giovedì 21 settembre 2017

Aeroporto Lisa, la Commissione Europea chiarisce e gela gli entusiasmi

Non è proprio un’altra tegola che si abbatte sul Gino Lisa, ma una correzione di rotta, una puntualizzazione necessaria per evitare equivoci, e per scongiurare che nuovi intoppi sorgano nella corsa ad ostacoli che sta caratterizzando l’iter dell’allungamento della pista. Il contributo pubblico per la realizzazione dell’opera non è del 95% come si sperava (e che la Regione Puglia si era impegnata a coprire), ma del 75%. I privati che vorranno sostenere il progetto dovranno sobbarcarsi il 25% dei costi (14 milioni di euro la spesa complessiva prevista), e non il 5%, come si pensava e come si sperava.
Lo chiarisce in modo purtroppo inequivocabile, la risposta all’interrogazione (che potete leggere qui) presentata sull’argomento dalla deputata europea Elena Gentile, fornita verso la fine di agosto, a nome della Commissione, da Margrethe Vestager, danese, e commissaria europea alla concorrenza.
“Ho presentato l’interrogazione - chiarisce l’eurodeputata pugliese - per chiarire la situazione e per scongiurare che interpretazioni non corrette possano nuovamente rallentare l’iter dell’opera, che ritengo necessaria ed urgente per la Capitanata e per il Gargano, la cui economia turistica ha assoluta necessità della infrastruttura aeroportuale pienamente agibile e funzionale”.
Il nuovo regolamento approvato dalla Commissione Europea ha modificato il regime generale di esenzione per categoria per favorire alcune tipologie di investimenti pubblici, in particolare quelli in favore di porti e aeroporti, esonerandoli dall'obbligo di notifica ex articolo 108 TFUE.
Ciò significa che sono ammessi i contributi pubblici a favore degli aeroporti: fino al 75 % dei costi per gli aeroporti con una determinata media annuale di traffico passeggeri, e fino al 95% per gli “aeroporti situati in regioni remote”.
Il busillis sta, appunto, nella definizione di “regione remota”.
“Tale riforma - scrive l’on.Gentile nella sua interrogazione - permetterebbe di finanziare senza obbligo di notifica e con un contributo pubblico pari al 95 % dei costi, progetti come quello relativo all'allungamento dell'aeroporto italiano Gino Lisa di Foggia, facendo perno sulle caratteristiche di aree interne della provincia di Foggia come i Monti Dauni, il Gargano e le Isole Tremiti.”
L’europarlamentare chiedeva dunque alla Commissione “quali siano i criteri giuridici atti a definire un determinato territorio come area remota, in riferimento agli aspetti demografici, sociali, territoriali e della rete di trasporti esistente” e “se l’area della provincia di Foggia in Puglia può considerarsi come area remota ai fini della normativa sugli aiuti di Stato e quindi godere della maggiorazione del finanziamento previsto per le aree svantaggiate.”
La risposta della commissaria alla concorrenza, non è stata purtroppo quella sperata.  “Per regioni remote - scrive Margrethe Vestager a nome della Commissione - si intendono le regioni ultraperiferiche, Malta, Cipro, Ceuta e Melilla, le isole facenti parti del territorio di uno Stato membro e le zone scarsamente popolate.
Le «regioni ultraperiferiche» - aggiunge - sono definite all'articolo 2, paragrafo 12, del medesimo regolamento. Gli orientamenti sugli aiuti di Stato agli aeroporti e alle compagnie aeree del 2014 definiscono le zone scarsamente popolate al punto 25, paragrafo 28, come «le regioni NUTS 2 con meno di 8 abitanti per km2, o le regioni NUTS 3 con meno di 12,5 abitanti per km2 (dati Eurostat sulla densità di popolazione)». La regione di Foggia è considerata come una regione NUTS 3. Tuttavia, in base ai statistiche sulla densità demografica di Eurostat, nel 2015 Foggia aveva una densità di 90,2 abitanti per km2 e, pertanto, non può essere considerata una «zona scarsamente popolata» ai sensi del punto 25, paragrafo 28, degli orientamenti sugli aiuti di Stato agli aeroporti e alle compagnie aeree del 2014. Da ciò consegue che la provincia di Foggia non può essere considerata una regione remota ai sensi dell'articolo 56 bis, paragrafo 14, del regolamento 2017/1084.”
“Non è certamente la risposta che speravamo - commenta Elena Gentile - ma credo sia meglio averlo saputo adesso, e non trovarsi di fronte all’ennesimo intoppo, a procedura avviata”. La deputata europea non nasconde la sua irritazione verso chi ha parlato di ridefinizione di paletti provocata dall’interrogazione o di boomerang: “Era stata disinvolta l’interpretazione di chi, non so quanto in buona fede, aveva pensato che la provincia di Foggia ricadesse nel novero delle aree remote facendo credere che si potesse spuntare il tetto massimo del contributo pubblico. Adesso bisogna lavorare, con coerenza e serietà, per trovare sul territorio le risorse necessarie a garantire la realizzazione del progetto di allungamento della pista.”

mercoledì 20 settembre 2017

Il luogo che accolse per primo l'Iconavetere è un ricettacolo di rifiuti

Secondo la tradizione, gli umili pastori che rinvennero il quadro dell'Iconavetere, guidati da tre fiammelle che luccicavano sull'acqua, lo trasportarono nella poco distante Taverna del Gufo, che rapidamente diventò meta di pellegrinaggi e venne trasformato in una Chiesa. Si tratta dell'attuale chiesa di San Tommaso, che sorge all'incrocio tra via Ricciardi e via Arpi, ed è di conseguenza la più antica chiesa parrocchiale foggiana.
È da tempo chiusa al culto, per problemi di sicurezza che l'hanno resa impraticabile. Il progetto di lavori di restauro aveva ottenuto un finanziamento pubblico, che però non è stato utilizzato.
Da un po' di tempo l'edificio è stato circondato da transenne, proprio per garantire la sicurezza dei passanti. Il problema è che le transenne sono diventate, come documenta la sequenza di foto che potete vedere più sotto, un autentico ricettacolo di rifiuti, brutto a vedersi ma anche potenzialmente rischioso per l'igiene pubblica.
Uno spettacolo che è poco definire inverecondo, in considerazione dell'importanza storica della chiesa, ma anche del fatto che sorge in una strada centralissima, attraversata quotidianamente da centinaia di persone, data anche la vicinanza all'Università.
Anni fa qualcuno sognava via Arpi come la strada dell'arte e della cultura. Sta invece diventando il peggior biglietto da visita di una città che prende a calci la memoria e la bellezza.

La Dea Eupalla esiste, ed è più forte della Dea Bendata

L'esultanza di Martinelli dopo la rete che ha
avviato la grande rimonta rossonera
Chissà cosa avrà pensato la dea Eupalla iera sera quando, al nono minuto del primo tempo della partita tra Carpi e Foggia, ha visto il difensore pugliese Camporese avvitarsi malamente e goffamente nel tentativo di fermare Mbagoku, che si è invece involato verso l’area rossonera, infilando il portiere e portando in vantaggio i padroni di casa.
Secondo quell’indimenticabile maestro di giornalismo e di buon senso che è stato Gianni Brera, Eupalla è “la divinità benevola che, assistendo pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi, presiede alle vicende del calcio, ma soprattutto del bel gioco.”
Alzi la mano chi, tra i tifosi rossoneri, di fronte all’ennesimo strafalcione della retroguardia dei satanelli non ha pensato: stasera le prendiamo di nuovo, e di brutto. D’altra parte, si sfidavano nello stadio emiliano le due difese “estreme” del torneo cadetto: da una parte la più impenetrabile (solo un gol al passivo prima di ieri), dall’altra la più perforata.
Il gol di Mbagoku era stato il tredicesimo subito dal Foggia, e tutto lasciava presagire un’altra grandinata di palloni nella rete dell’incolpevole Guarna.
Personalmente, lo strafalcione di Camporese, neoacquisto prelevato dal Benevento (con cui lo scorso anno ha conquistato la promozione in A) mi ha ricordato quello di Martinelli, l’altro centrale rossonero, nella gara casalinga con l’Entella: su una palla facile facile nel cuore dell’area, liscio impressionante e quindi rovinoso fallo sull’attaccante. Rigore e pareggio.
Ma la dea Eupalla ha lo sguardo lungo e il cuore grande, e ha compiuto il miracolo, verosimilmente invocata da mister Stroppa, che ieri sera ha gridato tanto e così forte da costringere i tecnici di Sky ad abbassare il volume dei microfoni piazzati nei pressi delle panchine.
Il gol di Martinelli
Sta di fatto che il Foggia dopo quella rete non ha perso morale, né mordente, ma ha cominciato anzi a macinare gioco al cospetto della capolista, mentre in difesa hanno cominciato a ribattere colpo su colpo, e tutta la squadra ha ripreso a giocare con quelle geometrie che l’anno scorso hanno incantato tutti i tifosi degli stadi di Lega Pro.
E così, al quarto della ripresa, forse anche per fare un dispetto alla Dea Bendata, la buona Eupalla ha deciso che no, il Foggia non poteva essere punito ancora una volta e che a dare il là alla rimonta rossonera dovevano essere proprio gli autori delle scarponerie prima ricordate.
Rubin conquista un calcio d’angolo. Lo batte sulla sinistra Floriano con un cross forte e teso che finisce nel cuore dell’area. Si avventa sul pallone Camporese, che tira quasi a botta sicura, ma la sfera finisce sulla traversa. Eupalla, si sa, ama la suspence: così il difensore riprende e tira di nuovo, ma anche questa volta la rete sembra stregata, perché un difensore emiliano salva sulla linea. In agguato c’è però Martinelli che con un tiro malizioso che passa tra una selva di gambe, finalmente insacca.
Martinelli e Camporese, proprio loro. I difensori che erano stati al centro delle polemiche avviano il riscatto rossonero. Quella rete ha sbloccato il Foggia che è letteralmente salito in cattedra, travolgendo il Carpi. La difesa che fino a ieri aveva preso soltanto un gol, alla fine dovrà annotarne tre al passivo, perché alla rete del difensore, si aggiungeranno quelle di Chiricò e di Beretta.
Si, aveva ragione Brera, la dea Eupalla esiste. Ed è più forte della Dea Bendata.

