lunedì 1 maggio 2017

La Madonna e il Bosco dell'Incoronata, crocevia di fede, tradizione e natura (di Francesco Gentile)

Pubblichiamo la terza ed ultima puntata dell'opuscolo di Francesco Gentile sulla Madonna ed il Santuario dell'Incoronata. Gentile racconta con immagini vivide le tradizioni che accompagnano la festa e, in particolare, la Vestizione della Vergine (come si usava all'epoca in cui l'autore scriveva, il 1930), e la Cavalcata degli Angeli. L'ultima parte è dedicata al Bosco dell'Incoronata ed alla sue vicende. Una lettura tanto interessante, quanto struggente  perché dà l'idea esatta del grande tesoro naturalistico che era rappresentato dal Bosco prima che il Tavoliere venisse destinato all'agricoltura. Al termine dell'articolo, trovate il collegamento per scaricare l'immagine che apre il post, in alta risoluzione, nonché i collegamenti alle prime puntate del bel libretto di Gentile, pubblicato per iniziativa dell'Ente Provinciale per il Turismo.
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Il Santuario si apre al culto dei fedeli l’ultimo sabato di aprile, e si chiude la prima domenica di giugno. Speciali feste e cerimonie danno la solennità a tali date. Più caratteristiche sono quelle che precedono l’apertura, e cioè: la vestizione della Madonna e la cavalcata degli angeli. La prima si compie, con profondo sentimento religioso, nella giornata del mercoledì. Una pia dama ha l’incarico di vestire e di adornare la statua dei ricchi indumenti, e degli oggetti preziosi. Assistono le suore della carità, che prestano servizio all’Ospedale Civile di Foggia, e presenziano gli amministratori del detto Ospedale, anche nella qualità di amministratori del Santuario. Egualmente si compie la cerimonia del mercoledì che precede la prima domenica di giugno, allorché la Sacra Immagine viene spogliata per essere coperta da altra veste; e quei ricchi indumenti, insieme ai preziosi doni che costituiscono il tesoro della chiesa, sono trasportati a Foggia e custoditi dalle suore dell’Ospedale.
La cavalcata degli angeli è una graziosa festa, che si svolge alla vigilia dell’apertura, con largo intervento di popolo. Vi partecipano rappresentanze di diversi Comuni, non solo della Daunia, ma anche di Terra di Bari e della Basilicata.

