venerdì 6 gennaio 2017

Castrignano: "Per il risveglio della Capitanata, serve mettersi in gioco"

Protagonista dei più significativi processi che hanno riguardato la Capitanata negli ultimi decenni, dalla stagione della concertazione a quella della pianificazione strategica, prima quale segretario provinciale della Cgil, quindi quale "mente" della programmazione della Provincia, Salvatore Castrignano, è un caro amico oltre che compagno di tante battaglie.
Ho sempre apprezzato di lui, oltre che la sua profonda passione civile e la sua grande capacità analitica, un innato ottimismo, che nei momenti difficili del nostro comune impegno professionale nei servizi pubblici del lavoro, si è rivelato un ottimo antidoto allo scoraggiamento.
La nota che segue conserva intatte la lucidità e la passione di cui ho detto. Ma mi sembra che l'ottimismo vacilli. Castrignano punta il dito verso la politica, e non gli si può dare torto, anzi sarebbe il caso di approfondire la riflessione sulle conseguenze che la leggerezza di certa classe dirigente ha provocato sulle potenzialità frustrate della Capitanata. Non già per intentare processi a chicchessia ma piuttosto per mettere in campo azioni - prima dei partiti e oltre i partiti - che possano rigenerare la politica.
La conclusione cui Castrignano approda è che il momento della riflessione e della elaborazione non possono essere sufficienti in se stessi (sono d'accordo: il rischio dell'autoreferenzialità sta dietro l'angolo), e che bisogna in qualche modo passare ai fatti. Siamo, forse, già al punto di rottura cercato ed invocato dal mio amico Salvatore.
È questo, del resto, l'appello che sale da più parti nell'intenso dibattito che si sta sviluppando su Lettere Meridiane in queste settimane. Passare ai fatti.
E allora? Allora io ci sto. È giunto il momento - come s'usa dire - di tirare le fila.
Chi altri accoglie l'invito? Cari amici e lettori di Lettere Meridiane, a voi la parola. (G.I.)
* * *
Confesso che da qualche tempo la mia attenzione sulla comunicazione dei buoni propositi e delle potenzialità che riguardano la Capitanata è in crisi. Tuttavia resta inalterata la determinazione per favorire e costruire il necessario cambiamento.
È positivo e mi piace che menti di tutto rispetto riprendano e articolino progetti strategici e metodi innovativi capaci di rilanciare lo sviluppo ed il protagonismo del nostro territorio e trovo preziosi i contributi che da mesi vengono proposti ripetutamente, molti purtroppo solo sui social o, al meglio, sui quotidiani a diffusione territoriale.
Tra gli altri, ho letto ed ho seguito gli spunti offerti da Franco Antonucci sull’Urban Center e sulla necessità di aprire all’esterno le azioni per lo sviluppo della Capitanata,  le sollecitazioni di Franco Granata ad impiegare al meglio le risorse e le progettualità attive, gli input di Michele Lauriola sulle poliedriche potenzialità dello Spazio Capitanata,  i richiami e gli aggiornamenti di Giovanni Dello Iacovo sull’impianto infrastrutturale generato dalla elaborazione del Piano Strategico Capitanata 2020, le analisi e i report di Piero Paciello Direttore dell’Attacco che valorizzano le buone pratiche e le energie innovative del nostro territorio, gli appelli del Direttore della Gazzetta di Capitanata Filippo Santigliano a fare sistema sui fattori chiave del lavoro e della qualità del territorio, le inconfutabili osservazioni di Geppe Inserra mirate a cambiare verso alla penalizzazione della Capitanata da parte dei decisori regionali e nazionali.
L’idea che mi sono fatta, però,  è che,  al punto in cui siamo, alla Capitanata serva prioritariamente altro.

