martedì 21 novembre 2017

Monumento alle vittime del '43, Landella sollecita il Comitato (di Maurizio De Tullio)

Come avevo annunciato ai lettori di LM, mi ero promesso di approfondire i motivi per cui il progetto del monumento per le vittime civili dei bombardamenti su Foggia del 1943, comprensivo di posa in opera, si sia arenato ormai da quasi un anno. Un anno a distanza del quale sembrava tutto pronto: plastico dell’opera, progetto approvato dal Comune, location individuata, possibili finanziamenti individuati.
E allora – si chiederanno da lassù le anime delle migliaia di vittime innocenti cui quel monumento è stato dedicato –, quali ostacoli si sarebbero frapposti? Onestamente faccio fatica a individuarli, soprattutto dopo l’intervista che mi ha concesso qualche giorno fa il Sindaco di Foggia, Franco Landella, perché il livello del confronto dialettico è davvero poco esaltante.
La domanda che ho posto è stata semplice: “Signor Sindaco, a che punto siamo con la realizzazione dell’opera?”. E il primo cittadino ha evitato di dare numeri o date perché, a suo dire, è il “Comitato” – presieduto dal 2012 da Alberto Mangano – che in questa fase doveva agire e invece perderebbe tempo, non marciando con la stessa tempistica landelliana. 
Aspettavo da tempo dal ‘Comitato’ i dati che permettessero alla nostra struttura tecnica di operare di conseguenza, visto che l’area gliela abbiamo individuata e concessa da parecchio tempo. Il bozzetto è stato approvato ma solo in linea di massima perché aspettiamo dal Prof. Biasci (docente pisano presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia e progettista dell’opera – ndr) una relazione dettagliata per consentire una quantificazione esatta del computo metrico, con il calcolo del cemento e degli altri manufatti. Fatto questo passo, potremmo poi passare ad una richiesta di sponsorizzazione a più soggetti. Ad oggi il Prof. Biasci – e sono passate diverse settimane – non mi ha fatto pervenire nulla!”.

Giuseppe Vaccariello e don Tonino Intiso, storie e incroci di sport e solidarietà

Trent’anni di attività. Generazioni di giovani calciatori forgiati in quella che è scuola di calcio più longeva e più radicata a Foggia. Cresciuti nei campi di periferia e poi finiti a tirare calci al pallone su quelli che contano, come Cristian Agnelli, l’attuale capitano rossonero. Ma tutti, campioni e non, educati ad essere sportivi veri, persone oneste, rispettose del prossimo, e ad amare la città.
Giuseppe Vaccariello festeggia i suoi primi trent’anni di insegnante e tecnico del pallone. Allenatore di calcio laureato in quel di Coverciano, il mister opera sul campo della parrocchia di Sant’Antonio, in via Sbano, dove il suo sodalizio, il Foggia Football Club, gestisce una scuola calcio tra le più apprezzate e frequentate della città.
L’esordio di Vaccariello tra i prof. del calcio, datato appunto trent’anni fa, è legato ad una delle pagine più belle ed intense della storia di Foggia solidale. Ebbe luogo sul campetto della parrocchia del SS.Salvatore, in via Napoli, che allora non c’era ancora.
La direzione della Parrocchia era stata da poco assunta da don Tonino Intiso, coadiuvato da don Bruno Bassetto, quale viceparroco. A San Salvatore don Tonino aveva avviato, assieme ad Ersilia Crisci, una delle più avanzate esperienze pedagogiche che siano mai state realizzate nel capoluogo dauno: La Casetta, una scuola materna ed elementare, fondata sulla valorizzazione della creatività individuale dei bambini che la frequentavano e, in armonia con lo spirito conciliare dei tempi, sul costante coinvolgimento dei genitori e delle famiglie, che in buona sostanza cogestivano la struttura. La retta non era prefissata, ma era determinata sulla base delle disponibilità economiche dei nuclei familiari che iscrivevano i propri bambini.
La realizzazione del campo di calcio e l’apertura della scuola calcio furono la logica conseguenza di questo progetto. Non solo una scuola dove s’insegnasse a tirare calci al pallone, ma qualcosa di più: un momento di crescita della persona e della comunità, all’interno della comunità parrocchiale. “Don Tonino mi ha insegnato tanto, e devo a lui se questi valori me li porto ancora dentro”, ricorda commosso Giuseppe Vaccariello.
Ma per fare la scuola, occorreva prima di tutto fare il campetto, opera per la quale si spese moltissimo don Bruno Bassetto. E così, dopo qualche mese, ecco il campo, ecco la scuola calcio, ecco i primi tornei, il tutto promosso, organizzato, e mandato avanti da Vaccariello, “con la fondamentale collaborazione - annota il mister - di Tonino Russo”, altro pezzo da novanta del mondo del calcio di periferia a Foggia.

lunedì 20 novembre 2017

Parco San Felice, da simbolo di degrado a speranza di futuro

Nello scorso week end, Parcocittà ha spento la sua prima candelina. Dodici mesi soltanto, ma sembrano esserne passati molti di più, tanto la struttura si è radicata nel tessuto sociale, civile e culturale del quartiere, della città.
Solo qualche anno fa, Parco San Felice era assurto a simbolo dell'endemico degrado della periferia foggiana: il centro sociale sorto nell'ambito del piano Urban completamente vandalizzato, gli spazi verdi e il parco giochi sporchi. L'impressione prevalente era quella dell'abbandono, di un destino segnato.
Grazie a Parcocittà, Parco San Felice è tornato ad essere nuovamente un attrattore, e non solo per una salutare passeggiata o per godere un po' d'aria fresca quando incombe la calura. Il centro sociale, recuperato e riqualificato, con l'annesso anfiteatro, è divenuto il principale aggregatore di iniziative culturali della città: convegni, concerti, proiezioni, mostre, infittiscono e impreziosiscono un cartellone di qualità.
Da simbolo di degrado, a biglietto da visita, fiore all'occhiello di una città che non s'arrende, che vuole ritrovarsi e partecipare.

Quell'eroe sconosciuto della guerra a Foggia

Quanti atti di eroismo si sono consumati in silenzio, lontano dal clamore della cronaca e dalla ribalta della storia nella tragica estate del 1943? Mi fa specie pensare che Foggia sia riuscita nella impresa di dividersi per decenni sul numero esatto delle vittime dei bombardamenti, ma non sia stata in grado di inscrivere nella sua memoria collettiva le tante e tante belle storie che hanno punteggiato quei giorni drammatici, e che corrono il rischio dell'oblio.
Come quella che potete leggere in questa lettera meridiana, in cui mi sono imbattuto spulciando le annate di Avanti Daunia, l'organo della Federazione socialista di Capitanata.
La raccontò sul numero zero del giornale, in edicola il 3 marzo del 1945, firmandosi con lo pseudonimo Cierre, Carlo Ruggiero, che era anche il direttore.
L'articolo è prezioso perché dà conto di pagina oscura e mai sufficientemente portata alla luce del 1943 a Foggia: la feroce rappresaglia nazista che si abbatté sulla città all'indomani dell'armistizio. Come se non fossero bastati i raid aerei degli Alleati, prima di ritirarsi da Foggia, i tedeschi operarono un autentico saccheggio, terrorizzando e mettendo ancora di più in ginocchio la popolazione, decimata e prostrata dalle bombe alleate.
In questo contesto, si consumò un grande atto di coraggio e di onore, ad opera di un ufficiale dell'esercito italiano. Ruggiero, che riferisce la vicenda così come tramandata dalla memoria dei foggiani, parla di un anonimo generale, ma è difficile si trattasse di un militare di così alto rango. È lo stesso autore dell'articolo a precisare che il protagonista comandava il "piccolo" presidio militare rimasto a Foggia, a rappresentare un esercito che era ormai allo sbando.
Che fosse generale o un semplice caporale, resta la straordinaria nobiltà del gesto, il suo grande valore morale e patriottico.
Non voglio anticiparvelo. Vi dico solo che quando ho letto l'articolo, molto ben scritto e coinvolgente, mi si è accapponata la pelle e mi sono venute le lacrime agli occhi. Così ho pensato - come mi piace fare con tutte le cose belle con cui vengo a contatto - di condividerlo con i miei amici e lettori di Lettere Meridiane. Leggetelo, condividetelo, riflettete. E non dimenticate.
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GENERALI
Quando scoppiò l’armistizio, una banda di tedeschi si avventò sulle strade di Foggia.
Le strade erano deserte, ingombre di macerie e di relitti, ancora sparse di cadaveri.
I tedeschi irruppero nella città ed istintivamente fedeli alle tradizioni dei loro remoti progenitori e compiutamente esperti nella scienza della distruzione, incominciarono la demolizione oculata e razionale, fatta scientificamente, secondo i canoni diligentemente appresi nelle loro scuole di istruzione militare.
Dettero il guasto alle case ed agli edifici pubblici. Spezzarono frantumarono fracassarono. Inaridirono profondamente ogni sorgente di vita, le rovine, nere, fumarono nei cieli senza voce. Le case erano disfatte; dagli squarci enormi mostrarono le cose più care agli uomini: una culla, i vestiti di lavoro, il corredo della ragazza. La città era conclusa in un cerchio di silenzio invalicabile.

domenica 19 novembre 2017

Baricentrismo e colonialismo regionale hanno impoverito Foggia e la Capitanata (di Vincenzo Concilio)