martedì 19 settembre 2017

Foggia e la Capitanata si specchiano nel film di Luciano Emmer

Che bella serata ieri a Parcocittà. All'insegna della bellezza e della nostalgia. In una sala attenta e gremita, abbiamo rivisto ventun'anni dopo la sua prima proiezione, Foggia non dirle mai addio, il travelogue che Luciano Emmer girò nel 1996 per conto della Provincia di Foggia, allora guidata da Antonio Pellegrino.
Ho presentato decine di volte il docufilm di Emmer, maestro del cinema italiano e protagonista non secondario della grande stagione neorealista, ma ogni volta ne rimango conquistato, e scopro nuove suggestioni, trovo nuove emozioni.
Prima della proiezione di ieri sera, che ho avuto il piacere di presentare, ho chiesto agli spettatori presenti quanti non avessero mai visto il film. Con mia sorpresa, erano la stragrande maggioranza.
Ventun'anni sono tanti. E sono tantissimi i giovani che non hanno (ancora) potuto vederlo.
Questo piccolo capolavoro andrebbe riscoperto, fatto girare nelle scuole, riproposto alle giovani generazioni come provocazione, come lancinante invito a scoprire una Capitanata diversa dagli stereotipi. Una terra che potrebbe trovare proprio nella bellezza - svelata da Emmer nel suo viaggio che non è spaziale o geografico, ma piuttosto un viaggio sentimentale, dell'anima - la chiave di volta del suo futuro.
Partendo dalle note e dalle liriche della canzone Foggia di Eugenio Bennato (Foggia è chella che è passata, e che ancora ha da venire), Emmer indica nel rapporto tra Foggia e la Capitanata, e tra la Capitanata a Foggia, la vera, profonda identità della nostra terra, di cui indica i simboli solo in apparenza lontani tra di loro: Federico II e i terrazzani di Borgo Croci.
La bellezza che diventa scommessa di futuro viene raccontata attraverso le diverse fasi della produzione dei fiori secchi di Sannicandro Garganico, autentici capolavori di artigiano che traggono la loro origine da un prodotto povero della terra garganica, i fiori spontanei, per trasformarli in un tripudio di colori e di forme, di rara bellezza.
La fine della Provincia istituzione rende molto più difficile mantenere l'equilibrio, già tradizionalmente e storicamente precario, tra Foggia e il resto del territorio dauno, e tra questo e il capoluogo.
Ventun'anni dopo, con la stessa intensità, Luciano Emmer ci invita a ripartire da qui.
Geppe Inserra
P.S.: Lettere Meridiane è disponibile a ripetere la proiezione in altri contesti, a Foggia e in provincia. Per proposte, idee, richieste, suggerimenti scrivete in mail.


lunedì 18 settembre 2017

Quando a Foggia la sosta sul corso era vietata. Ma ai pedoni.

È proprio vero che le antiche foto raccontano un’epoca. Quelle di oggi, colorizzate con l’algoritmo di intelligenza artificiale che gli amici e i lettori di Lettere Meridiane hanno imparato ad apprezzare, riguardano entrambe il cuore pulsante di Foggia: corso Vittorio Emanuele, ripreso da due punti di vista diversi: l’inizio, che coincide con l’attuale isola pedonale, all’incrocio con piazza Giordano e Corso Cairoli, e il tratto centrale, all’incrocio con Corso Garibaldi e piazza Oberdan, dove campeggiano i primi grandi magazzini aperti a Foggia, e cioè la Standa.
Le due foto sono state scattate a pochi anni di distanza l’una dall’altra. La più antica è quella che mostra l’inizio del corso, e risale agli anni Quaranta. La seconda fa vedere, invece, com’era Foggia negli anni Cinquanta.
Nell’una e nell’altra immagine, il corso sembra particolarmente affollato e vissuto. Si intravedono bar con tavolini, l’atmosfera complessiva è quella di una città non diciamo opulenta, ma non povera, capace di gustarsi la vita e di ritrovarsi in strada e in piazza.
Le automobili circolanti erano ancora poche, come pure le biciclette, a conferma del fatto che la popolazione foggiana non ama le due ruote, nonostante la città offra un habitat ideale per i ciclisti, essendo completamente pianeggiante.
Invece i pedoni erano tantissimi. E lo struscio per il corso doveva venire praticato con una certa lentezza, al punto tale da indurre le amministrazioni comunali dell’epoca ad adottare un provvedimento a dir poco curioso, che a distanza di decenni fa sorridere.
Se guardate bene la foto della Standa notate a sinistra un cartello che vieta la sosta ai pedoni. (È evidenziato con un cerchio rosso, per vederlo bene scaricate la foto in hd, come spiegato alla fine del post)
In realtà la misura aveva una sua ratio. Piazza Oberdan era in quegli anni una sorta di ufficio di collocamento plein air. I braccianti in cerca di lavoro per il giorno dopo, vi si recavano e sostavano in attesa di qualcuno che li ingaggiasse, il che doveva creare una certa confusione e più di un ingorgo... pedonale.
Era, in ogni caso, una città del tutto a misura d’uomo. Molto diversa da quella caotica di oggi. Non lo pensate anche voi?
La procedura di colorizzazione è stata attuata utilizzando un algoritmo fondato sulla intelligenza artificiale profonda, che applica la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane ha regalato ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione.

Il primo "Viaggio nel Sud" della Rai partì da Manfredonia

“Finché non potremo mangiare, vestirci, divertirci, consumando la stessa quantità di beni al Nord e al Sud, il ciclo del Risorgimento non si potrà considerarsi compiuto, né l’Italia potrà considerarsi unificata ed equilibrata di fronte alle esigenze dell’economia e del progresso internazionale”. Parole sante, e purtroppo dimenticate. A pronunciarle era la televisione pubblica, quando faceva ancora il suo mestiere, e non era ancora diventata una fabbrica di intrattenimento di bassa lega.
Siamo nel 1958, anno in cui la Rai varò una trasmissione intitolata “Viaggio nel Sud”, che raccontava la vita nelle regioni e nei paesi del meridione.
Come viene spiegato nella puntata introduttiva, “una parte dell’Italia meridionale, a causa di infelici vicende storiche è rimasta isolata, ferma in una continuazione del medioevo che si è protratta fino a un secolo fa, e questo triste destino, non ha sminuito né la forza né l’ingegno delle popolazioni ma ne ha invece ritardato di molto la rinascita.”
La tesi dell'endemico ritardo economico e tecnologico del Sud ereditato dall'Italia unificata è opinabile (i Borbone costruirono Napoli la prima ferrovia) ma rende perfettamente l’atmosfera culturale che si respirava nel Paese alla vigilia del boom economico, e la visione che il Paese aveva allora della cosiddetta questione meridionale.
La prima tappa del “Viaggio nel Sud” ebbe luogo in Capitanata, a Manfredonia, e non si trattò di una scelta casuale, perché i governi del secolo scorso avevano concentrato nell’area sipontina, scommettendo sul suo sviluppo: dalla bonifica delle paludi, alla riforma agraria, e successivamente alla industrializzazione sostenuta dalle partecipazioni statali.
La maggior parte del documentario è ambientata nella fattoria modello di Macchiarotonda, dove gli sforzi congiunti della Cassa per il Mezzogiorno e dell’Ente Riforma Fondiaria avevano innescato un rilevante processo di ammodernamento sia delle tecniche di coltivazione dei campi e di allevamento del bestiame, sia del lavoro.
È impressionante ascoltare il responsabile dell’azienda che parla di superamento del lavoro precario e stagionale, mentre il conduttore tesse gli elogi della profonda trasformazione che Manfredonia e il Gargano andavano conoscendo, proprio grazie alla crescita occupazionale.
Pino Locchi e Arnoldo Foa, curatori e conduttori della trasmissione, intervistano diverse donne  durante la vendemmia chiedendo dei loro progetti matrimoniali e non. E poi l’ allevamento delle vacche, le interviste ai pastori che non fanno più la transumanza, e alle donne e agli uomini che lavorano in azienda: la vita quotidiana, i pasti, la sera davanti alla televisione. La giornata di vacanza di un salariato che torna a riposare a Manfredonia, che viene letteralmente definita una “cittadina in rinascita”. L’uomo racconta la sua vita e presenta la sua famiglia.

domenica 17 settembre 2017

Fuggire da Foggia? No. Non dirle mai addio.

