubblicai sull’ultimo numero, come manifesto di commiato, un provocatorio fantareportage. Partiva da un ipotetico viaggiatore del Nord Italia, che, giunto in città in treno, cominciava il suo percorso di conoscenza diretta della città. Vi evito le “immagini”, per nulla diverse da quelle di questi giorni. Ma anche allora, dodici anni fa, nessuno ne parlava sui giornali, in televisione, sul web. Come se la cosa non ci riguardasse in quanto Comunità, in quanto contribuenti, in quanto elettori…
Oggi vedo nascere un certo interesse. Non so quanto dettato da autentica passione civile e di amor patrio dal quale è mutuabile anche il ben più noto (e abusato) “senso di appartenenza”. Che a Foggia ha valore solo in senso cromatico: rosso e nero…

giovedì 8 giugno 2017

I Tavola 28: i "malamend" perdono sempre

Meno uno. Il conto alla rovescia è quai terminato. Domani venerdì 9 giugno sarò on line Malamend, il nuovo videoclip dei Tavola 28. La band foggiana si ripresenta con un brano duro e puro che punta in alto, e che intende denunciare la difficile condizione giovanile nelle periferie del Sud, " periferie che sono identiche per cultura e problemi, alle periferie di tutto il mondo", come ha puntualizzato Cisky durante la conferenza stampa di presentazione che si è svolta nel pomeriggio alla Città del Cinema.
"Siamo particolarmente lieti di poter offrire il nostro contributo alla crescita di questo gruppo foggiano che è destinato a recitare un ruolo sempre più importante nel panorama rap pugliese e italiano", ha detto aprendo i lavori il direttore della multisala, Domenico Morsuillo.
Quindi la proiezione in anteprima del video musicale, diretto dal filmmaker Vincenzo Romagnoli, guest star l'attore siciliano Francesco Benigno.
Una storia a tinte forti ambientata nel torbido mondo della malavita, in cui, alla fine perdono tutti, e prima di tutto i malamend, i cattivi cui il brano è dedicato.
Un brano duro. "Non è la canzone che si balla in spiaggia è un lamento. E il brano vuol dire che a mettersi contro la legge si finisce male", hanno puntualizzato i due componenti del gruppo, Cisky e Guaiè.
Alla conferenza stampa è intervenuto l'assessore alla pubblica istruzione del Comune di Foggia, Claudia Lioia:" Malamend è un pugno nello stomaco. Ma ci dice quanto sia importante stare in trincea per sottrarre ragazzi e giovani al miraggio della criminalità. Dobbiamo lottare contro la dispersione scolastica. Avvicinare i ragazzi alla cultura li rende liberi. Darsi alla delinquenza non è una risposta alla disoccupazione."


Quegli alberi abbattuti che distruggono la memoria...