In un commento all'articolo sull'ennesimo episodio di disimpegno di Trenitalia da Foggia (la chiusura del cosiddetto Impianti Equipaggi), scrivevo che questa volta non si possono addossare responsabilità alla geopolitica e al "baricentrismo" che tante volte hanno penalizzato il capoluogo dauno, ma che il movente va piuttosto ricercato nelle filosofie aziendali di Trenitalia. Resto della mia opinione, ma è innegabile che il contributo di Vincenzo Concilio che segue, pur sostenendo un'altra tesi, contenga seri e condivisibili elementi di riflessione.
Non credo che il processo di accentramento nel capoluogo regionale di uffici, funzioni, infrastrutture nevralgiche per lo sviluppo possa essere interpretato con gli schemi di quel fenomeno della Storia comunemente identificato come Colonialismo. Ma non c'è dubbio che, dalla istituzione della Regione in poi, abbia avuto luogo in Puglia un processo che ha impoverito le aree più estreme della Regione, favorendo il centro. Non è un caso che il malpancismo pugliese tocchi tanto il Salento (meno colpito rispetto alla Puglia settentrionale, avendo avuto la fortuna e la capacità di esprimere presidenti dei governi regionali) quanto la Capitanata (che non riesce ad essere unitarie neanche sul piano dell'analisi).
Leggetelo, condividetelo, ma soprattutto commentatelo, ed esprimete la vostra opinione. (g.i.)
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La geopolitica ed il baricentrismo non c'entrano nulla?
Trenitalia e Rfi ormai ragionano come una multinazionale, conseguentemente devono massimizzare il loro profitto?
Trenitalia considera i suoi utenti numeri che devono generale profitti?
Tutto ha una sua forza peso e tutto ha una sua storia...
Globalizzazione è un termine adoperato a partire dagli anni '90 del Novecento, per indicare "un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo".
Nella sua accezione pragmatica,  " la globalizzazione  può esercitare effetti positivi sull’economia mondiale ; in particolare, la liberalizzazione e la crescita degli scambi commerciali e finanziari potrebbero stimolare un afflusso degli investimenti verso le aree meno dotate di capitali e favorire una tendenziale riduzione del divario economico fra aree sviluppate ed in via di sviluppo" e questo varrebbe anche all'interno di uno stesso paese.
Ora, la storia della colonizzazione viene temporalmente prima di quella della globalizzazione che in se stessa potrebbe ancora significare o liberalizzazione o neocolonialismo.

sabato 18 novembre 2017

Ricostruzione del palazzo regale di Federico II, la disponibilità di Tresoldi

Prende corpo e mette le ali il sogno di ridare vita al palazzo regale che Federico II fece costruire a Foggia, affidando il progetto artistico ad Edoardo Tresoldi, autore della spettacolare ricostruzione della basilica paleocristiana di Siponto.
Interpellato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’artista ha manifestato la sua disponibilità a studiare l’idea, dichiarandosi onorato “dell’interesse spontaneo nato tra i foggiani…”
“Ho bisogno di studiare e pensare a lungo se il mio linguaggio possa integrarsi con il genius loci” puntualizza Tresoldi, dicendosi “molto legato a Manfredonia ed a tutta la Puglia.”
L’artista è molto rispettoso dell’identità dei luoghi e dei beni su cui opera: “La forza del lavoro della Basilica di Siponto - dice ancora nella mail inviata alla redazione foggiana del quotidiano regionale - era data dalla sua specificità, dal racconto che abbiamo potuto creare e sviluppare sulla storia del sito. Ultimamente sto ricevendo diverse proposte per ricostruire e re-interpretare edifici storici e siti archeologici da tutto il Mondo. Ne sono orgoglioso, ma allo stesso tempo consapevole dell'importanza che questi luoghi rivestono per l’identità e la storia delle comunità. Ho bisogno di studiare e pensare a lungo se il mio linguaggio possa integrarsi con il genius loci ed il paesaggio, arricchendolo ma rispettandone la sua identità.”
Una necessità, questa, condivisa dall’ampia ed attenta platea che qualche giorno fa ha partecipato al convegno promosso sull’argomento dall’associazione degli Amici del Museo. Il palazzo di Federico II, di cui sono purtroppo giunte fino a noi solo poche e sparute vestigia (l’arco d’ingresso e l’iscrizione, murate nel fianco laterale del Museo Civico, dopo essere miracolosamente sopravvissute ai bombardamenti della tragica estate del ’43) costituisce un elemento fondamentale dell’identità e della storia di Foggia.
L’idea di valorizzarlo attraverso il recupero virtuale ed artistico del Palazzo imperiale era stata lanciata dal giornalista-scrittore Giovanni Cataleta e sostenuta da Lettere Meridiane con una petizione che ha raccolto oltre 1.600 firme. Il partecipatissimo convegno svoltosi al Museo Civico ha confermato la grande sensibilità ed attenzione della cittadinanza foggiana verso questo tema.
La disponibilità manifestata da Tresoldi costituisce un ulteriore passo in avanti in un cammino che si preannuncia complesso, ma affascinante. Il progetto potrebbe diventare un percorso condiviso, un laboratorio aperto, una sorta di work in progress sul quale coinvolgere istituzioni ed associazioni culturali, scuole, giovani.
Nella foto che illustra il post, il titolo e la fotografia dell’articolo pubblicato sulla prima pagina della Gazzetta di Capitanata di oggi.

venerdì 17 novembre 2017

La bella Foggia che non c'è più: la Caserma di Cavalleria

Proseguo la pubblicazione del ciclo di vecchi articoli usciti sulla Gazzetta del Mezzogiorno, nell'ambito della rubrica Foggia da salvare. Diversamente dall'oggetto del primo articolo di qualche giorno fa, il portale di San Martino della Cattedrale, questa volta il bene di cui parlo non si è salvato. Nemmeno un po'.
Quando scrissi nel 1981, della Caserma di Cavalleria che qualche studioso ha attribuito a Federico II, sopravvivevano alcuni archi, residue testimonianze dell'antico splendore. Oggi non restano neanche quelli: sono stati divorati dalle consuete attività di sostituzione edilizia.
Più o meno stessa fine aveva fatto un altro gioiello di cui parlo nell'articolo: il Palazzo della Pianara, che secondo qualcuno era collegato alla Caserma di Cavalleria da una galleria, nel sottosuolo.
Alcuni storici negano la possibilità di camminamenti sotterranei (mancherebbe l'aria), però durante i lavori di sistemazione dell'omonimo piazzale Matteo Pazienza, che curava l'opera, si accorse dell'esistenza di un percorso sotto il piano stradale. Oggi sono in corso lavori di restauro, a cura di Luigi Colapietro, massimo esperto degli ipogei foggiani.
A fianco, nello scatto di Antonio Pipino, gli archi della Caserma di Cavalleria, come si presentavano nel 1981. La foto che apre il post è tratta invece dal libro Foggia Imperiale di Benedetto Biagi, ed è stata colorizzata con tecniche di intelligenza artificiale avanzata. Trovate qui l'intera collezione delle foto, originali in bianco e nero, e colorizzate, dell'interessante volume. Qui potete invece scaricare l'articolo originale comparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.
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FOGGIA DA SALVARE / Fu colpita durante l’ultima guerra

Restano solo due archi della caserma di Federico

Forse da essa partirono i soldati che repressero nel sangue, nel 1895, i moti del pane

FOGGIA — Due archi, stancamente addossati a un moderno palazzo, in mezzo a lamiere e rifiuti. Questo è tutto quanto rimane della “caserma di cavalleria di Federico II”, in vico Cappuccini.
Che a edificarla sia stato proprio l'imperatore svevo è cosa non certa: sicura, però, è la sua origine medievale, che ne faceva un edificio importante per una città priva di tracce medievali, qual è Foggia. A determinarne il progressivo degrado fu, più che il tempo, l'incuria degli uomini.

"Soprattutto al Sud". Il Mezzogiorno tra nostalgie borboniche e urgenze autocritiche (di Alfonso Foschi)

Raramente mi è successo di leggere una riflessione così lucida e puntuale sulla questione meridionale. L'autore, Alfonso Foschi, collabora con la Gazzetta di San Severo. Originario della nostra terra, è emigrato al Nord con la sua famiglia, quando era ancora un ragazzo.
Nel suo articolo, Foschi affronta la questione meridionale da un punto di vista che so particolarmente caro agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane. Il divario che separa Nord e Sud, così come l'arretratezza economica del Mezzogiorno sono un dato di fatto che viene sempre più dimenticato. Ma ciò non legittima nostalgie borboniche o neoborboniche, e rilancia la necessità di una riflessione, anche autocritica, sui meridionali.
Una tesi che, sono certo, farà discutere con la consueta passione civile e tensione ideale quanti seguono il blog. Ringrazio Foschi per il suo bel contributo a vi invito a leggerlo, condividerlo, commentarlo.
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Quando si parla in negativo dell’Italia su qualsivoglia aspetto, segue, scontato, il ritornello “… soprattutto al Sud“. È l’eterna questione meridionale vissuta sulla pelle di chi, come il sottoscritto, “terrone” di nascita e “padano” d’adozione sin dalla fanciullezza, ha vissuto sia il tempo del Secondo Dopoguerra, quando al Nord “non si affittava ai meridionali “, sia quello della Lega bossiana, quando in Padania si gridava “forza Vesuvio“.

mercoledì 15 novembre 2017

La globalizzazione sta azzerando la Capitanata

Tra le diverse reazioni alla lettera meridiana in cui davo notizia della chiusura dell’Impianto Equipaggi di Foggia, ad opera di Trenitalia, mi ha particolarmente colpito quella di Vins Ger. Il commento si riferisce a quanto avevo scritto nel post, e ad una mia ulteriore riflessione, nella discussione sul social, in cui rilevavo che, nella vicenda della chiusura dell’impianto equipaggi, la geopolitica e il presunto baricentrismo che sorregge talune scelte politiche non c'entrano nulla, ed invitavo a riflettere sull'incapacità della classe dirigente di avviare un vero confronto con Trenitalia.
Trascrivo testualmente le considerazioni di Vins Ger:
caro Geppe la tua analisi non fa una grinza, questa volta il baricentrismo, il foggianesimo, il lamento continuo, mi pare proprio non c’entrino nulla, Trenitalia e Rfi ormai ragionano come una multinazionale, conseguentemente devono massimizzare il loro profitto, il vero dramma è che il costo di tutto ciò ricade su noi tutti, visto che la proprietà di FSI è del Tesoro.
A prima vista sembrerebbe un commento come tanti. Lucido, intelligente, pacato. E sarebbe proprio così, se a farlo fosse stato un cittadino qualsiasi, ed esprimesse il punto di vista di un cittadino qualsiasi. Ma Vins Ger non è solo un cittadino: dirige una delle più grandi aziende (private) di trasporto del Mezzogiorno, e guida la principale associazione di categoria delle industrie di trasporto privato.
Da un punto di vista strettamente ideologico, è quello che viene definito un padrone, e come tale avrebbe tutto il diritto di interpretare la parte del manager spietato, che bada solo agli utili della sua azienda e ai dividendi elargiti agli azionisti, incurante dell’impatto “sociale” (parola, ahimè, ormai desueta, e temo che bisognerà organizzare una petizione perché non venga espunta dai dizionari, o classificata come arcaica) che le sue scelte possono produrre su una comunità, un territorio.