Fuggire da Foggia, come recita l’antico, antipatico adagio? No. Perché a Foggia non si deve mai dire addio. Me lo ha insegnato, ventuno anni fa, un caro amico, un grande uomo di cinema che foggiano non era, ma amava Foggia, che aveva eletto a sua città d’adozione: Luciano Emmer, maestro del cinema italiano, capofila di alcun generi che hanno fatto scuola (come il cinema che parla di scuola o quello ambientato sulle spiagge estive), padre dei Caroselli televisivi.
Il rapporto intenso tra Emmer e Foggia venne suggellato da un film che domani sera verrà riproposto, in occasione del ventunesimo anniversario della realizzazione, nell’ambito delle manifestazioni di Settembre al Parco, da Parcocittà in collaborazione con il nostro blog, Lettere Meridiane.
Il docufilm di Luciano Emmer è intitolato appunto, Foggia non dirle mai addio: il grande regista neorealista lo realizzò nel 1996 per conto della Provincia di Foggia, guidata da quel grande presidente che è stato Antonio Pellegrino.
La proiezione si svolgerà domani, lunedì 18 settembre, con inizio alle ore 20.00, a Parco San Felice.

Bombardamenti, perché si deve dare un nome alle vittime (di Maurizio De Tullio)

Maurizio De Tullio mi ha fatto pervenire un prezioso contributo, nel quale riflette su diversi temi trattati nelle ultime settimane da Lettere Meridiane. Tra le altre cose, l'articolo risponde alle considerazioni che avevo svolto su quello che ho definito riduzionismo, atteggiamento che caratterizza alcuni strati della opinione pubblica foggiana a sminuire la portata di eventi epocali, come i bombardamenti.
Le riflessioni di Maurizio sono ampie, articolate, e per larghissima parte condivisibili. Meritano una risposta articolata ed approfondita, che mi riservo di fornire nei prossimi giorni, con una lettera meridiana ad hoc. Solo una battuta sulle considerazioni finali, in cui De Tullio scrive:
Credo occorra combattere gli stupidi che a Foggia, e sui Social locali, crescono e si moltiplicano in quantità industriale! Solo per aver espresso opinione contraria (e motivata) al progetto di ricostruzione del Palazzo di Federico II e per aver contestato la bontà artistica di un monumento a ricordo delle vittime del ’43 (ma che desidero fortemente che si realizzi) ho ricevuto insulti che confermano l’eccellente qualità della stupidità umana. Non sembra, ma è questa la partita più difficile da combattere in una città come Foggia.

Beh Maurizio, a me è toccata la stessa sorte, anche se dal campo avverso: per aver promosso l'idea della ricostruzione del Palazzo sono stato vilipeso, offeso, e non certo dagli stupidi e dagli ultras del web. Ma anche di questo avrò modo di parlare... (g.i.)

* * *

Proposte contro il ‘Riduzionismo’ (a cominciare dal mio impegno per il monumento alle vittime del ’43)

Le vie del ‘Riduzionismo’ devono essere proprio infinite. Naturalmente uso il termine un po’ per parafrasare e un po’ per stare nel ragionamento di Inserra.
Sì, è vero: dovremmo cominciare dal risarcimento della memoria, per cui da un lato è sacrosanta la realizzazione del ‘Monumento alle Vittime del 1943’, per il quale Alberto Mangano e pochi altri si sono alacremente spesi, ma dall’altro è ancor più sacrosanto il debito che da 74 anni ci portiamo dietro nel non aver ancora dato un nome a quelle vittime.

sabato 16 settembre 2017

Vivere da cani? Può essere bello, se succede al Trabucco di Mimì

Uno storytelling garbato, divertente, intelligente quello che Gianpier Clima manda on line con il suo cortometraggio Trabucco vita Tracani (grazie a Teresa Maria Rauzino per la segnalazione). Per la serie: vivere da cani non è il massimo che puoi aspettarti dalla vita, ma se devi farlo al Trabucco da Mimì, leggendaria location peschiciana, non è poi così male, tra belle turiste in minigonna e bocconcini prelibati che ti passano i forestieri perché, come si ricorda nel film, dagli Ottaviano, proprietari del ristorante, “i cani sono e saranno sempre trattati da Signori Cani"...
Il cortometraggio racconta, attraversando l'intero arco delle 24 ore, dalla notte alla notte successiva, gli accadimenti di una classica giornata estiva al trabucco; il tutto visto da e con gli occhi di una triade di tipici cani "pumetti" peschiciani, Lola, Scheggia e Scotty : bassi, tarchiati, bruttini, indolenti, pigri e in definitiva simpatici (le voci sono di Katia Sciotti e Fausta Mastromatteo).
Cani, che come narra la voce fuori campo di Rambo (progenitore degli attuali quadrupedi, interpretato da Sergio De Nicola) hanno un dono particolare: parlano e lo fanno in peschiciano.
La giornata canina si consuma nella estenuante e indefessa ricerca di cibo, lavoro duro quanto quello degli umani, la cui fatica e la cui stanchezza ha nel cortometraggio il volto suggestivo e la voce di Peppino Delli Guanti.
Le musiche sono di Casadidadi (David Treggiari).
Potete vedere Trabucco vita Tracani qui sotto. Amatelo, condividetelo.

venerdì 15 settembre 2017

Parte da Monte Sant'Angelo il rilancio dell'ecologia sociale

Camminare sul crinale d’una montagna è sicuramente pericoloso, se non sei un alpinista, però ti fa godere d’uno sguardo privilegiato: guardi dall’alto, che più in alto non si può, e a destra e a sinistra, sopra e sotto. Allo stesso modo, vivere border line, a stretto contatto con il disagio, è certamente scomodo e duro, però può allargarti la mente, svelandoti che il disagio certe volte può offrire - tanto a chi ne è vittima, quanto a chi si sforza di curarlo - preziose opportunità di cambiamento.
Può accadere così che ritrovarsi in gruppo per fare in modo che persone colpite dall’alcolismo non bevano più, o per aiutare individui che soffrono di problemi psichici, si trasformi in qualcosa d’altro e più ampio: un sentirsi e fare comunità che aiuta tutti a vivere meglio, a migliorare la qualità della vita individuale e del gruppo. Ad essere stimolo di cambiamento e di crescita per l'intera collettività.
Questo approccio accomuna due delle strategie terapeutiche più innovative e rivoluzionarie: l’ecologia sociale ideata dal neurologo slavo Vladimir Hudolin e le Parole Ritrovate, movimento nato in Italia, non casualmente a Trento, patria della psichiatria democratica e alternativa di Franco Basaglia.
Se al centro dell’approccio ecologico sociale di Hudolin c’è la comunità, la metodologia delle Parole Ritrovate punta sul “darsi convegno” assieme, utenti, familiari, operatori, amministratori, cittadini non solo per dare la parola a chi non l’ha sinora avuta, ma piuttosto per ritrovare assieme le parole.
Caratteristica comune di entrambi i metodi è l’approccio di comunità, che mette al centro la persona e i suoi contesti di vita, e nello stesso tempo coinvolge assieme i curanti e i curati, miscelando con perizia il sapere professionale e scientifico ed il sapere esperienziale, in modo da tenere in considerazione i bisogni e le necessità individuali e nel contempo promuovere ed utilizzare le risorse personali e collettive.
Da oggi fino  a domenica, a Monte San’Angelo si ragiona di tutto questo per confrontarsi, chiarirsi le idee, tratteggiare percorsi comuni nell’obiettivo di consolidare il movimento nato attorno alla metodologia di Hudolin.
L’intensa tre giorni monotematica è promossa dall’Arcat regionale pugliese e dall’Apcat della provincia di Foggia (le associazioni dei Club Alcolisti in Trattamento che si richiamano ad Hudolin) in collaborazione con il Centro di Salute Mentale di Manfredonia, il Comune di Monte Sant'Angelo, l’Associazione Genoveffa De Troia di Monte Sant’Angelo, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Ospedali Riuniti di Foggia, l’Associazione Psychè di Manfredonia, il Centro Salute Mentale di Trento, la sezione Apulo-Lucana della Società Italiana di Alcologia, il Corso di Laurea in Scienze del  Servizio Sociale dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano il Centro di Pedagogia delle Scienze della Salute dell’Università di Foggia. Tema del convegno: L’Approccio Sistemico al “Fareassieme”, Tre passi verso l’Ecologia Sociale (metodo Hudolin).
È bello e significativo che l’intensa tre giorni monotematica si celebri sotto lo sguardo vigile dell’Arcangelo Michele. A Monte Sant’Angelo, capitale culturale e storica del Gargano, luogo in cui - come si legge nella brochure che presenta l’iniziativa -  "gli Angeli non esitavano, ma avevano dimora, vi abitavano, si ritempravano tra una impresa e l’altra tra la fine di un accompagnamento e l’inizio di un rinnovato prendersi cura.”

