domenica 15 gennaio 2017

Cinemadessai | Il lavoro secondo Loach, tra globalizzazione e flessibilità

OGGI
Quando in tv passa Ken Loach, non ci sono discussioni. Bisogna vederlo. È il regista che prediligo, quello che ad ogni pellicola riesce a coniugare cinema e denuncia. Per l’autore britannico, la settima arte non è narrazione supina della realtà. È problematizzazione di quel che ci circonda. La narrazione produce quindi cercata ruvidezza, individuazione delle possibile strade di cambiamento o denuncia e basta.
In questo mondo libero..., il film che RaiStoria mette in onda domani sera alle 21.10 (tenetelo a mente, e spendete bene la vostra serata festiva), è particolarmente emblematico della sua ultima cinematografia, che riflette sui limiti del capitalismo e sui guasti della globalizzazione.
Venne presentato a Venezia nel 2007. Manco a dirlo, non ottenne particolare successo nella successiva distribuzione in sala.
Angie (Kierston Wareing) è ambiziosa, spigliata ed è soprattutto nel fiore degli anni. Dopo una vita disordinata alle spalle, sente di avere qualcosa da dimostrare e apre un’agenzia di lavoro interinale assieme a Rose (Juliet Ellis), una ragazza con la quale condivide l’appartamento, ritrovandosi a lavorare in una zona degradata tra criminalità, uffici di collocamento e immigrati da collocare. Coproduzione italo, inglese, tedesca e spagnola, il film di Keon Loach mette in discussione, facendo da contrappunto, il miracolo anglosassone del lavoro flessibile, della globalizzazione, dei doppi turni e della moltitudine di consumatori incommensurabilmente felici: noi.
Loach - ha scritto sull’opera FilmTv - non giudica Angie, così amabile e spietata, ma il sistema in cui prospera. Infine In questo mondo libero... è anche un racconto di formazione che apre uno spiraglio sull'avvenire. Musica funzionale di George Fenton, basata sulla viola e il sax.
Importante. Da vedere assolutamente.
DOMANI
Secondo capitolo della trilogia del dollaro di Sergio Leone, Per qualche dollaro in più (domani sera su Rai Movie, alle 21.20) uscì nel 1965, ovvero soltanto un anno dopo Per un pugno di dollari.
Il successo procurato a Leone dalla trasposizione western de La sfida del samurai (Yojimbo) di Kurosawa (com’è noto, il regista giapponese non ne era stato messo al corrente…) era stato incredibile. Per dire, la grana che si andava profilando con Kurosawa era stata risolta concedendo all’autore nipponico i diritti di distribuzione del film di Leone sui mercati orientali.
Kurosawa aveva accettato, guadagnando grazie a quella sola operazione più di quanto non sia riuscito a fare con tutte la sua filmografia…
Bisognava battere il ferro quando era ancora caldo. Squadra che vince non si cambia, così Leone ripropone Clint Eastwood e naturalmente per la colonna sonora Ennio Morricone. In più ci sono Gian Maria Volonté e Lee Van Cleef, da segnalare la comparsata di Klaus Kinski, gobbo e nevrotico.
La pellicola narra le gesta di uno spietato e paranoico bandito, El Indio (Gian Maria Volonté) inseguito da due cacciatori di taglie: Il monco (così definito per l’abitudine di servirsi solo della mano sinistra, in modo da lasciare la destra sempre libera di sparare (Clint Eastwood), e il Colonnello Douglas Mortimer (Lee Van Cleef).
I due sono costretti ad allearsi per affrontare l’Indio, ma fin dall'inizio, la sensazione è che le motivazione che spingono a colonnello a dargli la caccia non siano soltanto economiche.
Il duello finale resta tra le migliori cose del cinema di Sergio Leone, e tra i migliori duelli del western in assoluto.
Il film bissò il successo di Per un pugno di dollari, ottenendo al box office cifre da capogiro. Incommensurabile.

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