Quando le radio locali rivoluzionarono l'informazione

Ho capito cosa erano le emittenti locali e che potenzialità potessero avere, un pomeriggio di tanti anni fa, mentre ascoltavo Radio Luna. Su Foggia si era scatenato un autentico nubifragio. Ad un certo punto la città fu scossa da un fortissimo tuono che percepii chiaramente e contemporaneamente, sia durante la trasmissione che era in onda in quel momento, sia fuori la finestra di casa mia.
Per la prima volta, la radio diventava qualcosa di vicino. Terribilmente vicino. E capii che come poteva farti sentire il rumore del suono in tempo reale, così la radio poteva dare voce e sonorità ai fatti piccoli e grandi che tutti giorni avvengono nelle strade, nelle piazze e nei quartieri della città.
Le radio locali hanno avuto una grande importanza nella storia dell’informazione locale foggiana. E hanno creato almeno un paio di generazioni di nuovi giornalisti. In un certo senso hanno sdoganato il mestiere di giornalista che prima era appannaggio di quei pochi fortunati che potevano frequentare le redazioni degli sparuti giornali che venivano pubblicati a Foggia.
Allora non lo sapevo, ma quel tuono avrebbe cambiato la mia vita, convincendomi ancora di più a percorrere la strada affascinante che porta al mestiere più bello che c’è.
Avevo quasi deciso di abbandonarlo, quel percorso, dopo le prime esperienze con la carta stampata. Sarebbe ripreso di lì a poco. A Radio Foggia 101, fondata e diretta da quel grande forgiatore di giornalisti che è Matteo Tatarella.
A Radio Foggia avrei ritrovato Michele Campanaro, con cui avevo condiviso qualche anno prima esperienza teatrali e culturali, e avrei conosciuto Maurizio De Tullio, che veniva proprio da Radio Luna. Un’amicizia, e  un sodalizio, che dura ancora oggi.
Di quella generazione di “pionieri” si parlerà oggi pomeriggio nel corso di un incontro che si svolgerà nella Biblioteca Provinciale la Magna Capitana e che vedrà protagonisti proprio Michele Campanaro e Maurizio De Tullio, due giornalisti che hanno scritto pagine importanti nelle redazioni delle radio locali di quegli anni.
L’incontro ha come tema C’era una volta la radio privata, ed ha luogo nell’ambito della quarta edizione delle Conversazioni di storia locale, promosse dalla Sezione Fondi Speciali della prestigiosa istituzione culturale foggiana.
Non mancate, perché sarà l’occasione di rivivere una pagina importante della storia dell’informazione e della cultura cittadina.
G.I.

martedì 14 novembre 2017

L'eterno conflitto tra bene e male nelle sculture metalliche di Pasquale Pepe

Una delle opere di Pepe in mostra a Parcocittà
Se pensate che l’arte sia tanto una opportunità di godimento estetico quanto un’occasione di riflessione culturale e morale, fate un salto a Parcocittà e visitate la mostra di Pasquale Pepe, giovane e talentuoso scultore foggiano, che con le sue opere di metallo affronta e declina un tema da millenni caro alla filosofia: il bene e il male. Molte delle sue opere - potenti, suggestive, emozionanti - riguardano quel fenomeno della storia dell’umanità che più di ogni altri scandisce l’eterno conflitto tra i bene e il male: la guerra che produce morte, distruzione, oscurità ed è in se stessa antitesi all'amore, alla luce e alla vita.
Tra le mani di Pasquale Pepe - che nella vita di tutti i giorni fa il fabbro, e conosce dunque bene la materia - il metallo, a volte forgiato, altre volte inciso ed intagliato, diventa racconto. Al simbolismo bellico (elmetti, armi, bombe, tagli, cesure) che occupa molta arte delle sue opere  si contrappongono elementi vegetali che indicano ed esaltano la vita: arti umani fitomorfi, virgulti che spuntano da crepe, efficaci trasposizioni allegoriche dell’eterna dialettica tra il bene e il male, tra la vita e la morte.
Inaugurando la mostra, Gianfranco Piemontese, docente di storia dell’arte ha sottolineato come in Pepe si mescolino con notevole originalità artistica espressionismo e neodadaismo, per la capacità di dare forma al metallo, e combinare le forme con il riuso di materiali "quotidiani".
Per visitarla c’è tempo fino al 21 novembre. A Parcocittà (Parco San Felice) dalle 9 alle 12 e dalle 17 alle 20.30, nel giorni feriali, e dalle 10 alle 13 e dalle 17.30 alle 20.30 la domenica.
Un momento della cerimonia inaugurale

lunedì 13 novembre 2017

Trenitalia chiude e se ne va. E la politica? Non c'è.

Il film della chiusura dell’impianto Frecciabianca a Foggia (il reparto di Trenitalia che provvede alla gestione del personale in servizio sui treni veloci di lunga percorrenza) racconta una storia già vista. Ma è come se ogni puntata del sequel gli sceneggiatori proponessero una trama sempre più cruenta di quella degli episodi che l’hanno proceduta.
Che Trenitalia da anni stia attuando verso Foggia, che era una volta lo scalo ferroviario più importante del versante adriatico del Mezzogiorno, una selvaggia politica di dismissione, era un dato di fatto. Ma che procedesse in modo del tutto unilaterale, prendendo a schiaffi non soltanto il territorio, ma anche le organizzazioni sindacali, è un indice inquietante di peggioramento, se non di vero e proprio avvelenamento, delle relazioni aziendali cui soltanto la politica potrebbe porre un argine. Ma la politica non c’è.
La notizia della chiusura del reparto, noto anche come Impianto Equipaggi, circolava da tempo. È stata notificata ai vertici nazionali delle organizzazioni sindacali di categoria, e da questi trasmessa alle istanze regionali e provinciali, praticamente a cose fatte. Ai sindacati non è rimasto altro da fare che azionare le procedure di raffreddamento, che prevedono si svolga un incontro di conciliazione, nel tentativo di giungere a un’intesa, senza della quale si aprirebbe una vertenza vera e propria, che potrebbe arrivare fino allo sciopero.
Ma nessuno si fa illusioni. La tempistica e le modalità di comunicazione della decisione aziendale fanno pensare che non ci sia alcun margine di trattativa. D’ora in poi, i ferrovieri che espletano la loro attività sui Frecciabianca saranno costretti a prendere servizio a Bari, e non più a Foggia.
La logica del provvedimento è amaramente coerente con le strategie di Trenitalia: il “nodo” di Foggia sta diventando sempre più insignificante, e quindi non c’è più ragione di mantenere a Foggia quell’impianto.
A lanciare l’allarme nei mesi scorsi era stato il consigliere regionale Giannicola De Leonardis. Nell’occasione, lo stesso sindacato aveva getto acqua sul fuoco delle polemiche, sostenendo che si trattava di voci. I fatti però hanno confermato le previsioni più fosche.
De Leonardis aveva pure chiesto e ottenuto un’audizione in seno alla commissione consiliare ai trasporti della Regione, che però, attraverso l’assessore alla mobilità Antonio Nunziante, aveva fatto sapere di poter fare poco o nulla in merito.
Bisognava mobilitarsi, ma non è stato fatto. Le istituzioni locali sono rimaste inermi ed inerti. Si sarebbe potuto forse tentare di affrontare la questione nell'ambito del tavolo aperto presso il Ministero sull’alta capacità Bari-Napoli, ma è noto che Rfi e Trenitalia non hanno alcun voglia di affrontare globalmente le questioni territoriali. Si procede a pezzi, e ad ogni pezzo Trenitalia massimizza i risultati che incassa.
La prossima puntata del sequel potrebbe riguardare l’ultimo gioiello di famiglia di quello che era una volta il tesoro ferroviario di Foggia: l’Officina Manutenzioni. L’allarme è stato lanciato dal segretario generale della Filt Cgil e Foggia-Bat, Ruggiero Di Noia, che in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno ha detto che queste scelte aziendali s’inquadrano in una complessiva strategia di esternalizzazione e di privatizzazione (Trenitalia resta al momento un’azienda interamente pubblica controllata dal Ministero del Tesoro) che a breve riguarderà anche le attività di manutenzione, come quelle che vengono svolte a Foggia.
Secondo quanto ha riferito Di Noia al quotidiano regionale, Trenitalia intenderebbe trasferire a Milano tutte le unità preposte ad attività di manutenzione, oggi dislocate sui diversi territori. Il problema è che, secondo Di Noia, Trenitalia “non trasferisce il lavoro a suoi dipendenti, ma lo porta a Milano per affidare tutte le manutenzioni ai privati, ovvero alle ditte fornitrici di Trenitalia, che in questo modo si aggiudicano per periodi pluriennali insieme alle consegne anche la manutenzione dei treni. Temiamo a questo punto uno svuotamento delle funzioni proprie della società ferroviaria. Questa impostazione potrebbe alla lunga incidere sulle attività industriali dell’Officina manutenzione rotabili di Foggia. A questo punto è meglio tenere gli occhi aperti…”
Gli occhi aperti, già… Il livello di attenzione della politica e delle istituzioni locali resta basso. Al grido di allarme lanciato da De Leonardis quasi nessuna reazione ha fatto riscontro e adesso anche dal sindacato.
L’importanza ferroviaria di Foggia sembra ormai destinata a finire nell’album dei ricordi.