E formata da uno speciale corteo, in doppia fila, di cavalli superbamente bardati, coperti da ricchi drappi ed ornati di penne policrome. Sono essi montati da bimbi vestiti da angeli: alcuni si danno l’aria di santi guerrieri, con la spada in alto; altri si compongono ad un atteggiamento di preghiera; tutti ricevono dolci incitamenti dai genitori, i quali procedono a piedi, di fianco agli animali. Chiude il corteo dei minuscoli cavalieri una specie di retroguardia, costituita da cavalieri anziani, in abbigliamento meno sfarzoso. La cavalcata, così ordinata, compie lentamente i rituali tre giri intorno al Santuario, tra l’ammirazione e la commozione degli astanti.
Non si conoscono l’origine ed il significato di tale cerimonia. Forse trattasi di un lontano ricordo dei tempi del Medioevo, allorché i cavalieri a servizio dei magnanimi signori che dominavano queste contrade, convenivano in brillanti coorti al bosco dell’Incoronata, attratti più dalla devozione verso la Madonna, che dal diletto della caccia; o forse quei bimbi, nel loro abbigliamento di santi guerrieri, sono l’immagine terrena dell’Arcangelo San Michele, il cui culto, al pari di quello per la Vergine Incoronata, ha radici e tradizioni antichissime nelle genti della Puglia e delle regioni confinanti. Ma, a parte la funzione con reminiscenze religioso-guerresche, non possiamo fare a meno di riconoscere che quei bimbi, col loro atto, rappresentano l’offerta trionfale dell’innocenza e della purità alla Vergine Maria.
Hanno luogo ogni anno nel periodo accennato, e sono davvero imponenti per numero di persone e per fervore mistico.
In questo torno di tempo, nella pianura di Capitanata, si ha l’impressione d’incontrarsi giornalmente con compagnie di salmodianti o crociati del Medioevo. Vengono queste turbe, anche a piedi, da terre lontane, e non solo dai monti della Daunia e dai pianori di Puglia, ma pure dagli Abruzzi, dall’Irpinia, dalla Lucania. La fede anima costoro nell’andare faticoso e nei disagi dei lunghi viaggi.
I pellegrini giungono al Santuario, come ad una mèta, preceduti da un crocifero e recitando litanie. Quelli del sub-Appennino hanno la consuetudine di compiere il viaggio su carri sormontati da una tenda a guisa di «capanna». Tutti, prima di entrare in chiesa, girano per tre volte intorno l’edifizio, cantando lodi a Maria SS. sotto il triplice aspetto di Figlia, Madre e Sposa della SS. Trinità, quale Regina delle tre angeliche gerarchie, ed in memoria del prodigioso splendore che per tre volte apparve al conte normanno, inventore della Sacra Immagine adornata d’una triplice corona. Salgono i gradini della cappella superiore, per una sola volta, recitando l’Ave, in memoria di quando Maria ascese al Tempio per presentare al Signore, giusta la legge, il Bambino Gesù; essi si danno anche alle più divote cantilene, come per imitare il canto degli Israeliti per la vittoria riportata sugli Egiziani idolatri, o per simboleggiare il coro dei Leviti che sostenevano l’Arca coi più dolci suoni, essendo Maria la vera Arca del Nuovo Testamento.
Entrando nella chiesa, si ha l’impressione di una folla che si agita, stipata, come un mare in tempesta: alte voci di preghiera, grida, pianti, lamenti; e, poi, un affannarsi, un sospirare, un pigiarsi, un grondar di sudore, che fanno ansimare. Scene impressionanti si ripetono frequentemente. Coloro che «hanno fatto il voto», entrano nel tempio scalzi; altri vi giungono carponi, strisciando sul pavimento la lingua insanguinata; altri, ancora, vi accedono percotendosi il petto e levando clamori di pianto. In fondo, nella parte inferiore, e propriamente entro il sacello, ove è attaccato un quadro della Vergine, le scene si rendono addirittura emozionanti. Si vedono persone affette da gravi infermità, che quivi si son fatte trascinare per ottenere il miracolo della guarigione, o la grazia della santa morte, come fine alle insopportabili sofferenze. Si scorgono dei sordomuti che, in ginocchio, aspettano il prodigio della favella. Quanta profondità di dolore si manifesta da quegli occhi luccicanti, sbarrati, fissi, come impietriti dall’angoscia, verso l’Immagine, nell’attesa ansiosa! Vi sono donzelle, tormentate dai mali d’amore, che vengono a chiedere alla Madonna lo scioglimento dalle «infami catene». Si notano ciechi nati, che non mai gustarono la dolcezza delle sembianze materne e delle meraviglie del creato, e che quivi si son fatti condurre nella speranza di ottenere la liberazione dalla notte eterna nella quale furono fatalmente inabissati. E vi sono madri disperate, che han portato i figliuoli deformi, e che, con alte grida, li sbattono contro il quadro, in selvaggia offerta di morte o di vita sana!