Al Sud basta un banalissimo (ma equo) intervento ordinario (di Michele Eugenio Di Carlo)

Michele Eugenio Di Carlo torna sulla questione meridionale, la cui attualità è stata in questi giorni rilanciata dal presidente del Consiglio, Gentiloni, in occasione del suo discorso inaugurale alla Fiera del Levante. Un intervento, quello di Di Carlo, come sempre appassionato, ma lucido, che tra gli altri pregi, ha anche quello di ripercorrere storicamente le alterne vicende del dibattito sulla questione meridionale, fino al suo occultamento.
Lo ringrazio per aver voluto condividere le sue riflessioni con gli amici e i lettori di Lettere Meridiane.
* * *
È del tutto normale che i nostri giovani continuino ad emigrare? No!
L’emigrazione è sempre la prova di un’economia sottosviluppata che non utilizza le proprie risorse o, meglio, le cui risorse vengono sfruttate  da multinazionali e gruppi affaristici di aree sviluppate con il beneplacito di politiche interne ed esterne compiacenti.
Quando questo avviene all’interno di un’area geografica politicamente unita, come l’Italia, le considerazioni e le analisi non possono essere occultate: prima o dopo emergono.

giovedì 14 settembre 2017

Ecco gli "appunti" del viaggio garganico e pugliese di Lomax e Carpitella

Il social network offre importanti possibilità (per alcuni versi ancora inesplorate) di raccogliere memoria che altrimenti andrebbe dispersa, di intrecciarla, e di scrivere dunque storie e storia, quella che gli addetti ai lavori chiamano public history, e che altrove è una vera e proprio disciplina scientifica.
Si tratta, soprattutto, della storia che si nutre di fonti non convenzionali, come le fotografie o i ricordi.
Miky Lauriola‎ e gli amici del gruppo Facebook  "Sei di Monte se ..." me ne hanno dato una bella efficace dimostrazione. Sincero cultore della memoria e delle radici del suo paese e del Gargano, Miky ha prontamente raccolto la “dritta” contenuta nella lettera meridiana sul viaggio garganico del grande etnografo statunitense Alan Lomax e l’etnomusicologo calabrese Diego Carpitella, ed è andato a spulciare nell’archivio fotografico di Lomax, dove ha scovato due fotografie di un musicista dal volto sorridente e solare, che imbraccia una finissima fisarmonica artigianale e ha l’aria di saperla davvero lunga, in fatto di musica.
Lauriola non ci ha pensato su due volte, e ha postato le immagini nella bacheca del gruppo, sollecitando i suoi concittadini a dire chi, secondo loro, fosse il misterioso musicista.
Le risposte non si sono fatte attendere, e sono anzi giunte copiose: non soltanto hanno prontamente individuato il personaggio, ma ne hanno anche raccontato la storia.
Si tratta di Michele Principe, detto Sfrscint, papà di quella leggente vivente della fisarmonica che è Giuseppe “Peppino” Principe, nato a Monte Sant’Angelo nel 1924, ed emigrato a Milano assieme al fratello maggiore Leonardo, clarinettista. Dal sito del “principe della fisarmonica” si apprende che i primi rudimenti di musica e fisarmonica li aveva appresi proprio dal padre, Michele, “insegnante molto apprezzato nella zona del Gargano.”
Gli amici di  "Sei di Monte se ..." aggiungono alla storia altri particolari. Il soprannome Sfriscnt sta per bollente, scottante, e deve probabilmente riferirsi al modo di suonare lo strumento, con particolare calore.
Michele Principe è stato per tanti anni capobanda del Complesso bandistico G.Lombardi, nonché gestore di una balera per soli maschi, unica al mondo, “in cui noi maschietti - come ricorda Matteo Ricucci - imparavamo a ballare con la speranza che un giorno avremmo danzato con le nostre fidanzatine.”
La famiglia Principe era popolarissima a Monte Sant’Angelo. Il padre di Michele affittava le biciclette ai bambini.
Ringrazio tutti quanti con i loro interventi  hanno permesso di ricostruire questa deliziosa pagina della storia montanara (oltre a Miky Lauriola e Matteo Ricucci, hanno offerto il loro contributo di memoria, Michele Accarrino, Lucia Raffaela Lauriola, Tonino Tomaiuolo, Libero Altavilla, Carmela Vitello, Lina Totaro, Matteo Rinaldi, Domenico Impagnatiello, Lina Biscari, Dino Guerra, Michelina Simone, Pasuale Vaira, Pasquale Santoro, Michele Sena, Matteo Mazzamurro, Raffaele Ferri e Giovanni Ciliberti).
Per sdebitarmi, offro agli amici montanari e ai lettori di Lettere Meridiane un’altra chicca che spero vi piacerà: gli appunti in cui Alan Lomax annota i titoli dei brani, con i relativi esecutori, registrati durante i tre giorni trascorsi sul Gargano. Li ho trovati nientemeno che nell’archivio della Library of Congress, la Biblioteca del Congresso che, come puntualizza Wikipedia, è de facto la biblioteca nazionale degli Stati Uniti d'America.
Avevo letto che il diario scritto da Lomax durante il suo viaggio in Puglia e sul Gargano era stato rubato. Evidentemente qualcosa è fortunatamente sfuggita al furto: cliccando qui potete scaricare i fogli dattiloscritti con gli appunti che riguardano le diverse tappe pugliesi (Calimera, Galatone, Martano, Gallipoli, Locorotondo, Terlizzi, Bisceglie) e garganiche (Cagnano Varano, Monte Sant’Angelo, Sannicandro Garganico e Carpino).
Chissà che da questi nomi, al momento sconosciuti, non nascano altri ricordi, altre storie.
G.I.

mercoledì 13 settembre 2017

Bellezze foggiane da riscoprire: Maria Grazia Barone

Ci sono bellezze che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma che ci sfuggono, vuoi perché ormai assediate dal traffico rumoroso, vuoi perché alberi ed altri manufatti ne impediscono la visione completa che meriterebbero.
È il caso di Maria Grazia Barone, oggetto della foto "colorizzata" di oggi.
Al di là della sua bellezza estetica e monumentale, è il caso di ricordare che prima di tutto Maria Grazia Barone è un monumento alla solidarietà ed alla filantropia. La sua costruzione fu voluta infatti dalla nobildonna cui l'istituzione è intitolata che, nel suo testamento, lasciò le sue proprietà terriere alla città che le aveva dato i natali (il padre, Alessio Barone, era stato sindaco di Foggia, perseguitato dal governo borbonico) allo scopo di costruire un ospizio per gli anziani poveri.
Retta attualmente da una fondazione, Maria Grazia Barone è una delle più antiche istituzioni della città. La foto dev'essere stata scattata subito dopo l'inaugurazione, che ebbe luogo il 15 agosto del 1934. Lo si intuisce dal fatto che i giardini antistanti erano ancora allo stato brado, e che non vi erano alberi.
La procedura di colorizzazione è stata effettuata utilizzando un algoritmo fondato sulla intelligenza artificiale profonda, che applica la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane ha regalato ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione.

Monaco riscopre un articolo di Soccio: "Non si uccide una Città"

Lucera è una città simbolo della Capitanata, più precisamente di quel declino che ha colpito la terra dauna, senza che si sia riusciti a invertire la rotta. L’immagine che illustra il post è tratta da una cartolina e raffigura quello che era una volta uno dei simboli riconosciuti e condivisi della città: il suo tribunale di questa città. Domani, ricorreranno quattro anni dalla soppressione, che fa il paio con un’altra, dolorosa, défaillance: quella del suo ospedale.
L’uno e l’altro erano una volta sede di illustri giuristi e medici. Erano l’onore e il vanto della cittadina.
Non succede spesso che un palazzo di giustizia finisca su un cartolina. Se a Lucera è successo, è proprio per i valore simbolico dell’istituzione e dell’edificio che la ospitava. Abbiamo voluto “colorizzare” la foto, che risale al secolo scorso, e che era originariamente in bianco e nero, a significare e a sostenere la speranza di riscatto e di futuro che la gente lucerina continua a nutrire. Potete scaricarla in alta risoluzione cliccando qui.
Come Massimiliano Monaco, docente, cultore di storia locale, e presidente del comitato di Foggia dell'Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, che celebra l’amara ricorrenza riscoprendo un vecchio articolo di Pasquale Soccio che, già nel 1945, rifletteva con la lucidità e la responsabilità sul diritto di Lucera ad avere la sede del Tribunale.