Cavi rubati, due pesi e due misure dell'Enel

Per capire in che consiste e cosa innesca il divario che separa il Sud dal Nord, non bisogna avere una laurea in sociologia né leggere complicati saggi sull’argomento. Certe volte basta guardare il telegiornale, come quello trasmesso stamattina da Rai 3.
Due notizie mandate in onda l’una dopo l’altra, sul medesimo fenomeno: il furto dei cavi di rame. A far la differenza non è il fatto in sé, ma la conclusione.
Teatro della prima notizia, la borgata del Salice Nuovo, all’estrema periferia foggiana, già in passato colpita da episodi del genere.
Per l’ennesima volta i malviventi hanno asportato circa un chilometro e mezzo di cavi, venti campate in tutto. Il fatto si è verificato venerdì scorso, ma per ripristinare e normalizzare l’erogazione dell’energia elettrica sarà necessaria non meno di una settimana perché, come ha fatto sapere l’Enel, è necessario riprogettare l’intera linea, stendere i cavi e metterli in sicurezza.
La situazione è divenuta drammatica per diverse famiglie, private non soltanto della luce, ma anche dell’acqua in quanto molte abitazioni della zona si approvvigionano ai pozzi, per cui senza energia è impossibile anche attingere l’acqua. Per oggi la Prefettura ha convocato un vertice.
Il secondo episodio si è verificato a Treviglio, in provincia di Bergamo. Anche qui i ladri hanno colpito in aperta campagna, lasciando al buio 1.500 persone. Ma  diversamente da quanto è successo a Foggia in questo caso, la crisi è stata rapidamente risolta. A tempo di record, si potrebbe dire.
L’Enel è prontamente intervenuta, ripristinando provvisoriamente il servizio con l’utilizzazione di un gruppo elettrogeno. Nel frattempo, sono stati avviati i lavori per la sistemazione della linea che si sono conclusi, dopo appena 24 ore.
Due storie, con gli stessi protagonisti, la stessa trama, ma dall’esito diametralmente diverso. Naturalmente non si può generalizzare, né accusare di inefficienza l’Enel foggiana, senza ulteriori elementi di conoscenza e di valutazione. Ma non si può non notare la netta differenza tra quanto è accaduto a Treviglio e quanto si è verificato a Foggia: mentre nel Nord il tutto si risolve in poche ore, per normalizzare la situazione a Foggia ci vuole una settimana, e perfino l’intervento della Prefettura.
Eppure siamo nello stesso Stato, nella stessa Italia. O no?

domenica 12 novembre 2017

Sessantanove anni fa la morte di Umberto Giordano: lo pianse tutta l'Italia

Sessantanove anni fa, il 12 novembre del 1948, si spegneva a Milano, Umberto Giordano. La sua morte provocò viva commozione, a testimonianza di come il grande compositore foggiano fosse popolare ed amato da tutti.
Una popolarità che va ricordata e sottolineata nell'anniversario della sua morte, anche per smentire una volta per tutte il luogo comune che vuole che la musica lirica sia espressione di una “cultura colta”, riservata a pochi.
Niente di più falso. Nell’Ottocento e nel Novecento, il melodramma è stato una forma di cultura popolare: le arie e le sinfonie delle opere venivano fischiettate e cantate per strada, come si usa oggi con le canzoni dell’hit parade.
Lo stesso Giordano era popolarissimo tra la gente, anche tra il popolo. Purtroppo più a Milano, città in cui visse l’ultima parte della sua vita e che ospita le sue spoglie mortali, che non a Foggia, città che gli aveva dato i natali.
Se non ci credete, guardate come la Settimana Incom, il cinegiornale che settimanalmente informava il pubblico sui fatti più importanti, antesignano degli odierni telegiornali, dette notizie della scomparsa del grande musicista foggiano e dell’affetto che circondò l’estremo saluto.
Un omaggio ad un personaggio di straordinaria statura artistica e musicale, che - giova ribadirlo ancora una volta - Foggia e i foggiani dovrebbero imparare a conoscere meglio, ascoltando la sua musica, apprezzandola per quel che merita.
Guardate il video. Amatelo. Condividetelo.

Infiniti tifosi rossoneri: in tremila ad Ascoli, spingono il Foggia alla vittoria

I tifosi continuano a credere nel Foggia, che li ripaga con una grande prestazione e con un’altra vittoria esterna. A sostenere la squadra ad Ascoli Piceno sono andati in tremila, più di un terzo delle presenze complessive sugli spalti del Cino e Lillo Del Duca. Novantacinque minuti di incessante sostegno ai propri beniamini, in una partita difficile che però il Foggia ha avuto il gran merito di aver giocato con una mentalità vincente.
Pressing alto fin dall’inizio, squadra stretta che ha chiuso sistematicamente le linee di passaggio ai padroni di casa che quasi mai sono riusciti a rendersi pericolosi, in una partita autorevole che il Foggia ha dimostrato di voler vincere a tutti i costi.
La vittoria in terra marchigiana rilancia seriamente le aspirazioni di classifica dei rossoneri, che salgono al tredicesimo posto in condominio con Brescia e Pescara (quest’ultimo sarà impegnato stasera a Bari) e si mettono alle spalle Pro Vercelli, Spezia, Perugia, Virtus Entella, Ternana, Cesena ed Ascoli, che la sconfitta condanna all’ultimo posto.
È stato un capolavoro tattico di mister Stroppa, che ha schierato un inedito tridente con il solito Mazzeo al centro, e Beretta e Nicastro sulle fasce, che hanno contribuito a proteggere il reparto difensivo con frequenti ripiegamenti (prezioso Nicastro di testa in fase difensiva in area, ottima la prestazione di Beretta che ha colpito una traversa e ha dato a Chiricò la palla del 2-0).
Ma la notizia più importante è la buona prova del reparto difensivo, che per la prima volta dall’inizio del campionato è riuscito a mantenere inviolata la rete del Foggia. Stroppa si è affidato a Guarna, Camporese (sicuro, autorevole ed autore del gol del vantaggio su calcio d’angolo) e Coletti al centro, Loiacono e Celli sulle fasce. Quest’ultimo è stato tra i migliori in campo, rendendosi protagonista di frequenti incursioni sulla fascia di competenza.
Nell’ultimo scorcio della partita, il mister ha rinforzato la difesa mandando in campo Empereur per Mazzeo e schierando un inedito 3-5-2 che è riuscito nel compito di stringere ancora di più le maglie difensive. Di rara bellezza la rete della tranquillità, messa a segno da Chiricò dopo un’ubriacante azione personale in cui si è bevuto un paio di avversari come birilli. Tra le note liete del pomeriggio ascolano da segnalare il ritorno in panchina del capitano Agnelli. Insomma, un pomeriggio da incorniciare e una bella soddisfazione per i tremila che hanno seguito la squadra in trasferta: forse, il peggio è veramente passato.
Le statistiche ben descrivono la partita che è stata comunque combattuta da entrambe le formazioni. Leggermente a vantaggio dell’Ascoli il possesso palla (53% a 47%) e il bilancio dei tiri: 3 a testa quelli nello specchio della porta (ma dalla parte del Foggia c’è anche una traversa), 6 a 5 quelli fuori. 9 a 6 per i satanelli i calci dalla bandierina. Venti i falli commessi dal Foggia, solo 8 quelli dei padroni di casa.

sabato 11 novembre 2017

La bella Foggia nascosta: il portale di San Martino

Sapendo di far cosa gradita agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane, ed in generale a tutti gli internauti appassionati di Foggia, della sua storia e delle sue bellezze, comincio a pubblicare, da oggi, una serie di articoli che scrissi nel 1981 per La Gazzetta del Mezzogiorno nella rubrica Foggia da salvare, che svelava e raccontava i piccoli e grandi tesori, più o meno nascosti, della città, che avevano bisogno di essere valorizzati e di una maggiore attenzione.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta: molte cose sono cambiate, altre no. Alcuni dei beni che segnalavo ai lettori della Gazzetta sono stati in qualche modo tutelati e portati a nuovo splendore, altri non esistono più, perché l’appello a salvarli è caduto nel vuoto, altri ancora restano poco conosciuti o non fruibili, come quello di cui vi parlo oggi.
Va detto che da allora ad oggi è (per fortuna) anche sensibilmente cresciuta la sensibilità della cittadinanza e dell’opinione pubblica verso questi temi. Trentasei anni fa non era così, sicché destarono un certo scalpore i reportage pubblicati sul quotidiano regionale, la cui redazione foggiana era allora diretta da Anacleto Lupo. I lettori di oggi perdoneranno errori, omissioni e sviste. Non volevo scrivere un saggio di storia locale, ma piuttosto segnalare all’attenzione delle autorità competenti la necessità di intervenire per evitare che la memoria cittadina perdesse altri pezzi.
Mi fece da cicerone, in quel viaggio nella bella Foggia nascosta l’impareggiabile maestro e collega Gaetano Matrella, al quale devo tante scoperte, ma soprattutto l’amore per l’anima antica della città, che mi ha insegnato a sentire più profondamente mia.
Oggi, 11 novembre, si festeggia San Martino e così comincio la ripubblicazione di quella serie di articoli non in ordine cronologico ma da quello che dedicai al portale di San Martino, pregiatissimo e per alcuni versi misterioso gioiello della cattedrale di Foggia.
L’articolo uscì sulle pagine locali della Gazzetta sabato, 21 novembre 1981. Il maquillage che vi si invocava ha avuto luogo, nel senso che la Cattedrale ha conosciuto da allora ad oggi significativi lavori di restauro. Paradossalmente, però il portale è scarsamente fruibile, in quanto quel lato della Cattedrale non è aperto al pubblico, ed il cancello che lo protegge è quasi sempre chiuso. Potete scaricare l’articolo originale qui.
La fotografia che illustra il post, decisamente posteriore alla data di pubblicazione dell'articolo, è stata scattata da Romeo Brescia, per illustrare un articolo scritto con Raffaele De Seneen sul sito Foggia Racconta, che potete leggere qui.