Usciamo, usciamo all’aperto, ché il respiro vien meno e la vista di tante sofferenze ci dà lo strazio nel cuore! Oh la poesia del verde cupo e del cielo sereno! Il bosco canta, s’agita, freme, non per una folla dolorante ed implorante, ma per comitive gaie di gitanti, per crocchi dagl’indumenti caratteristici: una folla pittoresca, insomma, in una ridda di colori e di costumi pittoreschi. Molti si accalcano nel vestibolo del Santuario per comprare le immagini, gli amuleti, i bastoni col ramo di pino; altri si sporgono presso le baracche site lì d’accanto, per fare acquisti di oggetti d’uso comune e di giocattoli, e per fornirsi di «specialità» atte ai bisogni del palato, quali: «copeta», «andrite», «cedri», «castagne» e dolciumi vari. Di sotto agli alberi, poi, sull’erba folta, tra gli effluvi della primavera in fiore, si mangia in modo non sempre frugale, si beve in misura non sempre moderata, e si balla la tradizionale «tarantella» al suono di «mandolini», di «organetti», di «chitarre battenti», di «armoniche da bocca». Ma, di qua e di là, tra un ramo e l’altro, in senso furtivo, o più o meno palese, sguardi languidi s’incrociano, e scenette sentimentali si svolgono. Così, la rozza poesia del verde, si fonde con la dolce poesia d’amore.
Nei tempi antichi, quando la mania della distruzione delle piante non aveva invaso l’uomo - di per sé distruttore -, il bosco dell’Incoronata era assai vasto, e si congiungeva con quelli di Orsara, Troia, Montaguto e Bovino. In origine, era quasi per intero un luogo di macchie folte e selvatiche. Federico II lo fece arricchire con una estesa piantagione di querce e di olmi. Nei primi anni dell’800 conteneva 24.000 alberi. I siti innanzi detti, fecondi di selvaggine, erano riservati alla caccia dei re e dei feudatari; e si sa che nell’epoca cui ci riferiamo, la caccia era esclusivo privilegio di sì alti personaggi, donde il diritto della «caccia riservata», che sussiste tuttora per molte grandi tenute.
Lo svevo Federico II, che aveva un imperiale palazzo a Foggia ed un forte castello a Lucera, con vera passione si dava alla caccia nella zona del Tavoliere ed alle falde del Gargano. Nel 1247 non poche volte attese a tale diletto nel bosco dell’Incoronata; e, spesso, in quei preferiti ozi campestri, firmava i decreti del suo regno. Nel 1254 il figlio Manfredi, fra le magnifiche e pompose feste che celebrò per la sua incoronazione, vi organizzò una grande partita di caccia col concorso di circa 1.500 persone e col risultato di una considerevole distruzione di selvaggine. Tale diletto, egualmente con copiosi frutti, egli volle ripetere due anni dopo, allorché venne a Foggia, da Napoli, con un codazzo di gentiluomini.
I capi delle dinastie al trono di Napoli ebbero sempre cura di visitare il Santuario ed il bosco dell’Incoronata; e, insieme ai lauti pranzi, consumati all’ombra degli alberi, amarono svolgere emozionanti esercitazioni di caccia. Così fecero Carlo I e Carlo II d’Angiò ed Alfonso I ed Alfonso II d’Aragona. Per un certo tempo, si ebbe ivi una straordinaria abbondanza di cervi. E ricordato l’episodio di Ferdinando I d’Aragona, il quale, marciando contro l’esercito angioino da Monte Sant’Angelo a Canosa, ritenne, per un nembo di polvere innalzatosi nel bosco, di avere di fronte i nemici, mentre ciò era avvenuto pel correre dei cervi, oltremodo cresciuti di numero. Alfonso II da Barletta dispose una imponente partita di caccia, facendo cingere il bosco con le reti delle pecore; e la caccia fu così copiosa che, oltre alla selvaggina distribuita ai seguaci, furono mandati 400 cervi a salare a Trani ed a Barletta.
L’importanza del bosco, dal lato prettamente storico, è assai limitata: essa rimonta all’epoca di Federico II, il quale, dopo aver curato la razionale trasformazione della selva, si costituì intorno all’Incoronata la più bella ed ampia proprietà allodiale. Molte lettere egli scrisse nell’anno 1240 da Coronata, dove teneva pure gli armenti e gli animali per uso di famiglia.
II bosco fu anche chiamato Palmola o Palmarola, e cominciò a subire tagli con la guerra che Manfredi sostenne contro il papa: in tale circostanza, l’esercito papale in Foggia si fortificò e costruì ripari, appunto col tagliare il bosco di Palmola. La progressiva, parziale distruzione pare che abbia influito sull’insalubrità dell’aria fin dal tempo di Alfonso I d’Aragona, giacché il re si ammalò a Foggia e dovè far ritorno a Napoli. Rammenteremo, in ultimo, che, a seguito della istituzione della «Dogana» ad opera degli Aragonesi, l’Incoronata divenne, pei pretendenti al trono di Napoli, teatro di continue guerre pel possesso di quella Dogana, che rappresentava il maggior cespite delle entrate del regno. Quanto alla caccia reale, diremo che essa si chiuse con Carlo III di Borbone nel 1759.
E qui poniamo fine alla narrazione. Ci auguriamo che questo nostro lavoro riesca a soddisfare la curiosità di quanti visitano il Santuario dell’Incoronata, senza conoscere appieno le tradizioni e la storia del pio luogo: tradizioni e storia che, attraverso i secoli, sono mantenute vive e suggellate dalla più bella delle virtù: la fede.
Francesco Gentile
(3.fine)

Le puntate precedenti


Per approfondire:


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