La lettura ungarettiana del foggiano Paglia premiata al concorso internazionale Lago Gerundo

Con il suo libro, Il grido e l’ultragrido. Lettura di Ungaretti (dal Sentimento del Tempo al Taccuino del Vecchio), pubblicato da Ed. Lemonnier Università - Mondadori, lo scrittore e poeta foggiano, Luigi Paglia si è aggiudicato il Premio speciale della giuria per la critica letteraria nel Concorso internazionale “Lago Gerundo” di Paullo-Milano, conferito da una prestigiosa giuria composta dallo scrittore Carlo Alfieri, dal professore ordinario dell’Università La sapienza di Roma, Giovanni Antonucci, dal poeta Ivan Fedeli, da Rosy Lorenzini, docente e segretaria del Premio, da Cesare Milanese, autore e critico letterario e da Marco Ostoni, storico e giornalista.
Nel binomio grido-ultragrido, che dà il titolo al libro, è proposto il diagramma emotivo e stilistico delle opere poetiche ungarettiane oscillanti dialetticamente tra il dolore della vita («d’abissale pena soffoco») e il suo superamento nell’ultragrido metafisico paragonato ad un ultrasuono che nel campo fisico va al di là della percezione umana.
Le varie raccolte ungarettiane, dal Sentimento al Taccuino del Vecchio, pur nell’inevitabile progressione e differenziazione dovute al fluire delle esperienze esistenziali e letterarie dell’autore, presentano una linea di continuità o di coincidenza delle “strutture profonde” che Paglia mette a fuoco dettagliatamente nelle introduzioni globali ad ogni raccolta, nelle quali sono delineati anche il processo genetico e le modalità stilistiche, oltre all’organismo logico-semantico, al sistema archetipico-simbolico e al meccanismo spazio-temporale, così che il mosaico di tutte le composizioni ungarettiane analizzate viene ricondotto alla globalità interpretativa macrotestuale.

martedì 12 settembre 2017

Se Faragola diventa la culla dell'araba fenice...

Dal suo profilo facebook, Giuliano Volpe manifesta preoccupazione per il calo di tensione che si sta registrando localmente, dopo lo scempio di Faragola, e invita “passato il momento della tragedia” a non sottovalutarne la gravità.
Sarebbe in effetti un errore circoscrivere nell’ambito della cronaca nera il barbaro rogo che ha gravemente danneggiato la Villa romana di Faragola e i suoi straordinari reperti archeologici, delegando il caso alle indagini della magistratura e delle forze dell’ordine.
Se si vuole ripartire, non si può fare a meno di riflettere sull'interrogativo che aleggia fin da quando le fiamme hanno oltraggiato un inestimabile patrimonio. Come ha potuto verificarsi un episodio del genere? Tanta ricchezza e tanta bellezza erano adeguatamente custodite e tutelate? E in futuro, cosa si può fare per evitare che episodi del genere abbiano a ripetersi?
Volpe non è uno che si nasconde dietro il dito, ed affida al suo blog lo sfogo amaro di chi quella villa l’ha scoperta, scavata e indicata come possibile modello di una politica più ampia di uso pubblico e valorizzazione dei beni archeologici della Capitanata. È per questo che la posta in palio è alta, altissima. Non si tratta soltanto di salvare Faragola e di farla risorgere, come l’araba fenice, secondo il fortunato hash tag lanciato per l’occasione. (Ri)partendo da Faragola si tratta di mettere finalmente a punto una politica culturale condivisa della e per la Capitanata, che possa far veramente diventare i beni culturali volano per la crescita culturale, civile, economica e occupazionale del territorio.
Diversamente da tanti suoi colleghi, che una volta effettuati gli scavi preferiscono ricoprire quanto hanno scoperto, proprio per evitare azioni predatorie, Giuliano Volpe ha sempre perseguito una politica di fruizione e di valorizzazione. Faragola era in un certo senso il suo fiore all’occhiello.
La prima parte dello sfogo di Volpe (che potete leggere interamente qui) è dedicata ad un bilancio della sua attività di ricerca e di scavo. Ed è un bilancio assolutamente positivo, costellato da numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali. Ma ecco cosa scrive il Rettore emerito dell'Università di Foggia del resto:

Foggia ha bisogno di una informazione di qualità (di Luigi Paglia)

Con colpevole ritardo, pubblico l'approfondito e interessante commento del prof. Luigi Paglia all'articolo di Maurizio De Tullio, Il vero problema è il Sud nel Sud.
Tra le diverse considerazioni che svolge, Paglia torna anche sulla idea (lanciata da Maurizio e sostenuta da Franco Antonucci ed altri amici, già da diverso tempo) di affiancare alla pubblicazione digitale di Lettere Meridiane quella di un supplemento cartaceo.
Al termine dell'intervento potete leggere la mia risposta. (g.i.)
* * *
Il quadro dell’informazione stampata e televisiva foggiana delineato da Maurizio de Tullio è realistico ed impietoso. Anche i panorami delle attività degli altri ambiti cittadini (non tutti, per fortuna) sono egualmente deprimenti e mortificanti, anche se il settore dell’informazione è di vitale importanza per lo sviluppo del territorio, in quanto dovrebbe presentare e analizzare lo stato delle cose ed avanzare proposte e prospettare soluzioni ai problemi della città.
Si avverte l’esigenza di uno strumento di comunicazione e di studio che svolga questo compito essenziale, anche perché l’istituzione comunale non pensa a realizzare indagini socio-antropologiche sulla situazione cittadina, per poter progettare interventi per lo sviluppo e la prospettiva della città futura, con una visione lungimirante ed un’azione non legata solo al quotidiano. Anche sul piano degli eventi culturali, essa si limita a recepire e promuovere (lodevolmente) le proposte individuali o di associazioni culturali, e non svolge un’attività di coordinamento delle varie iniziative (magari con l’ausilio di un comitato costituito dai rappresentanti delle organizzazioni culturali), non realizza una progettazione coerente e di lunga visione, non basata su interventi episodici, con semplice affastellamento di eventi, difettando, insomma, di una prospettiva di politica culturale di ampio respiro che dovrebbe sfociare, se attuata, in una programmazione periodica (comunicata con la pubblicazione di bollettini mensili, come avviene in altre città) delle varie attività cittadine, con l’eliminazione, tra l’altro, della sovrapposizione nello stesso giorno di eventi culturali ed artistici in sedi diverse e con l’assenza degli stessi in altri periodi.

lunedì 11 settembre 2017

Quella Foggia migliore che può far crescere la città (di Giuseppe Messina)

Giuseppe Messina, autore del bel libro “Papaveri rossi - Il soffio caldo del favonio”, di cui abbiamo parlato in questa lettera meridiana, interviene nel confronto sulla questione meridionale, che da qualche settimana sta appassionando i lettori del blog.
Messina risponde, in particolare, all'articolo Il vero problema è il Sud in cui Maurizio De Tullio aveva affrontato, tra l'altro, il delicatissimo problema dell'editoria e della informazione locale, che a suo giudizio sono fonte di ulteriori diseguaglianze nel tessuto economico e civile del Mezzogiorno, determinando, appunto, tanti Sud nel Sud. Ecco l'interessante contributo di Giuseppe Messina.
* * *
Non si può non essere d'accordo con Maurizio De Tullio. Andando un poco più lontano troviamo Gaetano Salvemini, che sosteneva che il Sud avrebbe dovuto risolvere da solo una certa "Questione" (quella "Meridionale", per intenderci): credeva che il Sud ne avesse la capacità, ma, al tempo stesso, temeva che la conduzione della cosa pubblica finisse in mano a quel ceto che " è, nella vita morale, quel che è, nella vita fisica del paese, la malaria" . Il molfettese lo scrisse alla fine dell'Ottocento: aveva uno sguardo lungo sulle cose e sugli uomini, e aveva valutato che al Sud sarebbero toccati quelli sbagliati per realizzare la sua crescita, uomini di vedute corte, di media se non bassa cultura, partoriti da quella piccola borghesia, che diventerà grande all'ombra della politica.