venerdì 10 novembre 2017

Foggia bella che si ritrova, sognando Federico II

La notizia è questa sala strapiena, entusiasta. Questa Foggia bella, questi foggiani che si ritrovano a riflettere sulle sue tante identità, mai vissute fino in fondo, forse proprio perché tante, e diverse, come si addice ad una città di frontiera, troppe volte oltraggiata dalla storia, che di simboli in cui rispecchiarsi e ritrovarsi ne ha lasciati ben pochi.
Ieri pomeriggio, nella Sala Mazza del Museo Civico, la città ha vissuto un momento di rara intensità culturale e di consapevole partecipazione. Si ragionava dei resti del palazzo di Federico II e della possibilità - se non di ricostruire la reggia, d’incerta collocazione ed aspetto, e i cui lavori probabilmente non vennero mai portati a compimento -, almeno di valorizzare meglio quel che ne resta: non solo l’arco d’ingresso e l’iscrizione, ma anche le tante tracce sparse sui muri del centro storico e soprattutto negli ipogei, che si stanno rivelando uno scrigno inesauribile di informazioni sul passato medievale di Foggia e sulla stessa dimora fridericiana.

giovedì 9 novembre 2017

Il Sud è morto? No. È stato condannato a non esistere (di Vincenzo Concilio)

La lettera meridiana sulla scarsa eco mediatica del Rapporto Svimez presentato l'altro giorno ha suscitato attenzione e reazioni tra gli amici e i lettori di Lettere Meridiane, particolarmente sensibili alla questione meridionale e al tema del persistente divario tra Nord e Sud.
Di seguito le interessanti riflessioni di Vincenzo Concilio. Leggete, riflettete, dite la vostra.
* * *
IL SUD È MORTO? NO, È STATO CONDANNATO A NON ESISTERE, FIN DALLA SUA NASCITA...
Confuso, disorientato, sbigottito, il Sud si è smarrito...
O meglio, è morto.
Parafrasando la storia di Pinocchio...
Subito i medici arrivano al suo capezzale: un corvo, una civetta e un grillo parlante.
La fata rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al capezzale, chiese: "Vorrei sapere da Voi se questo disgraziato Sud è morto"...
A quest'invito il corvo facendosi avanti per primo tastò il polso del moribondo Sud ed esclamò: "A mio credere il Sud è bell'è morto ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo".
Lasciamo Pinocchio per passare a Woody Allen e poi ad Aristotele...
"Dio è morto, Marx è morto ed io non mi sento più tanto bene", ebbe a dire Woody Allen...
Figuriamoci noi.
E le cause originarie?
Aristotele, prendendo come esempio la costruzione di una casa, dimostrò l'agire di quattro cause.

Palazzo imperiale di Federico II: come valorizzarlo e farne un attrattore turistico?

Si torna a parlare del Palazzo di Federico II a Foggia e dell’idea di potenziare e sviluppare la fruibilità di quanto oggi rimane della residenza medievale. Poche cose, in verità: l’Arco d’ingresso, murato in un fianco del Museo Civico, dopo essere miracolosamente sopravvissuto ai bombardamenti della tragica estate del 1943; l’iscrizione che certifica l’amore dell’imperatore svevo per la “sua” Foggia, che proclama “inclita sedes imperialis” e l’avvio dei lavori, diretti dallo scultore Bartolomeo da Foggia, ma anche tanti piccoli segni e testimonianze, sparsi nell’area in cui doveva sorgere il Palazzo, e poco conosciuti.
Poche cose, e per giunta scarsamente valorizzate.
Qualche mese fa, su iniziativa del giornalista e scrittore Giovanni Cataleta venne lanciata una petizione on line (sostenuta da Lettere Meridiane) che vagheggiava la possibilità di ripetere a Foggia, per il palazzo fridericiano, quanto Edoardo Tresoldi ha fatto a Manfredonia con la basilica paleocristiana, ricostruita in fil di ferro e divenuta in pochi mesi il monumento pugliese più visitato.
Una suggestione audace e intrigante, di complessa praticabilità, visto che l’area è oggi fortemente urbanizzata e che non si conoscono con precisione né l’ubicazione né l’esatta fisionomia del Palazzo.
È però un dato di fatto che i resti del Palazzo Imperiale non riescono ad assolvere al loro ruolo più naturale: testimoniare un periodo storico comunque fondamentale per la città e fungere da attrattore turistico.
Come avviare un percorso virtuoso, che possa rendere più significative le vestigia del Palazzo e valorizzare le tracce della presenza di Federico II a Foggia e in Capitanata?
Se ne parlerà oggi pomeriggio, alle 17.30, in una conferenza dibattito, patrocinata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Foggia e organizzata dalle associazioni Gli amici del museo civico di Foggia, Ipogei Foggia e Nuovi Spazi, le testate Mitico Channel e Lettere Meridiane, il Circolo Daunia, l’azienda vinicola Borgo Turrito.
Interverranno ai lavori lo storico Carmine de Leo, presidente degli Amici del Museo; il giornalista Giovanni Cataleta, il direttore di Lettere MeridianeGeppe Inserra, Riccardo Rignanese, presidente dell’associazione Nuovi Spazi, Luigi Colapietro, responsabile dell’associazione Ipogei di Foggia, Luca Scapola, titolare dell’azienda Borgo Turrito.  Svolgerà le conclusioni il presidente del Circolo Daunia, Beppe Ordine.
Alla conferenza, seguirà una visita ai sotterranei della chiesa dei Morti ed agli Ipogei urbani per far conoscere ai partecipanti i vasti locali sotterranei che caratterizzano questa parte del centro storico di Foggia e sono considerati gli ambienti sotterranei della reggia di Federico II di Svevia e dei suoi annessi.
Verrà presentata anche un originale esperimento di "riuso" degli ipogei quali cantina naturali per l'invecchiamento del vino.
Di particolare interesse si preannuncia la relazione introduttiva che sarà svolta da Carmine de Leo, con l’ausilio di materiali multimediali, e che presenterà al pubblico sia lo stato dell’arte della ricerca documentale sul Palazzo federiciano, sia alcuni documenti inediti, che hanno contribuito a ricostruire più puntualmente l’aspetto che il palazzo, oggi distrutto, aveva all’epoca della suo maggior splendore, quando ospitava la corte dell’imperatore svevo.
Lo stesso de Leo ha pubblicato qualche giorno fa, sulle cronache culturali de La Gazzetta di Capitanata la suggestiva immagine che illustra questo post, e che mostra una ricostruzione del palazzo sovrapposta ad una mappa di Foggia.
Non mancate, insomma, perché ci sarà da divertirsi.

mercoledì 8 novembre 2017

Il Sud non fa più notizia: il Rapporto Svimez oscurato dai grandi media

C'era una volta che il Sud faceva notizia, conquistando un po’ di titoli sulle copertine dei giornali, almeno in occasione della pubblicazione del Rapporto Svimez. Adesso non succede più neanche questo. La divulgazione dei dati che fotografano lo stato di salute del Mezzogiorno e delle relative analisi, non viene ritenuta degna della prima pagina da quasi tutti i direttori dei giornali. E poco conta che si tratta di dati allarmanti, forse ancora più del solito, perché confermano il divaricarsi del divario tra Nord e Sud, e l’emergenza di nuovi fenomeni, come la fuga dei cervelli e la crisi delle Università meridionali.
Il disinteresse verso il Mezzogiorno e i suoi problemi è bipartizan, e accomuna tanto i quotidiani di centrosinistra, quanto quelli di centrodestra. Tanto per dire, la decisione di bloccare l’accesso delle grandi navi nel bacino San Marco di Venezia o la crisi sentimentale esplosa tra Bianca Atzei e Max Biaggi hanno conquistato sulle prime pagine dei giornali uno spazio decisamente maggiore rispetto a quello occupato dal Rapporto Svimez.
L’analisi dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria meridionale ha ricevuto una qualche attenzione soltanto sulle copertine di quattro giornali: Il Mattino (il solo a dedicargli l’apertura), La Gazzetta del Mezzogiorno (un “taglio medio” di spalla, firmato da Filippo Santigliano, capo della redazione di Foggia del quotidiano barese), Avvenire (richiamo all’articolo nella pagina interna in un taglio medio) e Unione Sarda (richiamo nella manchette sopra la testata).
Neanche un rigo sulle prime pagine delle altre testate che abbiamo visionato: Il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Fatto Quotidiano, Libero, La Verità, Il Giornale, Il Tempo, La Stampa, Il Messaggero, Il Manifesto , Il Gazzettino, Il Dubbio, Il Secolo XIX, La Notizia, Il Foglio e Il Resto del Carlino.
All'oscuramento del Rapporto Svimez fa da inevitabile pendant il silenzio sull'accentuarsi del divario, e dunque sull'aggravamento della questione meridionale che pertanto perde la sua connotazione di "questione", viene derubricata a un dato di fatto, come l'arrivo del freddo quando è inverno. È come il cane che si morde la coda: l’accentuarsi del divario è prodotto da un'evidente (ma negata, taciuta, ignorata) crisi delle politiche per il Mezzogiorno, crisi a sua volta determinata più o meno dalle stesse ragioni, culturali e politiche, che spingono i direttori dei giornali a preferire Bianca Atzei e le navi di Venezia al Rapporto Svimez.
Per dirla brutalmente: del Sud non frega più niente a nessuno, e di questo passo ben presto anche i meridionali si convinceranno che il loro sottosviluppo è inevitabile come il cadere delle foglie d'autunno.
E poi, il Sud non è più trendy. Nella società dello spettacolo, prevalgono i colpi di teatro.
Come sottolinea più volte il rapporto della Svimez, il Mezzogiorno avrebbe bisogno di investimenti e strategie di largo e lungo respiro, più che di bonus fiscali. Ma questi ultimi fanno audience, producono effetti nel breve periodo.
Più o meno lo stesso accade sui grandi media: il gossip e le notizie cotte e mangiate fanno vendere copie o migliorano gli indici di ascolto. A chi volete interessi più l’approfondimento?
Non è per niente un caso che sui giornali e in televisione oggi si parli assai di più della questione settentrionale, sancita ufficialmente dai due referendum regionali del Veneto e della Lombardia. I meridionali non possono fare altro che rassegnarsi.
Geppe Inserra

martedì 7 novembre 2017

Di pubblico dominio splendido acquerello settecentesco delle Tremiti e del Gargano