Un amico studioso di politiche economiche, Vincenzo Santandrea, tempo fa, a fronte di un rebus divenuto ormai indecifrabile in riferimento alle sorti del porto industriale di Manfredonia, piuttosto che continuare nella ricerca di soluzioni gestionali che, partendo dall’effettivo utilizzo dei nastri trasportatori, ci facevano guardare alternativamente agli operatori del luogo (ex Compagnia Portuale ovvero altri imprenditori di settore), alla Camera di Commercio, agli Enti locali, ecc., senza riuscire dopo oltre 20 anni dalla sua costruzione a trovare la quadra, mi disse che occorreva agire su un  punto di rottura con tutto il passato.  
Arrivammo così all’ipotesi (circa 13 anni orsono) del “Comprensorio portuale del Levante”, ovvero all’idea di bypassare l’assillo dei nastri e svoltare dal campanile all’integrazione tra più territori e porti. Un percorso che seguimmo, che fu infaustamente osteggiato ed interrotto dai rigurgiti del peggiore clientelismo politico, che oggi è ripreso -dopo però numerosi anni e danni-  in forza di leggi che obbligano i porti ad aggregarsi…  Questa ovviamente è una storia a sé. Ma mi serviva per richiamare il concetto del punto di rottura.
Insomma, se un processo economico/sociale involve e declina da vent’anni, come sta avvenendo in Capitanata, nonostante le risorse della programmazione negoziata con il Contratto d’Area ed i 6 Patti Territoriali, nonostante il Piano Strategico di Capitanata 2020, i Piani Integrati e quelli Settoriali, il riconoscimento della leadership nei distretti regionali agricolo, turistico, lapideo, allora è probabile che ci si debba porre dubbi, domande e strategie che vadano oltre le risorse e le programmazioni note.
Declinare con coerenza progettualità e connessioni è cosa indispensabile per un territorio, sia chiaro!  Ne sono fermamente convinto, l’ho fatto per lungo tempo, non solo per funzioni rivestite nel Sindacato, ma anche dalle sponde di un costante impegno sociale libero e complementare agli stakeholders riconosciuti.  Realizzare e aggiornare la programmazione è altrettanto importante.  In questa attività andrebbero considerate e valorizzate (e non certo in termini economici) competenze e memorie indispensabili a mantenere il senso e la visione delle cose da farsi per la rinascita della Capitanata.
La verità è che ormai tutti sappiamo dell’inconsistenza complessiva dalla classe politica e di quella che dirige i centri nevralgici economici e sociali delle comunità di Capitanata. Una élite che da vent’anni è sempre la stessa o risponde a immutati obiettivi, modi di agire e interessi personali e particolari.
È un giudizio estremamente tranciante? Forse, me lo augurerei. È sicuramente un allarme ed una considerazione inevitabile, fatta da chi, libero da sudditanze e interessi che non fossero generali,  ha continuamente cercato di concorrere a costruire una Capitanata migliore, in contesti e su opportunità ampiamente condivisi, senza mai inseguire e anzi rifiutandosi di ragionare per convenienze di carriera.
La pochezza e l’inadeguatezza sono del tutto evidenti in chi da troppo tempo rappresenta politicamente, istituzionalmente, socialmente questa nostra terra. Ecco il punto di rottura che io vedo necessario e prioritario. Forse non è l’unico. Forse insieme o subito dopo agisce un fattore di poco dinamismo del nostro modello imprenditoriale.
Quindi, oltre alla elaborazione, serve mettersi in gioco.
Serve unire in luoghi non virtuali ma fisici e in modo costante le persone di buona volontà, che amano la Capitanata, che condividono le principali azioni per il suo risveglio, prima tra tutte quelle di formare e promuovere antagonismi costruttivi e protagonismi di nuove energie e di giovani, persone che premettano di volerlo fare liberamente e senza velleità uncinanti, che sono proprio ciò che della politica va combattuto.
Serve mettere insieme persone degne che, al di là dell’iniziale consenso potenziale esterno, facendo “scuola sociale” di futuro, possano indicare ed essere insieme esse stesse i riferimenti del rinnovamento e del rilancio di una nuova Capitanata. Nuova Associazione? Nuovo Gruppo? Nuovo Partito o Nuovo Movimento Civico? Nuovo Giornale? Tutto ciò, parte di ciò o niente di ciò, ma intanto persone -ed io ci sarei volentieri- che decidono di dedicarvisi, di fare insieme un tratto di strada avvertendolo come utile al riscatto della propria terra e come compimento coerente di una missione sociale che oggi nei termini auspicati risulta assente.    
 Ma anche questo mio ragionamento, posso immaginarlo, passerà per sfogo e cadrà nell’abisso dei sogni irrealizzati, ….chissà! Almeno, in attesa e con l’auspicio di individuare il punto di rottura per risvegliare la Capitanata, avrò momentaneamente interrotto il mio silenzio.

Salvatore Castrignano, già Segretario provinciale CGIL, Coordinatore Associazione Lavoro&Welfare  Capitanata

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