Diciamo la verità fino in fondo. Vivere a Foggia non è una delle cose più gratificanti che possano capitarti nella vita. E, nonostante tutto questo mio scrivere sulla necessità di restare, anche io certe volte vorrei arrendermi, scappare, togliermi dalle scarpe la polvere di questa città sempre più brutta. Mi tengono legato ancora qui i ricordi.
Ho una età in cui è già tutto passato e la felicità non può essere più riposta nel futuro. Il fascino delle possibilità, la voglia di esplorarle non appartengono più all'oggi.
Nel suo ultimo, bellissimo film "La tenerezza", Gianni Amelio suggerisce che la felicità non è un traguardo da raggiungere, ma una condizione da ritrovare voltandosi indietro: non la trovi guardando in avanti, ma volgendo le spalle (l'efficace sintesi della poetica della pellicola non è mia, ma di Alan Smithee, e se vi va, potete leggerla tutta qui).
Volgermi indietro è un esercizio che faccio spesso mentre  cammino per le strade e le piazze della città. Mi vengono incontro i posti del passato. Quelli dove ho vissuto momenti di consapevole felicità. Più spesso quegli altri, dove sono stato felice senza che ancora lo sapessi. A volte, di quella felicità trascorsa e allora non percepita mi accorgo soltanto adesso, rivivendo l’istante di allora, evocato dal profumo di un fiore, ritrovando il sorriso di un amico seduto un tempo su quella panchina adesso vuota.
Quando accade, ritrovo l'incanto sommesso della città. La sento mia.
Per questo i posti sono importanti. Per questo andrebbero rispettati, amati, custoditi nella loro unicità ed irripetibilità.
Quando i ragazzi andavano a piedi e le automobili erano roba da ricchi, il  Deposito Cavalli Stalloni era l’alcova di amori furtivi e notturni. Bisognava, come dire, trovare rifugi plein air, e quel posto era l'ideale. Ha ospitato generazioni e generazioni di giovani foggiani.
Quante centinaia di coppiette hanno trovato protezione e discrezione tra gli alberi e le siepi che lo circondavano.
Quei pini, secolari o quasi, sono stati abbattuti assieme a quelli di via Guglielmi perché, come ha spiegato l’assessore comunale all’ambiente Morese, sottoposti a perizia tecnica sono stati giudicati “ad alto rischio di caduta”. È così un altro topos di particolare valore simbolico è stato stravolto, la sua memoria resettata.
L'operazione provocherà radicali mutamenti nel paesaggio urbano, perché dopo i Cavalli Stalloni e via Guglielmi, la scure selvaggia ha cominciato a colpire perfino Parco San Felice. E forse sarebbe stato il caso di informarne preventivamente la cittadinanza.
Non discuto la scelta. Ma il processo che l'ha innescata.
Abbatterli è stato forse inevitabile, ma sempre di scempio e distruzione si tratta. Uno sfregio che è stato l’ultimo atto, la fatale conseguenza di decenni di incuria e di abbandono.
Se quegli alberi fossero stati curati ed accuditi per tempo, si sarebbe potuto salvarli. Bastava amarli. Basterebbe amare i luoghi per preservarli dall'oltraggio del tempo, dall'incuria degli uomini, dall'offesa dei vandali.
L’abbattimento sarà anche stato necessario, ma sarebbe il caso di riflettere su quanto sia stato salato il conto pagato: un brutale cambiamento del paesaggio urbano che ha distrutto bellezza e memoria.
Affidandosi ai suoi ricordi e alla capacità terapeutica della narrazione di memoria, il mio amico Giuseppe Messina ha scritto un libro prezioso, intriso della tenerezza cara a Gianni Amelio: "Papaveri Rossi - Il vento caldo del favonio". Giuseppe è stato tra i non molti intellettuali foggiani a mobilitarsi per quanto sta accadendo. Molto significativo il suo commento al tentativo di impedire perfino la documentazione fotografica dello scempio.
"È un cantiere, non si può, chiamo i vigili", era stato detto ad Ernesto De Maio (autore della foto che illustra il post).
"Ma lo sapeva che stavi fotografando una cosa tua? la morte di una cosa tua? La prossima volta, diamoci una voce e andiamo in cento a fotografare".
Una bella provocazione, quella lanciata da Giuseppe: l'abbattimento di quegli alberi dovrebbe essere vissuto come una cosa che ci appartiene. Che ci diminuisce, che ci addolora in quanto comunità.
Geppe Inserra

mercoledì 7 giugno 2017

Il dialetto non serve solo a far ridere: Malamend dei Tavola 28

Questa volta i Tavola 28 fanno sul serio, e mettendo da parte i temi frivoli di Ciaccanella  Lovers, dimostrano che il dialetto foggiano non serve solo a far ridere, ma anche alla denuncia. Lo fanno confrontandosi con un topos molto frequentato dalla poesia e dalla musica popolare del Sud: o malament, che nell'ultimo brano e videoclip della band foggiana diventa Malamend.
E' un piccolo gioiello, che da un lato certifica la raggiunta maturità artistica dei due ragazzi, dall'altro dimostra come l'incontro tra hip hop e foggiano produca risultati esaltanti, anche e forse soprattutto quando si tratta di raccontare situazioni estreme.
Malamend sono i ragazzi della periferia di Foggia, mai come in questo caso ombelico del mondo, perché in effetti la Foggia quasi sempre oscura, notturna, opaca fotografata dal giovane filmaker foggiano Vincenzo Romagnoli che del clip è anche regista e montatore, è cifra di tutte le periferie del mondo, da Scampia ad Harlem, anzi forse più Harlem che Scampia.
Malamend sono i vinti di ogni tempo, costretti dal destino, che oggi indossa le vesti della finanza e del capitale, ad una vita ai margini, dove il confine tra legalità ed illegalità è sempre più labile, e il salto nel crimine sempre più frequente, per molti versi inevitabile, quasi sempre irreversibile. Non c'è speranza perché  alla fine, dicono Cisky e Guaiè con il coraggio e l'onestà intellettuale che me li ha fatti amare, si perde sempre, e perdono tutti.
State in campana perché il videoclip esce il 9 giugno, e dobbiamo fare il tifo più che mai per Tavola 28: Malamend potrebbe essere il trampolino di lancio per la definitiva consacrazione della band nel panorama nazionale dell'hip hop. Le premesse ci sono e i due ragazzi ci credono, al punto tale da aver investito nel videoclip tutti i loro risparmi: la borsa di studio rimediata a Sanremo, i proventi della serate.
E oltre le premesse, ci sono anche tutti gli ingredienti giusti.
Guest star un attore e un personaggio che nella sua carriera ha spesso incrociato storie come quella raccontata nel clip, Francesco Benigno (Mery per sempre, Ragazzi Fuori, L'ora legale, Boris Giuliano). Qualche parola ulteriore merita il regista Romagnoli, che all'attivo aveva già collaborazioni importanti (Enrico Ruggeri e Fausto Leali) ma qui raggiunge livelli di eccellenza, di statura internazionale.
Come in altre circostanze la produzione è rigorosamente indipendente, ed è affidata al coraggio di Soec Liquore. Casting e organizzazione affidati alla brava Valentina Del Carmine ed alla sua Daunia Production. Qui sotto il teaser.
E adesso cominciate il conto alla rovescia. Il 9 giugno si avvicina.