Gallica non smette mai di stupirmi e di regalarmi chicchi di bellezza, che mi piace condividere con i miei amici e lettori di Lettere Meridiane. Ecco cosa ho scovato nel ricchissimo archivio digitale della Biblioteca Nazionale Francese, che ha il gran merito di offrire i propri materiali digitali in alta risoluzione e di renderli di pubblico dominio.
Si tratta di una splendida carta geografica geografica delle Isole Tremiti “a volo d’uccello” disegnata con inchiostro di china e successivamente acquerellata. La particolarità dell’opera è che l’arcipelago diomedeo vi è rappresentato assieme alla dirimpettaia costa garganica. Il titolo è Isles de Tremiti, vis-à-vis la Capitanate, ovvero le Isole Tremiti dirimpetto alla Capitanata.
L’autore è incerto e così pure la datazione. La bella carta fa parte della collezione di Roger de Gaignières, genealogista e collezionista francese, nato nel 1642 e morto nel 1715. È possibile che l’autore sia Louis Boudan, incisore e disegnatore che aiutò de Gaignières nella sua attività di collezionista, a partire dal 1670. Il prezioso disegno è dunque databile agli ultimi decenni del 1600.
Sperando di fare cosa gradita ai lettori, Lettere Meridiane mette a disposizione la versione digitale della splendida opera, restaurata e in alta risoluzione. Per guardarla o scaricarla, cliccate qui.

lunedì 6 novembre 2017

Foggia, difesa da primato (negativo...)

Il discorso della Curva Sud ai satanelli, dopo la
sconfitta con la Cremonese, con l'invito a tirar fuori... gli attributi.
La difesa del Foggia sta iscrivendo il suo nome al guinness dei primati. Non è un record di cui andare particolarmente fieri (anzi…), ma quel che sta combinando in questo campionato la retroguardia rossonera è veramente eccezionale dal punto di vista statistico. Tredici partite disputate, senza che sia mai riuscita a tenere la propria rete inviolata. Trentuno reti incassate, con una media di quasi 2,4 a partita. Cinque le volte in cui al Foggia è andata meglio, nel senso che ha incassato soltanto una rete (Entella, Palermo, Carpi, Perugia e Vercelli). Vale la pena osservare che quando i satanelli sono riusciti a limitare il passivo ad un solo gol non hanno mai perduto, totalizzando due pareggi e tre vittorie. L'altra faccia della medaglia di questo sconcertante campionato rossoner è, infatti, il rendimento offensivo più che lusinghiero: con 23 gol segnati il Foggia ha il terzo miglior attacco del campionato dopo Bari ed Empoli (25 reti ciascuna).
L’aspetto più clamoroso delle statistiche relative al rendimento difensivo del Foggia è però quello che riguarda il rapporto tra le reti subite e il possesso palla degli avversari. Osservando i dati, di primo acchito si penserebbe ad un Foggia costantemente in balia degli avversari, e invece non è così.
Nelle tredici partite giocate in questo primo scorcio di torneo, soltanto in due occasioni la squadra rossonera ha fatto registrare un possesso palla inferiore a quello degli avversari (Palermo e Brescia) ed entrambe le volte non è uscito battuto, conquistando preziosi pareggi.
Nelle restanti, undici partite il Foggia è riuscito a prendere gol anche quando ha avuto in mano il pallino del gioco. Esemplare a questo proposito la partita con l’Entella, la prima casalinga di questo campionato, conclusasi sull’1-1. Il Foggia ha lasciato agli avversari il possesso delle palla soltanto per 37’, concedendogli soltanto un tiro in porta (peraltro dal dischetto), ma tanto è bastato agli ospiti per far gol e tornare a casa col pareggio.
Sommando il possesso palla degli avversari in tutte le tredici partite e facendo la media viene fuori un dato da brividi. Il Foggia ha giocato la palla per 678’, molto di più degli avversari che l’hanno invece giocata per 557'.
Ciò significa ha preso gol una volta ogni 17,9 minuti di possesso palla avversario. Tragico.
Un dato che deve far attentamente riflettere. Il Foggia gioca, riesce spesso anche ad imporre il suo gioco, ma non riesce a coprirsi adeguatamente quando la palla sta tra i piedi degli avversari. Questa impressione è confermata anche dal rapporto tra i tiri in porta subiti e le reti prese.
In tredici partite, i satanelli hanno consentito agli avversari di turno 75 tiri in porta, che sono andati a buon fine ben 31 volte. Il che significa che il Foggia prende il gol ogni 2,4 tiri nella propria porta, ed è anche questo un dato da brividi.
Gli ottimisti che vedono il bicchiere mezzo pieno possono consolarsi con il dato che riguarda le reti segnate, e che, sommato a quello delle reti subite, fa di gran lunga del Foggia la squadra che regala agli spettatori le maggiori garanzie di spettacolo e di gol. 4,15 gol a partita, in pratica un gol ogni 22 minuti circa. Dato stellare, ma chissà che ne pensano le coronarie dei supporter rossoneri e i bookmaker: nelle tredici partite finora disputate l’under (ovvero un risultato le cui reti complessivamente segnate siano comprese tra 0 e 2) è uscito soltanto due volte (e mai per 0-0) mentre, di converso, l’over è uscito la bellezza di undici volte. 

Sessant'anni fa i funerali di Giuseppe Di Vittorio

Sessant’anni fa, in una Roma attonita e commossa, si svolsero i funerali di Giuseppe Di Vittorio. Il leader della Cgil e della Federazione Sindacale Mondiale, nato a Cerignola, era stato stroncato da un infarto a Lecco, tre giorni prima.
Le esequie di Giuseppe Di Vittorio provocarono una delle più grandi e toccanti mobilitazioni popolari che si siano mai registrate nella storia dell’Italia repubblicana e democratica.
Già il giorno prima, quando la salma era stata trasportata in treno da Milano a Roma si erano registrate straordinarie scene di partecipazione. Ad ogni stazione in cui il convoglio aveva sostato (un direttissimo delle Ferrovie dello Stato, cui era stato agganciato il vagone con le spoglie mortali del grande sindacalista) si erano spontaneamente raggruppati migliaia di lavoratori per porgere l’estremo saluto al loro capo.
A Roma, la camera ardente, allestita nell’atrio del palazzo della Cgil, era stata meta di un autentico pellegrinaggio di popolo. “Il dolore della folla si è espresso profondo e acuto come quello di una famiglia”, scrisse su L’Unità del 6 novembre Paolo Spriano. “Forse neppure Di Vittorio immaginava di avere tanti amici, tanta gente di ogni ceto sociale che se ne partiva ora di casa, e veniva qui a gettargli un fiore, e dirgli che gli voleva bene.”
Ma la partecipazione, lo sgomento, la mobilitazione attraversarono tutta l’Italia e in modo particolare la provincia di Foggia.

domenica 5 novembre 2017

Tra fischi e fiaschi, sempre forza Foggia (di Nico Baratta)

La gioia dei giocatori del Foggia dopo il gol del vantaggio.
Sarà purtroppo passeggera.
Non può continuare questa pena. I novemila e più abbonati non lo meritano e con loro chi ogni settimana fa la fila per un biglietto comperato anche con i sacrifici settimanali di un lavoro spesso precario. Il Foggia ha disputato soprattutto la ripresa (da 51 minuti...) mettendo in campo una compagine fiacca, illusa per l’avvio, dove non ha neanche costruito un’azione per pareggiare un risultato ben gestito dagli ospiti. Un Foggia gambero, un passo avanti e tre indietro. Una Cremonese, fuori casa, che in dieci minuti ha ribaltato un risultato gestibile dal Foggia se avesse avuto i dovuti attributi.
Ad inizio partita il Foggia parte col piede giusto. Il fattore campo pare ora ci sia e gli schemi, sempre pare, funzionino. La prima mezz’ora di gioco è stata sfavillante per i Satanelli, che hanno impresso velocità e gioco, sottomettendo i nordici. Arriva la prima rete rossonera; poi la seconda. Ma da lì il Foggia ha smesso di giocare, dimenticando la partenza. La Cremonese ne approfitta e inizia ad attaccare, imbastendo gioco, tessendo trame in campo che preoccupano i padroni di casa. I Satanelli non reagiscono. Quella reattività che ora doveva uscire diventa euforia, forse per l’entusiasmo ilare del doppio vantaggio, spesso beffardo. Ma il calcio è spietato, basta un errore e il dazio è dovuto. La Cremonese accorcia le distanze su un errore difensivo. Passano pochi minuti e la difesa rossonera concede spazi e, voilà, arriva il pareggio.