Quando Foggia, la Capitanata e la Puglia pullulavano di armi

La campagna elettorale a San Severo
Il 18 febbraio del 1948, La Stampa di Torino pubblicò con grande risalto, in prima pagina, un articolo del suo inviato, Ugo Zatterin, che raccontava un fenomeno inquietante, direttamente collegato all'attesa delle elezioni, che si sarebbero svolte il 18 aprile: la diffusa presenza di armi, soprattutto in Puglia.
Il clima politico era surriscaldato: anche per effetto della "guerra fredda" che opponeva gli Stati Uniti alla Russia, l'alleanza tra i due maggiori partiti del  Paese, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista era andata in crisi.
Il centro e la sinistra si sfidavano in un clima da "resa dei conti". La presenza di Zatterin in provincia di Foggia e il tema affrontato non sono casuali: qualche giorno prima il 9 febbraio, la Capitanata e il Basso Tavoliere era balzati alla ribalta nazionale per il gravissimo fatto di sangue verificatosi a San Ferdinando di Puglia, quando durante violenti scontri di piazza erano rimasti uccisi, per mano di squadristi fascisti, quattro lavoratori ed un bambino, che aveva cercato scampo invano nella sede dell'Anpi.
Qualche giorno prima, Zatterin aveva firmato un altro pezzo per il quotidiano torinese dedicato al clima che si respirava in provincia di Foggia, laboratorio politico anche per essere il luogo natio dell'allora segretario generale della Cgil, Giuseppe di Vittorio: Repubblica a Cerignola, che potete leggere qui.
I reportage dauni firmati dal giornalista veneto, che sarebbe diventato qualche anno dopo uno dei volti televisivi più noti (grazie anche alla memorabili imitazioni che gli faceva Alighiero Noschese) sono ricchi di colore. Non a caso, uno dei suoi libri più noti è intitolato Al Viminale con il morto: tra lotte e botte l'Italia di ieri.
Il punto di vista dell’autore è chiaramente quello di un giornale moderato quale era La Stampa, quotidiano di proprietà della Fiat (ma va detto che era stato convintamente antimussoliniano, fin dall’omicidio Matteotti).
Il pezzo di Zatterin esce in un periodo particolarissimo della vita del giornale: Valletta, presidente della Fiat aveva da poco chiamato alla direzione Giulio De Benedetti, affidandogli un obiettivo ambizioso: conquistare al giornale nuovi lettori, e in modo particolare gli operai di Torino, divisi tra l’Unità e La Gazzetta del Popolo.
Il racconto giornalistico di Ugo Zatterin prevale sulle considerazioni ideologiche e politiche, ed è un esempio efficace di una della caratteristiche più interessanti del suo giornalismo: la capacità di dire le cose, senza chiamarle per nome, che diventò addirittura proverbiale quando,  dando in televisione la notizia dell’approvazione della legge Merlin, e della conseguente chiusura delle case di tolleranza, riuscì a farlo non nominando mai né le prostitute, né le case in cui esercitavano la professione più antica del mondo.
Primo commentatore televisivo dei telegiornali Rai, diresse dal 1980 al 1986, il Tg2 succedendo ad Andrea Barbato.
Trovate qui la pagina originale del quotidiano torinese.

domenica 10 settembre 2017

Foggia in crisi? No, i numeri dicono che...

I tifosi foggiani ad Avellino: erano più di mille.
Che il Foggia potesse perdere ad Avellino, stava nelle cose. Ma che la sconfitta assumesse le dimensioni di una disfatta erano in pochi a prevederlo. Un solo punto in tre partite, penultimo posto, una classifica che vede i satanelli in piena zona retrocessione: l’inizio del campionato cadetto sta diventando un incubo, per i rossoneri.
Eppure, anche per Avellino-Foggia, così come era successo già a Pescara e nel pareggio interno con l’Entella, i numeri raccontano un’altra storia: possesso palla nettamente a favore del Foggia (circa il 65%), 14 tiri (di cui solo 4 in porta) contro i 17 dei padroni di casa (12 nello specchio della rete). Pende a favore dei satanelli anche il bilancio delle palle perse (35 quelle dei biancoverdi, 28 quelle del Foggia) e quelle recuperate (18 contro 24). Dati che devono far riflettere e che dicono che comunque il centrocampo rossonero il suo ruolo lo ha svolto.
Ma con le statistiche non si conquista la salvezza, e bisogna serenamente domandarsi cos’è che non funziona nel Foggia? C’è poco da dire: se si prendono 11 gol in tre partite, è la fase difensiva sotto accusa.
Anche in questo caso, la statistiche sono utili e, in proposito, c’è un dato che fa accapponare la pelle. Calcolando il possesso medio della palla da parte degli avversari del Foggia, in questi primi tre turni del campionato, si ottiene una media di 40’ a partita, che moltiplicato per 3 fa 120’ in tutto.
Considerati gli 11 gol presi dalla squadra rossonera, vuol dire che la difesa rossonera ha incassato una rete ogni 11 minuti di possesso della palla da parte degli avversari. Troppo. È un dato che mette i brividi e certamente incompatibile con le speranze che la società, l’allenatore e i tifosi nutrivano, per un campionato da giocare senza eccessivi patemi d’animo.
È troppo presto per fare delle analisi sensate, tuttavia alcuni segnali fanno pensare che non tutto abbia girato nel verso giusto per quanto riguarda il mercato. Nello scorso campionato, Stroppa fu costretto per necessità a impiegare Gerbo sulla fascia, togliendolo al centrocampo di cui costituisce un prezioso tassello. Il mercato non sembra aver risolto il problema della mancanza di terzini.
L’impressione è confermata dalla scelta del mister di rivoluzionare il modulo giocando con un inedito 3-5-2, con un terzetto difensivo composto sostanzialmente da centrali (Camporese, Coletti e Empereur) e schierando sulle fasce sulla mediana Gerbo e Rubin. Potrebbe anche essere una soluzione, sperimentarla all’inizio su un campo delicato come quelle dei lupi avellinesi e di fronte al pressing asfissiante dei padroni di casa è sembrata una scelta arrischiata.

sabato 9 settembre 2017

Il Gargano del 1954 negli scatti di Alan Lomax

Nell’agosto del 1954, il folklorista nordamericano Alan Lomax e l' etnomusicologo calabrese Diego Carpitella arrivarono sul Gargano allo scopo di raccogliere, documentare e conservare, incidendole su un voluminoso ma fedelissimo ed efficiente registratore analogico a nastro, le tracce della tradizione musicale garganica, attingendole dalla viva voce e dalla memoria degli abitanti.
Non fu una facile impresa. Per riuscirci dovettero fare i conti con la diffidenza degli intervistati. Sembra che per fare in modo che gli interpellati si esibissero davanti al registratore si spacciassero per quelli della radio.
I centri toccati dal tour garganico dei due ricercatori furono quattro in tutto: il 23 agosto 1954, Lomax e Carpitella fecero tappa a Sannicandro Garganico, Carpino e Cagnano Varano. Il 25 si spostarono a Monte Sant’Angelo.
La documentazione sonora attinta direttamente dalle fonti ha dato luogo alla pubblicazione di alcuni dischi e cd. Sono invece andati perduti i diari della esplorazione, che vennero sottratti da ignoti dal pulmino che accompagnava i due nelle loro ricerche.
Si sono conservate, e sono disponibili on line, le fotografie scattate da Alan Lomax. È un patrimonio di straordinario interesse che documenta non solo il canto, ma anche la vita quotidiana, il lavoro, soprattutto femminile, del Gargano dell’epoca.
Tra le cittadine garganiche visitate da Lomax in compagnia di Carpitella, la più fotografata è stata Carpino con 42 scatti. Segue Sannicandro, con 35 fotografie. Quattro le foto scattate a Cagnano Varano e 18 a Monte Sant’Angelo.
La bella notizia è che questo patrimonio è disponibile on line. Potete goderne di un assaggio guardando i filmato qui sotto, in cui sono state montate alcune delle immagini più suggestive. Alla fine del post, dopo i filmato, trovate le istruzione per poter vedere ed eventualmente caricare le 100 fotografie con cui Alan Lomax documentò le sue giornate garganiche. Destinate a segnare la storia delle cultura pugliese.

Il patrimonio fotografico di Alan Lomax è disponibile on line nel sito della Cultural Equity (Associazione per l’Eguaglianza Culturale). Per poter guardare quelle che riguardano il Gargano, accedere a questa pagina web (http://research.culturalequity.org/home-photo.jsp).
Quindi, come mostrato nella immagine qui a fianco, spuntare la voce Subject, scrivere Foggia nel riquadro della ricerca, e fare clic su Go.
Per poter scaricare ogni singola fotografia, cliccare sulla miniatura presente nella pagina indice per allargare l’immagine, quindi clic con il testo destro del mouse.