martedì 6 giugno 2017

Biblioteca Provinciale, a rischio "la memoria"

Quale futuro per La Magna Capitana, ovvero quella Biblioteca Provinciale che rappresentava una volta il punto di riferimento (e il fiore all'occhiello) della cultura in Puglia?
La sciagurata riforma Del Rio che ha soppresso le Province si è abbattuta come un maglio sulla prestigiosa istituzione culturale. Il passaggio dei dipendenti alla Regione sembra aver risolto solo il problema della continuità lavorativa del personale.
Il direttore Franco Mercurio, finito tra i dirigenti soprannumerari della Provincia si è trasferito alla Biblioteca Nazionale di Napoli, e al suo posto non è stato nominato nessuno, con il risultato che la biblioteca è acefala.
Meno male che a gestirla c'è un pool di funzionari e bibliotecari di alto livello, che riesce ad assicurare bene o male la continuità dei servizi.
Ma non di tutti. Non ci sono soldi per fare ciò che una normale Biblioteca deve fare: comprare libri, riviste e giornali, aggiornare il proprio patrimonio, ed offrirlo alla publica lettura.
È così che una Biblioteca diventa un polo, uno scrigno di memoria. Se oggi la Magna Capitana possiede fior di archivi, rari manoscritti, collezioni di antichi giornali e riviste, è perché le istituzioni che l'hanno governata (prima il Comune, quindi la Provincia di Foggia) hanno investito, acquisendoli al patrimonio pubblico.
Non aggiornare più questo patrimonio significa che, anno dopo anno, diventerà sempre più problematico l'esercizio della funzione di sedimentazione e custodia della memoria, tipica di una biblioteca che si rispetti.
A lanciare l'allarme è stata qualche giorno fa la dott.ssa Gabriella Berardi, responsabile del Polo SBN della Biblioteca, in occasione della manifestazione inaugurale della bella mostra su La rinascita della stampa libera in Puglia 1943 – 1945 (è promossa da Anpi, Ipsaic e Fondazione Foa, e resterà aperta fino al 14 giugno prossimo. Andatela a vedere, perché ne vale la pena).
Con il suo stile pacato, Berardi ha evitato polemiche e non ha rivolto accuse specifiche ma ha segnalato il problema, che dev'essere affrontato con la massima urgenza: "Oggi si pensa alla cultura quasi soltanto come settore che produce profitti. Ma non può esservi attenzione solo per i musei, le mostre e le attività di spettacolo che, potendo contare sullo sbigliettamento, producono valore aggiunto. Non si possono dimenticare biblioteche e archivi. La mostra che oggi viene inaugurata è resa possibile dalla biblioteca, che ha conservato e custodito il materiale esposto. Siamo molto preoccupati per il futuro. La Biblioteca Provinciale non raccoglie più memoria. Prima acquistava regolarmente decine di testate nazionali e internazionali. Oggi solo quattro, e solo grazie agli Amici della Biblioteca, ovvero ad un'associazione privata."
Avete capito? Le istituzioni pubbliche non finanziano più la Biblioteca Provinciale, a parte la spesa per il personale e la spesa per la manutenzione e per la gestione della struttura.
È come se in un ospedale preposto alla cura della salute pubblica, non si comprassero più medicine.
E il peggio è che, dopo la mobilitazione degli anni passati, la pubblica opinione cittadina e provinciale ha allentato la tensione. Sulla Biblioteca Magna Capitana e i suoi problemi è scesa una coltre di silenzio e di oblio....