sabato 4 novembre 2017

Il giocattolo si è rotto. Il Foggia perde ancora, via il d.s. di Bari

Di Bari, con Stroppa e i fratelli Sannella
Inutile girarci attorno. Prendere 31 gol nelle 13 partite finora disputare, alla media di quasi due gol e mezzo a partita (2,38, per la precisione) è incompatibile con l’idea di un campionato tranquillo. Il Foggia perde un’altra partita, e subisce un’altra rimonta.
E qualcuno comincia a pagare il conto di un mercato estivo assolutamente inadeguato. La società ha ufficialmente comunicato di aver esonerato il direttore sportivo Giuseppe di Bari. Mentre si spera che si trovi al più presto un sostituto all’altezza della situazione, visto che il mercato di riparazione è ormai alle porte, pare che anche la panchina di Stroppa cominci a traballare, anzi circola voce di possibili dimissioni del tecnico rossonero.
Soltanto il 20 maggio scorso (sembra passato un secolo, ma non è così) i satanelli liquidavano la Cremonese nella partita d’esordio della Supercoppa di Lega Pro (che poi avrebbero vinto trionfalmente, battendo anche il Venezia), per tre a uno, con una tripletta di Mazzeo.
Le squadre che si sono affrontate nel pomeriggio sono molto diverse da quelle di cinque mesi fa, e forse sta qui la chiave di volta. Quella sera mister Stroppa schierò una difesa quasi del tutto diversa da quella che oggi si è fatta sorprendere per tre volte. Guarna tra i pali, come oggi, Rubin e Gerbo sulle fasce, Figliomeni e Martinelli, al centro.
Oggi invece il Foggia si è schierato con Guarna, Camporese e Coletti in mezzo, Loiacono e il nuovo Celli (autore di una pregevole partita) sulle fasce. Vale però la pena di rilevare che soltanto due dei cinque componenti la difesa sono arrivati dal mercato estivo. Per il resto, Stroppa schiera veterani come Guarna, Loiacono e Coletti. Cos’è che non funziona, nel pacchetto arretrato?
La risposta è che, probabilmente, non è soltanto questione di uomini, ma anche del modo con cui la squadra si schiera in mezzo al campo. Il filtro a centrocampo non funziona sempre come dovrebbe, e spesso la difesa si trova in inferiorità numerica, quando gli avversari attaccano, soprattutto sulle fasce.
E c’è poi una evidente questione psicologica. Com’è accaduto altre volte, durante il campionato, il Foggia passa in vantaggio, lo consolida portandolo a due gol di differenza, com’era già successo a Cesena, ma non riesce a mantenerlo, né a infliggere il colpo del k.o.
Per il momento ha pagato di Bari, ma - va detto - gli errori sono stati commessi durante il calcio mercato, e si deve trovare il tempo e il modo per correggerli.

Landella bacchetta lo Stato e la Regione: "Risanate la bruttura del Palazzo degli Uffici"

Il sindaco Landella durante il suo intervento
Decisamente un Franco Landella che non t’aspetti, quello che ieri pomeriggio ha presenziato alla cerimonia che ha restituito alla città, opportunamente restaurato e con nuovi spazi per servizi e per iniziative sociali culturali, la Camera del Lavoro, ex Palazzo dei Contadini.
Il sindaco di Foggia ne ha approfittato per una insolita (ma apprezzabile) esternazione sulla qualità urbana della città, puntando il dito contro le numerose brutture che la deturpano.
Dopo aver espresso il plauso dell’amministrazione comunale alla iniziativa della Cgil (che si è accollata un non indifferente onere finanziario per restaurare e riqualificare il Palazzo), Landella ha affrontato il problema dei tanti immobili che fanno brutta mostra di sé nel centro cittadino, con i proprietari che restano a braccia conserte, aspettando che crollino, per poter ricostruire.
Il primo cittadino non ha usato mezzi termini, invocando una modifica alla vigente normativa di legge: “Il diritto di proprietà viene eccessivamente tutelato.  Quando il proprietario di uno stabile anche di un certo interesse storico lo lascia andare in malora, lo Stato dovrebbe poter intervenire, perché si tratta di detrattori della qualità della vita.”
Ma non è solo l'indifferenza di certi proprietari privati a preoccupare il sindaco. Landella ha sollecitato lo Stato e la Regione Puglia (che utilizzano la struttura) ad intervenire per il restauro del Palazzo degli Uffici Statali che dà un pessimo spettacolo di se stesso nella centralissima via Lanza.
Era il fiore all’occhiello del progetto della “grande Foggia” che vide la realizzazione a Foggia di una serie di grandi edifici pubblici, durante  il ventennio fascista. L’ultimo atto del progetto fu proprio la costruzione del Palazzo dei Contadini, che ospita attualmente la Camera del Lavoro della Cgil. Mentre il Comune ha varato un ambizioso progetto di riqualificazione urbana per via Lanza, il “salotto” di Foggia, il Palazzo degli Uffici, che vi si affaccia, cade a pezzi, e, quel che è peggio, manca un progetto organico rivolto alla sua salvaguardia e al suo recupero.
Ha fatto bene il Sindaco a sollecitare Stato e Regione ad intervenire.

venerdì 3 novembre 2017

Di Vittorio sessant'anni dopo. Susanna Camusso a Foggia e Cerignola per ricordarlo

Giuseppe Di Vittorio è morto sessant'anni fa. Ma la sua lezione politica, morale e culturale è ancora profondamente attuale. Ed è proprio l'attualità Di Vittorio il motivo conduttore dell'intensa giornata che a Foggia e a Cerignola commemorerà il sessantesimo anniversario della sua morte, avvenuta a Lecco, il 3 novembre del 1957.
Il bracciante autodidatta nativo di Cerignola che arrivò a guidare la Federazione sindacale mondiale venne stroncato da un infarto mentre si apprestava a parlare alla gente di Lecco, dopo che in mattinata aveva inaugurato la Camera del Lavoro della cittadina lombarda e aveva parlato ai quadri sindacali.
Tredici mesi prima Di Vittorio era sopravvissuto ad un altro infarto, ma nonostante i medici gli consigliassero prudenza era tornato presto in trincea, come aveva fatto in tutta la sua vita.
Partigiano antifascista, costituente, padre del moderno sindacato, a ricordarne la figura e l'attualità sarà oggi il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, per un intenso programma di iniziative al quale hanno lavorato la Cgil nazionale con la Cgil Puglia, la Camera del Lavoro di Foggia, la Fondazione Di Vittorio, l'Associazione Casa Di Vittorio, con il patrocinio della Regione Puglia e del Comune di Cerignola.
Il primo appuntamento è a Foggia alle ore 15, con l'inaugurazione della sede ristrutturata della Camera del Lavoro. Le vicende del Palazzo dei Contadini - così è comunemente nota a Foggia la struttura di via della Repubblica -coincidono e si sovrappongono per buona parte con la storia della città.
Costruito per ospitare un centro servizi per agricoltori e braccianti della provincia, durante la guerra le sue stanze sono state utilizzate come alloggi dai soldati tedeschi, poi dalle truppe anglo-americane.
Un'intera ala crollò in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il palazzo mostrava tutti i suoi 77 anni e la Cgil di Capitanata ha deliberato un importante intervento di ristrutturazione - con il ripristino dei colori e del disegno originari - che ha restituito decoro all'immobile e aiuterà a migliorare accessibilità e qualità dei servizi offerti. Un impegno di spesa molto oneroso in una fase di recessione generale che non risparmia il sindacato per il quale si è ricorso a un mutuo sottoscritto con la Banca Etica.

Sessant'anni fa moriva Giuseppe Di Vittorio

Sessant’anni fa moriva Giuseppe Di Vittorio, il grande sindacalista di Cerignola che guidò la Cgil e la Federazione Sindacale Mondiale, e fu deputato nella circoscrizione Bari-Foggia, prima nelle file del Psi quindi, dopo la scissione di Livorno, in quelle del Pci, ricoprendo anche l'incarico di deputato costituente.
Il cuore di Di Vittorio cessò di battere alle 18.20 del 3 novembre 1957 in un albergo di Lecco, dopo che, in mattinata, aveva inaugurato la sede della Camera del Lavoro e parlato ai quadri sindacali.
Venne stroncato da un infarto: ne aveva superato un altro soltanto 13 mesi prima. Dopo un periodo di riposo, si era rituffato nel lavoro e nella lotta per la difesa dei diritti dei lavoratori, con l'impegni e la tenacia che lo accompagneranno fino alla fine della sua vita.
La sua scomparsa destò viva sensazione negli ambienti politici e sindacali di tutto il mondo.
“Scompare con Giuseppe Di Vittorio una purissima figura di militante per la emancipazione del lavoro, un figlio del bisogno e della lotta che, semplice tra i semplici, combattente tra i combattenti, è stato primo tra i primi nella difesa degli umili e degli oppressi, irriducibile avversario del privilegio, alfiere della causa del socialismo e della libertà,” scrisse la direzione del Pci, sulla prima pagina de L’Unità, che il giorno dopo uscì listata a lutto.
Agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane in regalo quello storico numero del giornale del Pci. Potete scaricarlo cliccando qui.

