domenica 1 gennaio 2017

Cinemadessai | Quando il cinema diventa proverbio: La Dolce Vita di Fellini

Per capire cosa fosse il cinema italiano all’inizio degli anni Sessanta, basti ricordare questo: al Festival di Cannes del 1960, Federico Fellini conquistò la Palma d’oro con La dolce vita, mentre Michelangelo Antonioni ottenne il premio della critica con L’Avventura.
Se il neorealismo aveva raccontato la miseria e la distruzione anche morale provocate dalla guerra, nasceva una nuova grandissima generazione di autori che riflettevano sull’ormai incombente boom economico e sui suoi limiti.
È difficile dire qualcosa che non sia già stato detto a proposito de La dolce vita:  un classico a tutti gli effetti, dal titolo, divenuto ormai proverbiale, alla celeberrima inquadratura della fontana di Trevi, nota quanto La Gioconda, alla mitica colonna sonora di Nino Rota, è probabilmente l’opera più citata del cinema italiana, e non è un caso che Sorrentino con La grande bellezza, che è a suo modo un remake del capolavoro felliniano, abbia vinto l’Oscar (che La Dolce Vita conquistò soltanto per i costumi in bianco e nero).
Articolato in una serie di episodi tra di loro intrecciati, il film ruota attorna al personaggio di Marcello (Marcello Mastroianni), giornalista cinico e disincantato, che vorrebbe diventare scrittore. Nel cast,  Anita Ekberg, Anouk Aimée, Yvonne Furneaux, Magali Noël, Laura Betti, Enzo Cerusico, Adriano Celentano.
È certo un irripetibile esempio di come si possa racconta una città, un’epoca, un’atmosfera rinunciando alla linearità temporale, attraverso pura poesia, sospesa tra testo, immagine e musica. Eccezionale. Su Iris, stasera, alle 21.00.
DOMANI
Credete nella cineterapia? Io sì. Non mi riferisco solo alla branca della psicologia che teorizza che “in determinati momenti dolorosi e tristi per noi, vedere un film che rappresenta una situazione in qualche maniera simile a quella del nostro disagio può esserci in qualche modo d’aiuto.”

Mi riferisco all’esperienza che penso tutti noi, cinefili o meno, abbiamo fatto, per la quale vedere certi film ci fa stare meglio, ci induce al sorriso. Bene, il mio film, in questo senso, è Il matrimonio del mio migliore amico (USA 1997, per la regia di P.J. Hogan), in onda domani sera alle 21.30, su LA 7D.
Non saprei dirvi il motivo, ma ogni volta che lo vedo, e soprattutto se l’umore non è il migliore, poi sto meglio. Julia Roberts e Cameron Diaz sono bravissime nei rispettivi personaggi. Ma chi illumina la scena e la ruba, ogni volta che c’è è Rupert Everett. Straordinario, autoironico quel che basta a farci capire che la vita non va mai presa troppo sul serio, e che anche ai problemi più difficili, come il tuo amico di cui sei innamorata e che si sposa con un’altra, può esserci una soluzione.
Il coretto degli ospiti del pranzo di nozze che intonano - innescati da Everett - I say a little prayer for you, vale da solo il prezzo del biglietto. Julia Roberts nella sequenza finale è stellare.
Film solare, terapeutico. Un sorriso infinito.

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