sabato 3 giugno 2017

Cinemadessai | Velluto blu, noir che non t'aspetti

OGGI
David Lynch è un maestro nel sovvertire i canoni del cinema di genere, e lo dimostra alla grande in Velluto Blu, con Kyle MacLachlan, Isabella Rossellini, Dennis Hopper, Laura Dern, Hope Lange, che Iris mette in onda stasera, alle 23.15.
La pellicola è un noir che si snoda su una vicenda complessa, che prende il via con il rinvenimento da parte del giovane  Jeffrey Beaumont di un orecchio nel prato vicino casa sua. Il ragazzo denuncia la cosa al tenente Williams, che gli raccomanda di non impicciarsi. Per tutta risposta Jeffrey s’innamora della figlia del poliziotto, Sandy, e assieme alla ragazza prende ad indagare.
Finisce sulle tracce di una cantante di night, Dorothy Vallens (splendidamente interpretata da Isabella Rossellini), e qui cominceranno i guai.
La storia evolve via via verso l’incubo e la perdizione.  Una sorta di discesa verso gli inferi che coincide con un torbido e demoniaco mondo sotterraneo, fatto di violenza, sesso, traffico di droghe e polizia corrotta che fa da contraltare alla rispettabile cittadina di provincia in cui è ambientata la storia, almeno in superficie.
Il titolo originale del film è tratto dalla canzone omonima di Bobby Vinton, cantata nel film da Isabella Rossellini in un locale notturno, lo Slow Club.
Velluto blu anticipa diversi elementi poi diventati frequenti nella filmografia di Lynch, come la presenza di donne vittime di abusi, l'aspetto torbido delle piccole città e l'utilizzo non convenzionale di canzoni d'epoca. Un film da vedere.
DOMANI
Capostipite del neorealismo rosa, che è poi un pezzo della storia del cinema italiano che andrebbe meglio approfondito e studiato, Pane, amore e fantasia vinse  l'Orso d’oro al Festival di Berlino del 1954. Qualche critico ritenne la versione rosa del neorealismo un tradimento, in realtà il film e più in generale la nuova generazione di cineasti che cominciava ad emergere, furono profondamente innovativi.