Ricordando Silvia Brighenti

È duro apprendere che non vedrai più un'amica da un laconico manifesto funebre affisso all'angolo di strada. Ma è così che ho saputo del passaggio a miglior vita di Silvia Brighenti, quando era troppo tardi anche per porgerle l'estremo saluto, e voglio ricordarla agli amici e lettori di Lettere Meridiane oggi, in occasione del suo onomastico.
Silvia è stata un indiscusso punto di riferimento delle arti grafiche a Foggia, intese nel senso più vero del termine: "arti", e non solo tecnica. L'ho conosciuta grazie ad un altro indimenticabile amico che ormai da tempo non è più tra noi: Gino Millepezzi.
Erano i tempi in cui la stampa stava conoscendo una profonda innovazione. Dalla stampa piana si stava passando a quella offset, che rendeva necessari processi di riproduzione litografica e fotografica. La maggior parte delle tipografie artigianali foggiane non possedeva i macchinari necessari, e Gino pensò bene di aprire un centro specializzato nell'offrire questo tipo di servizio: la Zincolito Grim, che si trovava in un capannone al Villaggio Artigiani. Silvia Brighenti era la sua collaboratrice più stretta, e forniva consulenza grafica a quanti avessero bisogno di un apporto creativo, oltre che del servizio tout court.
Milanese d'origine, innamorata di Guccini, De André e i Santana, colpiva tutti per la sua intelligenza, la sua cortesia, la sua totale disponibilità.
Un mosaico di Silvia Brighenti
Di lì a poco fece irruzione nelle tecniche di stampa e di editoria il personal computer, e fu la rivoluzione. Gino e Silvia si fecero trovare pronti: sono stati a tutti gli effetti, a Foggia, i pionieri della grafica computerizzata. Con una brillante intuizione, diversificarono il core business aziendale, che cominciò ad offrire anche vendita ed assistenza tecnica per i computer della Apple, che trascinarono e interpretarono al meglio quella rivoluzione: i Macintosh.
La capacità straordinaria di Silvia era quella di aprirsi a tutti i nuovi orizzonti aperti dall'innovazione tecnologica, senza tuttavia mai rinunciare al genio creativo, al desiderio ed alla capacità di fare bene le cose.
Così li ricorda Renato Imbriani, docente e giornalista, per molti anni collaboratore di Silvia: "Silvia Brighenti e Gino Millepezzi furono i pionieri delle arti grafiche computerizzate nella provincia di Foggia. Provenivano entrambi dal mondo della creatività “a mano”, e grazie al fatto che la Zincolito Grim forniva prodotti alle tipografie, fu consequenziale dedicarsi anche alla vendita e assistenza dei prodotti Apple. La professionalità di Gino e Silvia si sposava con la loro cordialità che trasformava in poco tempo il rapporto commerciale in sentimenti di amicizia."
Il centro storico di Foggia
La disponibilità, il senso di amicizia e la creatività stavano nel dna di Silvia, nell'humus che aveva respirato fin da bambina . Come ricorda ancora Imbriani, "si era diplomata in arti grafiche a Milano, e la famiglia risiedeva nel ravennate. I genitori Norberto Brighenti e Annadora Gianneschi hanno collaborato per anni alla Settimana Enigmistica con i loro rebus e giochi vari."
Dopo la scomparsa di Millepezzi, Silvia fondò con Renato uno dei primi e più apprezzati studi foggiani di grafica, Melapiù Immagine & Comunicazione, che ha avuto clienti importanti come l'Aiga, l'associazione dei giovani avvocati, presieduta per diversi anni dal foggiano, Michele Vaira.
Per dire del rapporto profondo che legava Silvia ai suoi "committenti", in occasione del recente congresso nazionale celebrato a Foggia, l'Aiga ha voluto renderle omaggio dedicandole una pagina del volume di rappresentanza pubblicato per l'occasione, con i versi della poesia "A Silvia" di Giacomo Leopardi (nella immagine che apre il post).
Mi consola pensare che "il vago avvenir che in mente aveva" la protagonista della lirica leopardiana si sia tutto inverato, e sopravviva, nelle opere che Silvia ci ha lasciato, e che sia stata soddisfatta dal corso, seppure breve, della sua vita. Guru della grafica computerizzata, eccelleva nell'arte più manuale di tutte, quella musiva.
Tra le sue opere più rappresentative e struggenti è bello ricordare i  suoi mosaici, pazientemente cesellati, in vetro di Murano, che svelano la sua straordinaria capacità di raccontare attraverso le immagini e i colori, e di regalare in chi le guarda emozioni, e nostalgia profonda.
Riusciva a dare un tocco di creatività e di arte a tutto ciò con cui aveva a che fare. L'ultima volta che abbiamo avuto modo di lavorare assieme è stata in occasione di un convegno promosso dal Comune di Foggia, in cui si doveva cercare di raccontare la storia della città, attraverso i suoi mercati. Compito tutt'altro che facile data la scarsità del materiale iconografico a disposizione, Silvia se la cavò, come al solito, in modo eccellente.
Ci ha insegnato il senso profondo della bellezza e della gentilezza. E dobbiamo esserle grati per sempre.
Geppe Inserra

giovedì 2 novembre 2017

La bellezza che non ti aspetti: Foggia nello sguardo del cuore di Fabrizio De Lillo

Lo sguardo che vola di Fabrizio De Lillo torna sui luoghi delle sue prime esercitazioni con il drone e la videocamera, per regalare al sempre più folto pubblico dei suoi supporter una nuova serie di immagini mozzafiato su Foggia e sulle sue bellezze nascoste, in alta definizione.
La Foggia che viene raccontata da Fabrizio è sciccosa, patinata, d’una bellezza insospettata, perché colta al momento giusto e nel contesto giusto: in quell’ora del giorno e in quei giorni pieni di sole da cui prorompe quella luce che solo qui, nelle terra di Capitanata, si può trovare.
È proprio la luce il filo che annoda e avvolge di bellezza i diversi luoghi raccontati da De Lillo: dalla Masseria Pantano, sempre più assediata dal cemento e dall’asfalto, ai luoghi più celebrati del centro, come piazza Giordano, la villa Comunale e piazza Cavour.
Le immagini che regalano più emozioni sono quelle più insolite, dove più alto s’innalza lo sguardo di Fabrizio e del suo drone: la Cattedrale, splendida e bellissima con i suoi merletti di pietra che raccontano storie antiche, la Chiesa delle Croci con i Cappelloni ripresi dall’alto, che svelano ed esaltano tutta la particolare architettura del tempio.
In  entrambi i casi, quel che maggiormente stupisce è l’equilibrio tra i due monumenti e la città che li circonda: il rincorrersi di antico e moderno produce un’armonia da cui affiora l’anima più vera e più profonda della città.
Fabrizio non smette mai di stupirmi. L’ultima volta è successo al Circolo Daunia, durante una bella serata organizzata dal Lions Club Foggia Arpi, quando, a proposito di sguardi, Fabrizio ha sottolineato che per raccontare Foggia al meglio e capirne la bellezza nascosta, è necessario scrutarla con lo sguardo del cuore.
Che non si sia trattato di una espressione ad effetto, ma di qualcosa che il giovane videoblogger foggiano sente veramente dentro di sè, lo conferma ampiamente il bel video che potete vedere qui sotto.
Ancora una volta, guardatelo (con il cuore, e non soltanto con gli occhi). Amatelo. Condividetelo.
 

L'intervista impossibile di Savino Russo a don Antonio Silvestri

Savino Russo e il "suo" don Antonio Silvestri
Tre anni fa, il 2 novembre 2014, saliva al cielo Savino Russo. Mio amico fraterno, compagno di strada e di fede, è stato un grande disegnatore e grafico, un artista, un intellettuale particolarmente attento alla necessità di difendere e valorizzare l'identità di Foggia, custodendone la memoria.
Tra gli impegni che hanno caratterizzato più profondamente l'attività di ricerca di Savino c'è stata la passione per don Antonio Silvestri, il sacerdote vissuto a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento, morto in odore di santità durante la terribile epidemia di colera del 1837.
Voglio ricordare Savino nel terzo anniversario del suo ritorno alla Casa del Padre pubblicando l'intervista impossibile a don Antonio che scrisse per il settimanale della diocesi, Voce di Popolo: un pezzo brioso e divertente (il prete risponde alla intervistatrice in perfetto dialetto foggiano) che ricostruisce in modo molto preciso e dettagliato gli episodi più significativi della vita del "prete dell'impossibile".
L'immagine che apre questa Lettera Meridiana è tratta da una locandina affissa nella Chiesa di Sant'Eligio. Vi compare il logo del Foggia perché ne fu autore proprio Savino Russo, nella sua multiforme attività di grafico e disegnatore.
Buona lettura.

martedì 31 ottobre 2017

Pulita la chiesa di San Tommaso, ma i lavori di recupero slittano a tempo indeterminato

Quel che è giusto, è giusto, e va detto. Ricordate la denuncia di Lettere Meridiane sull'avvilente situazione di sporcizia e di degrado che abbruttiva la facciata della Chiesa di San Tommaso?
Dietro la recinzione che circonda il perimetro della più antica chiesa cittadina si era accumulata tanta sporcizia e persino rifiuti.
L'Amiu ha provveduto alla pulizia e preso in carico l'area che adesso, come mostrano le foto, si presenta senz'altro più decorosa.
Certo, resta l'amarezza per quella recinzione, destinata a restare lì per chissà quanto tempo.
L’area che circonda il tempio è stata messa in sicurezza: da tempo l’edificio è inagibile, e sono necessari lavori di consolidamento e di restauro, per il quale la Chiesa aveva anche ottenuto un cospicuo finanziamento: un milione e 150.000 euro.
Era stato predisposto un progetto ma, al momento di mandarlo a Bari con il relativo carteggio, sembra che i sacerdoti responsabili dell’appalto non se la siano sentita di sottoscriverlo, ragion per cui lo stesso Arcivescovo, mons. Vincenzo Pelvi, avrebbe bloccato la procedura.
La somma concessa dalla Regione Puglia doveva essere la prima tranche di un più ampio finanziamento, che avrebbe consentito di coprire l’intera spesa necessaria. Pare, invece, che i prelati non se la siano sentita di avviare i lavori in assenza di certezze sulla copertura finanziaria, nonostante che dalla Regione Puglia avessero fornito ampie rassicurazioni che sarebbero state erogate ulteriori tranche, sia il governatore Michele Emiliano che l’assessore al bilancio, Raffaele Piemontese, che si era particolarmente impegnato per la concessione del contributo.
Conclusione: il finanziamento è sfumato e con esso una preziosa, insostituibile opportunità per avviare il recupero di una chiesa che per Foggia ha un inestimabile valore storico e identitario.
Secondo la tradizione, il tempio sorse per accogliere l’Iconavetere, subito dopo il prodigioso ritrovamento del tavolo della Madonna dei Sette Veli, patrona del capoluogo dauno.
Un brutto colpo alle speranze di quanti sognano che la Chiesa possa riaprire i battenti. Adesso, non si sa se e quando potranno essere cantierizzati i lavori.
È possibile leggere tutta la rocambolesca storia del progetto e del mancato finanziamento nel blog di don Fausto Parisi.

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