Disfatta rossonera: ad Avellino sconfitta senza attenuanti

L'amarezza di mister Stroppa
Questa volta non ci sono attenuanti. Se l'1-5 di Pescara puniva eccessivamente il Foggia, che per lunghi tratti della partita era riuscito a imporre il suo gioco ai padroni di casa, l'1-5 rimediato ad Avellino riflette quella che forse è stata la più brutta prestazione dei satanelli nell'era Stroppa.
Troppi giocatori fuori forma, una difesa inguardabile (11 reti al passivo in tre gare...), un tono agonistico ed atletico che resta molto più basso di quanto non si converrebbe alla categoria sono le chiavi di lettura di una sconfitta che deve attentamente far riflettere. Il Foggia dove svoltare, cambiare passo, e subito.
Mister Stroppa ci aveva provato, mettendo da parte nei minuti iniziali della gara il consueto 4-3-3, per schierare un 3-5-2 con il quale si riprometteva evidentemente di proteggere meglio la difesa. Non ha funzionato. Il Foggia ha subito fin dall'inizio l'assalto avellinese, e il pressing asfissiante dei padroni di casa, e si è trovato sotto di due reti senza neanche riuscire a tirare il fiato.
La prima rete dei padroni di casa è stata propiziata da un vistoso errore di disimpegno di Vacca, la cui prestazione è stata decisamente al di sotto delle altre volte. Anche sulla seconda rete grava un errore rossonero: si era infortunato Empereur, e il Foggia ha ritardato più del dovuto nell'effettuare la sostituzione.  gli avellinesi sono passati proprio nella zona di campo difesa dal giocatore infortunato.
Stroppa è tornato al suo modulo preferito, il 4-3-3 che almeno un po' è riuscito a impensierire i campani. Quel po' di buono che i satanelli sono riusciti a fare lo si deve a Chiricò, tra i più positivi del Foggia assieme a Gerbo. Proprio un'azione di quest'ultimo ha procurato il rigore che Mazzeo ha trasformato. Ma l'Avellino ha segnato ancora subito dopo, e la partita si è praticamente chiusa lì.
Nella ripresa il Foggia ha esercitato una sterile supremazia territoriale che non ha impedito che l'Avellino dilagasse.
Tra i molti aspetti problematici che la gara affida alla riflessione dell'allenatore e della società, c'è l'opaca prestazione di tutti i nuovi acquisti: Fedele ha cercato di prendere in mano le redini del centrocampo, senza riuscirci, Beretta ha lottato, ma senza mai rendersi pericoloso, Camporese avrebbe dovuto dare maggiore solidità alla difesa, che è invece naufragata, Nicastro ha giocato troppo poco per una valutazione compiuta.
Con la sconfitta di Avellino, il Foggia precipita al penultimo posto, in piena zona retrocessione. Bisogna inventarsi subito qualcosa risalire la china. Anche perché tra sette giorni c'è il Palermo.
Anche ad Avellino il Foggia è stato "scortato"
dai suoi tifosi: più di 1000 al Partenio

Foggia, ad Avellino disfatta senza attenuanti

L'amarezza di mister Stroppa
Questa volta non ci sono attenuanti. Se l'1-5 di Pescara puniva eccessivamente il Foggia, che per lunghi tratti della partita era riuscito a imporre il suo gioco ai padroni di casa, l'1-5 rimediato ad Avellino riflette quella che forse è stata la più brutta prestazione dei satanelli nell'era Stroppa.
Troppi giocatori fuori forma, una difesa inguardabile (11 reti al passivo in tre gare...), un tono agonistico ed atletico che resta molto più basso di quanto non si converrebbe alla categoria sono le chiavi di lettura di una sconfitta che deve attentamente far riflettere. Il Foggia dove svoltare, cambiare passo, e subito.
Mister Stroppa ci aveva provato, mettendo da parte nei minuti iniziali della gara il consueto 4-3-3, per schierare un 3-5-2 con il quale si riprometteva evidentemente di proteggere meglio la difesa. Non ha funzionato. Il Foggia ha subito fin dall'inizio l'assalto avellinese, e il pressing asfissiante dei padroni di casa, e si è trovato sotto di due reti senza neanche riuscire a tirare il fiato.
La prima rete dei padroni di casa è stata propiziata da un vistoso errore di disimpegno di Vacca, la cui prestazione è stata decisamente al di sotto delle altre volte. Anche sulla seconda rete grava un errore rossonero: si era infortunato Empereur, e il Foggia ha ritardato più del dovuto nell'effettuare la sostituzione.  gli avellinesi sono passati proprio nella zona di campo difesa dal giocatore infortunato.
Stroppa è tornato al suo modulo preferito, il 4-3-3 che almeno un po' è riuscito a impensierire i campani. Quel po' di buono che i satanelli sono riusciti a fare lo si deve a Chiricò, tra i più positivi del Foggia assieme a Gerbo. Proprio un'azione di quest'ultimo ha procurato il rigore che Mazzeo ha trasformato. Ma l'Avellino ha segnato ancora subito dopo, e la partita si è praticamente chiusa lì.
Nella ripresa il Foggia ha esercitato una sterile supremazia territoriale che non ha impedito che l'Avellino dilagasse.
Tra i molti aspetti problematici che la gara affida alla riflessione dell'allenatore e della società, c'è l'opaca prestazione di tutti i nuovi acquisti: Fedele ha cercato di prendere in mano le redini del centrocampo, senza riuscirci, Beretta ha lottato, ma senza mai rendersi pericoloso, Camporese avrebbe dovuto dare maggiore solidità alla difesa, che è invece naufragata, Nicastro ha giocato troppo poco per una valutazione compiuta.
Con la sconfitta di Avellino, il Foggia precipita al penultimo posto, in piena zona retrocessione. Bisogna inventarsi subito qualcosa risalire la china. Anche perché tra sette giorni c'è il Palermo.
Anche ad Avellino il Foggia è stato "scortato"
dai suoi tifosi: più di 1000 al Partenio

venerdì 8 settembre 2017

La Cgil di Foggia: "Lo Stato si faccia carico di Villa Faragola e investa i fondi comunitari"

La Cgil di Foggia prende posizione sullo scempio dell'area archeologica di Villa Faragola, nella piana di Ascoli Satriano, gravemente danneggiata da un incendio doloso (la copertura lignea che proteggeva l'area e che ha preso fuoco era ignifuga, e si pensa che gli autori del gravissimo gesto possano avere utilizzato addirittura cariche di esplosivo).
Loredana Olivieri, segretaria provinciale della Cgil di Foggia, non usa mezze parole: "Mentre insistiamo sulla necessità di mettere a valore le straordinarie bellezze storico, artistiche e culturali della nostra provincia per creare opportunità di sviluppo e nuova occupazione, registriamo come questo inestimabile patrimonio sia esposto a rischi enormi. La speranza è che l'incendio non abbia prodotto danni alle strutture archeologiche. Non può essere lasciato senza gestione un sito di tale importanza, che non era tra l´altro facilmente accessibile a potenziali visitatori”.
Del grave episodio di Ascoli Satriano si è interessata anche la radio nazionale della Cgil, Articolo1, che ha intervistato Olivieri. Qui sotto l'estratto della edizione del giornale radio delle 13, con le parole della segretaria.

Di pubblico dominio le prime tarantelle registrate da Alan Lomax e Diego Carpitella

La notte della Taranta non esisterebbe se nel lontano 1954, a bordo di un pulmino Wolkswagen bianco e verde, il folklorista nordamericano Alan Lomax e l' etnomusicologo calabrese Diego Carpitella non avessero percorso la Puglia in lungo e in largo, cercando e raccogliendo le tracce della tradizione musicale popolare, e scongiurando che venisse così dispersa.
Cinque anni dopo, Lomax e Carpitella tornarono in Puglia assieme al grande etnografo Ernesto De Martino per condurre uno studio sul tarantismo, malanno provocato dal morso di un ragno velenoso, e sulle pratiche terapeutiche connesse alla terapia: il morso della tarantola curato con la taranta, appunto.
Lo studio venne pubblicato da De Martino nel suo libro La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud.
Il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare ha reso di pubblico dominio la documentazione sonora che accompagnava la ricerca e il volume, rendendola disponibile on line, sul più grande archivio del mondo, Archive.Org.
Di straordinario interesse l’audio documentario intitolato La terra del rimorso che per una durata di circa 16’ offre - come si legge nella pagina corrispondente di Archive.Org - “le registrazioni della tarantella, una terapia musicale per persone morse da tarantola, prodotte da Diego Carpitella e Alan Lomax durante la ricerca su tale fenomeno in Puglia, Italia, come parte del più ampio ed omonimo studio etnografico di Ernesto de Martino.”
“Il nastro - si legge ancora - contiene un breve racconto (in italiano), che colloca le registrazioni nel loro contesto, spiega come la tarantella veniva suonata nel XVII secolo e perché è cambiata nel tempo."
L’audio-documentario offre in ascolto quella che è forse la più antica registrazione di tarantella terapeutica. Lomax e Carpitella la incisero sul voluminoso ma perfetto registratore che li accompagnava nel loro viaggio esplorativo, nei dintorni di Taranto nell’estate del 1954, cioè durante la loro prima ricerca nella musica popolare del Mezzogiorno. È divisa in due parti: la prima lenta e lamentosa, la seconda tirata e vitale.
Il documento contiene anche un’altra rarissima esecuzione: una tarantella terapeutica registrata “sul campo”, durante la terapia domiciliare, nell’abitazione di una donna di Nardò, Maria, affetta da tarantismo.
Vi si può ascoltare anche un brano della cosiddetta “cura a botta”, dove la pizzica tarantata veniva eseguita con il solo tamburello. Un altro brano evidenzia le forti analogie presenti nella pizzica tarantata con la musica popolare balcanica, in particolare albanese e macedone.
La tarantella terapeutica venne interdetta nel 1700 dalla Chiesa cattolica che cercò di innestare il tarantismo nel culto di San Paolo, ma senza apprezzabili risultati in termini di cura. Nel documento è presente una lunga registrazione effettuata da Carpitella e Lomax il 29 giugno del 1959, giorno in cui tradizionalmente si festeggia San Paolo, nella Cappella di Galatina: vi prevale il caos, mentre la logica del ritmo dell’esorcismo musicale consisteva proprio nel tentativo di ripristinare l’ordine: “il rischio del caos era controllato nella cura tradizionale, dove il ritmo e la melodia della tarantella ordinavano ritualmente la crisi in cicli coreutica regolari indefinitamente ripetuti”.
Potete ascoltare o scaricare questo straordinario documento, a questa pagina di Archive.Org (per effettuare il  download, seguire le istruzioni presenti nella pagina).
La ricognizione sonora di Lomax e Carpitella è stata pubblicata in parte su dischi (la foto che illustra il post è tratta da una delle copertine).  Se desiderate approfondire l’argomento, trovate nel blog di Antonio Basile, operatore culturale e ricercatore di Carpino, animatore del Carpino Folk Festival, una pagina molto interessante e utile a questo indirizzo.