Lo scoop di Maurizio De Tullio: ecco come nacquero i satanelli

Certosino ricercatore di tracce e di verità del passato, questa volta Maurizio De Tullio mette a segno un autentico scoop, chiarendo la vera origine dell'appellativo "satanelli" con cui vengono contraddistinti i giocatori del Foggia. Si è sempre pensato che a coniare il neologismo fosse stato, in contrapposizione ai "diavoli" rossoneri del Milan, il noto e storico giornalista sportivo foggiano, e musicista, Mario Taronna che aveva intitolato così anche una popolare testata sportiva, da lui fondata e diretta (nella foto che illustra il post). Ma così non è.
De Tullio è riuscito a rintracciare quello che è con ogni probabilità il primo articolo in cui il termine viene usato. Leggete tutto, perché è davvero interessante.
* * *
Da appassionato di cose calcistiche ‘rossonere’, e da veterano cronista affacciatosi nel Giornalismo proprio masticando sport, ho creduto opportuno regalare ai sempre più numerosi seguaci della squadra del Foggia una nuova chicca.
In precedenza – spero lo ricordino i lettori di Lettere Meridiane – avevo recuperato il primo Inno rossonero e il progetto della prima tribuna in muratura del vecchio “Stadio del Littorio”, quello che oggi conosciamo come “Zaccheria”.
La nuova scoperta è interessante per diversi motivi. Ma andiamo con ordine.
Scopo di questa mia nuova indagine era datare la nascita ufficiale del termine “Satanelli” abbinato alla squadra del Foggia. Le ricerche non sono state facili perché era risaputo (cito Pino Autunno quale autore della monumentale storia della squadra rossonera, edita in due volumi nel 2010) come fosse stato il giornalista Mario Taronna il primo a utilizzare il termine “Satanelli”. Io stesso l’avevo creduto fino a oggi.
E se provate a sfogliare libri o a consultare internet, il rimando storico è sempre a lui, il vecchio, brillante, bravissimo M° Taronna, che fu giornalista (1), compositore, dirigente fascista (in àmbito sportivo e musicale), appassionato di lirica e teatro e, infine, bibliotecario della “Provinciale”, oggi più nota come “La Magna Capitana”. In questa veste Taronna diresse e curò per un decennio la rivista della nostra Biblioteca, “la Capitanata”.
Ma questo personaggio – al quale dedicherò presto una più ampia scheda bio-bibliografica per “La Meravigliosa Capitanata”, all’interno della quasi completata “Breve storia della stampa sportiva di Capitanata” – è noto a Foggia soprattutto per i suoi impegni di giornalista ed editore di giornali sportivi e per aver dato vita a quella straordinaria struttura che fu, non a caso, “il Satanello”, in piazza Giordano, ricordata anche da Renzo Arbore in una intervista che mi concesse qualche anno fa per la rivista “Diomede”. Per chi non lo ricordasse, "il Satanello" era una grande bacheca nella quale venivano affisse notizie e avvisi pubblicitari, nonché le locandine degli spettacoli cinematografici e teatrali in programmazione in città.
Il problema, però, è che non esisteva fino ad oggi una data precisa, un ‘atto di battesimo’ con cui ufficializzare la nascita del termine “satanelli”. Ma la cosa sensazionale è che il buon Taronna, come vedrete, non c’entra!
Dalle mie ricerche dovrebbe essere quella del 21 ottobre 1928 la data in cui, per la prima volta, venne utilizzato il termine “satanelli” per indicare i giocatori della squadra di calcio del Foggia.
Lo storico articolo – intitolato I "Satanelli" si sono pappati undici "Delfini" tarantini in salmì [leggibile e scaricabile cliccando qui, nell'esemplare originale, scansionato per l'occasione] – uscì sul numero 10 del settimanale umoristico locale “L’uomo che ride”, nelle Cronache sportive che quasi ogni settimana il giornale foggiano pubblicava (e quasi sempre riferite solo alla squadra del Foggia).
L’autore però non si firmava con le proprie generalità (prassi tipica specie sui giornali umoristici e di satira) e utilizzava uno pseudonimo: Frustino Rosso Nero. Al momento è pertanto difficile risalire alla reale identità di chi vi si nascondeva. Non certamente Mario Taronna, che nel 1928 scriveva su altri giornali, forse per il “Mezzogiorno Sportivo” di Bari.
Taronna, come si sa, adottò il termine “satanelli” in maniera stabile, rendendolo effettivamente popolare, diversi anni dopo, ma sicuramente non prima del 1930. (2)
Accennavo, in precedenza, anche a qualche aspetto curioso.
Il termine “satanelli” venne utilizzato su “L’uomo che ride” stranamente solo quella volta, il 21 ottobre del 1928. Per molto tempo (il giornale chiuderà, nel 1930, soppresso dal Fascismo nostrano) non si parlerà più di “satanelli” nonostante gli avversari venissero di norma etichettati da Frustino rosso nero con le tipiche denominazioni adottate dalla stampa delle rispettive città (i “Galletti” baresi, i “Canarini” leccesi, i “Delfini” tarantini, ecc.). Quelli del Foggia, in buona sostanza, venivano di volta in volta chiamati “demoni”, “rossoneri”, “i nostri giocatori”, “i foggiani” ma non più “satanelli”. Almeno per due o tre anni.
Agli amici e colleghi giornalisti, che da veri appassionati hanno svolto o svolgono anche ricerche storiche sulla squadra foggiana (penso a Pino Autunno, Giovanni Cataleta, Domenico Carella, Filippo Santigliano, Alberto Mangano ecc.), il compito di andare eventualmente a ritroso.
Da parte mia la ricerca prosegue e tutti dovremmo impegnarci a scoprire le reali identità che si nascondevano dietro i tanti pseudonimi, a cominciare da questo misterioso “Frustino rosso nero”.
Maurizio De Tullio
_____________
(1) Mario Taronna lanciò il primo giornale sportivo di Capitanata. Si chiamava, non a caso, “Il Satanello: settimanale di sports, cinema e varietà”. Anni dopo la direzione passò nelle mani di Lello Follieri. Il primo numero uscì il 19 settembre del 1946. La redazione era in Via Barra, nei pressi dell’attuale piazza Giordano. “Il Satanello” si pubblicava di lunedì, usciva a due pagine di ampio formato e costava 10 lire.
(2)  “Nasce il Foggia delle 3M, che prende il nome dai suoi tre irresistibili attaccanti: al trio Montanari-Marchionneschi-Marchetti però non è legata l’impresa della conquista della serie B, che arriva invece nel ’33. (…) Sempre in quegli anni ai rossoneri di Capitanata viene affibbiato un accattivante nomignolo: satanelli. È il giornalista e musicista foggiano Mario Taronna nelle sue corrispondenze sui quotidiani dell’epoca a coniarlo con successo per la prima volta”.
Il brano riportato è tratto da uno degli articoli pubblicati su “La Gazzetta dello Sport” da Pino Autunno, comparsi nel maggio 2010.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...