Il vero problema è il Sud nel Sud (di Maurizio De Tullio)

Sul ruolo e il potere dell’informazione, tema sollevato in un post da Andrea Di Gioia, e che, a suo dire, sarebbe tutta nelle mani di “monopolisti” del Nord, sono pronto a un confronto. Mi permetto per ora di fare chiarezza sul punto: al Nord certe notizie (come quelle sui roghi o la corruzione da lei citati) circolano quanto al Sud, con la differenza che qui (cito la Biblioteca Provinciale, dove lavoro) le pagine della “Gazzetta dello Sport” sono molto più consumate – non oso citare “Repubblica”, “CorSera” o “Sole 24Ore” – di quelle della “Gazzetta del Mezzogiorno”.
E lo sono non ad opera di nullafacenti, pensionati o utenti di passaggio, ma da quelle che consideriamo le future “classi dirigenti” della Città o del Paese, cioè i nostri laureati e specializzandi.
Il tema è perché, pur avendone i mezzi, i nostri media locali non decollano neppure a livello sovra provinciale. Né vale a parziale giustificazione il fatto che per molti anni ci è andata di traverso una pesante crisi economica, perché il nostro mancato sviluppo a livello mediatico risale a molto tempo prima.
Evito di citare giornali locali che considero letteralmente “quotidiani fantasma”, i cui indici di vendita farebbero arrossire qualunque investitore! E che la crisi economica e di fiducia nei confronti dei media tradizionali ci sia stata e in parte ci sia, è indubbia. Ma al Nord i giornali (parlo di quelli locali in particolare: forse le è sconosciuta la straordinaria realtà dei bi e trisettimanali che si pubblicano in Piemonte per es.) non chiudono, si leggono e, soprattutto, hanno uno straordinario rapporto col territorio e le comunità, elementi strategici – questi ultimi – su cui riflettere e che, a mio avviso, sono uno dei tratti distintivi che fanno la differenza tra Nord e Sud. Mi pare lo accennasse anche Teresa Silvestris, le cui molteplici considerazioni mi trovano abbastanza d’accordo.
In Puglia vi sono due soli quotidiani leader territoriali: uno è di Bari (“La Gazzetta del Mezzogiorno”, certamente il più autorevole) e vende 23.000 copie tra Puglia e Basilicata (nel 2002, però, vendeva 61.000 copie…); l’altro è di Lecce (il “Nuovo Quotidiano di Puglia”) e vende 13.000 copie tra Lecce, Brindisi e Taranto, perché solo lì è diffuso.

giovedì 7 settembre 2017

Foggia, un pubblico da serie A

Se la classifica fosse determinata dal numero degli spettatori, il Foggia sarebbe in zona promozione o quasi. Dopo i primi due turni del torneo cadetto, ogni squadra ha giocato almeno una partita in casa ed perciò è possibile fare un po’ di conti.
Secondo i dati pubblicati dal sito specializzato in statistiche calcistiche, transfermarkt.it, sono stati 11.906 gli spettatori paganti che hanno assistito alla partita casalinga con l’Entella, dato che colloca per il momento il Foggia al terzo posto della graduatoria, che vede in vetta il Bari (17.950 spettatori) e al secondo, piuttosto staccato, il Pescara, con 12.672 spettatori.
Il pubblico che sostiene i satanelli è più ampio di quello di squadre più blasonate, come il Palermo, i cui tifosi non hanno evidentemente ancora smaltito la delusione per la retrocessione. I rosanero sono all’8° posto con appena 6.769 tifosi sugli spalti, ma il Foggia fa meglio anche del Parma, sesto con 11.387 spettatori.
Con la sola eccezione del Pescara, che non ha perduto l’appoggio dei tifosi, le retrocessioni sembrano provocare una pesante disaffezione da parte del pubblico. Succede ad Empoli (16° posto con 4.445 spettatori) e in piazze che hanno militato in seria A soltanto due stagioni fa, come il Carpi, terzultimo con 2.187 paganti, e il Frosinone, malinconicamente ultimo con soli 912 spettatori.
Nelle prime due giornate, gli spettatori sono stati in tutto 151.595, con una media partita pari a 6.890.
Il Foggia si colloca quindi nettamente al di sopra della media. Buona la performance rossonera anche considerando il parametro della percentuale di utilizzazione dell’impianto. In cima c’è la Cremonese, i cui 6.663 paganti hanno riempito all’89% lo stadio Giovanni Zini, che ha una capienza di 7.490. Gli 11.906 presenti sulle tribune foggiane hanno invece riempito lo Zaccheria (capacità 25.085) soltanto al 47.5%, percentuale che colloca il Foggia al settimo posto della classifica.

Riccardo Bacchelli racconta Lucera, Federico II, l'eccidio dei saraceni

Nella primavera del 1929 Riccardo Bacchelli visitò Lucera, verosimilmente nell’ambito del tour dauno organizzatogli dal suo giornale, La Stampa di Torino, soprattutto allo scopo di far conoscere ai suoi lettori il Gargano, allora molto poco noto, e Padre Pio da Pietrelcina, la cui fama cominciava a spargersi in tutta Italia.
Del suo viaggio nella Montagna del Sole, l’autore de Il mulino del Po lasciò incantevoli reportage, pubblicati dal quotidiano torinese nel mese di marzo di quell’anno.
L’articolo su Lucera uscì più tardi, il 18 giugno, e possiede un taglio molto diverso da quelli garganici. Se in questi prevale l’approccio dell’inviato speciale, il pezzo sulla cittadina aveva è ricco di divagazioni in cui l’autore, partendo dal passato riflette sul presente, ed esprime la sua opinione su diversi aspetti del costume dell’epoca: dal “buonismo”, alle guerre di religione, al modo di interpretare la storia.
Un pezzo da manuale di giornalismo, che offre una lettura inedita, profonda e divertente di Lucera, ancora pervasa da insofferenze acute verso il mondo islamico (ed anche in questo senso il pezzo è attualissimo) e verso lo stesso Federico II, che della sua storia è stata magna pars
Se volete rileggere i pezzi garganici di Bacchelli, trovate i relativi collegamenti alla fine dell’articolo.
Le note che si riferiscono ai personaggi citati dall'autore, sono mie.
Le immagini che illustrano il post sono tratte da immagini d’epoca, originariamente in bianco e nero, colorizzate attraverso un algoritmo di intelligenza artificiale che applica la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification). Se siete interessati a ricevere le foto colorizzate in alta risoluzione, fatemelo sapere commentando il posto. Buona lettura.
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Si entra in Lucera da una porta militare, per una strada rustica e in pendio, e naturalmente si ha la testa piena dei saraceni e del secondo Federico. Dei saraceni ch'egli trasportò a Lucera dalla Sicilia rimangono soltanto il ricordo e certi orridi ceffi moreschi, che furon messi a far da capitelli e da ornati sugli stipiti e negli angoli, per far paura ai ragazzi, diresti, e per commemorare le giornate in cui di teste vere s’addobbarono i muri della città. E anche di lui, dell'imperatore scomunicato, il martello della Chiesa Romana, “luxuriosus epicureus”, rimane poco. Il castello dominatore di una delle più belle vedute di Puglia, fra gli Appennini e il Gargano sulla gran distesa del Tavoliere, è in buona parte rifatto dagli Angioini, è una solatia rovina, dove intorno brucano le pecore sotto la guardia del vigile sonno dei cani da pastore, e dove solo della Torre della Regina resta tanto da risuscitare nella fantasia le eleganze architettoniche che l'abbellirono. E il vento primaverile, che stormisce nelle feritoie e nelle breccie del fiero recinto, par che dia al sole schietto la melanconia dell'ala del tempo, lieve cosa senza rimedio. 
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