giovedì 31 agosto 2017

Ricostruire il palazzo imperiale di Federico II, Cataleta spiega il senso del progetto

Giovanni Cataleta, promotore della idea di ricostruire il palazzo regale foggiano di Federico II, affidandone a Edoardo Tresoldi la realizzazione, chiarisce il senso del progetto in una intervista pubblicata sulla Gazzetta di Capitanata.
Sostenuto dalla petizione on line promossa da Lettere Meridiane (se non avete ancora aderito, fatelo accedendo a questa pagina web), il sogno che vorrebbe far rivivere il mitico palazzo imperiale ha trovato fino ad oggi circa 1.500 adesioni, a testimonianza del diffuso interesse di foggiani e non.
La raccolta di firme è indirizzata a Edoardo Tresoldi, l'artista milanese che ha realizzato a Siponto la suggestiva ricostruzione della bellissima Basilica paleocristiana risalente al XII secolo e "duplicata" in rete metallica.
"Abbiamo proposto all’artista Tresoldi - spiega il giornalista e scrittore Cataleta - la ricostruzione del Palazzo Imperiale di Federico II nell’intento di restituire a Foggia la sua identità, di cui appunto il sovrano svevo è tanta parte. Sono due le location individuate per realizzare l’opera: per uno dei due siti sarebbero necessari interventi di esproprio mentre per l’altro, già di proprietà comunale, il percorso sarebbe più agevole".
La Gazzetta rileva che “le firme per la petizione e le manifestazioni d’interesse sono arrivate da ogni parte d’Italia ed anche dall’estero, in particolare dalla Germania (non a caso, uno dei Paesi di cui Federico II fu re). Da parte dei tedeschi c’è qualcosa di più concreto, che al momento non viene anticipato.
Per realizzare il sogno dei promotori del progetto e dei tanti sostenitori che hanno firmato la petizione - conclude il quotidiano - è necessario mettere in campo una straordinaria operazione di sinergia pubblico-privato con le istituzioni locali, in prima linea il Comune di Foggia.
Qui sotto il link per sottoscrivere la petizione:

https://www.change.org/p/edoardo-tresoldi-ridare-vita-al-palazzo-imperiale-di-federico-ii-a-foggia

Foggia condannata a un eterno zero a zero (di Maurizio De Tullio)

Maurizio De Tullio replica ad Alberto Mangano, che aveva a sua volta risposto alle perplessità di De Tullio sul monumento ai caduti della tragica estate del 1943 che dovrebbe sorgere sul piazzale della stazione. L'amico Maurizio ribatte anche alle mie osservazioni circa il "riduzionismo" che affligge taluni strani dell'opinione pubblica foggiana. Al termine dell'intervento la mia risposta.
Chi volesse rileggere le "puntate precedenti", le trova qui:

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Senza voler tediare i lettori, mi vedo coinvolto in un imprevisto dibattito a tre voci che, spero, farà chiarezza su molte cose, il più delle volte male interpretate. Sulle osservazioni fatte alcuni giorni fa da Geppe Inserra, circa la libertà di espressione e opinione sul web, risponderò in un separato intervento con maggiore accuratezza contenutistica.
E veniamo alle sei risposte in relazione a quanto sollevato da Mangano circa la polemica sulla realizzazione del Monumento per i Caduti dell’estate 1943, a cominciare dalle questioni di gusto: se permetti, Alberto, tocca a me usare certi termini per indicare qualcosa che trovo di pessimo gusto, visto che quest’ultimo è qualcosa di personale.
Non ho nulla di personale col Prof. Biasci (abbiamo anche lo stesso titolo di studio: diploma di Maturità Artistica!) ma dalla sua Biografia rilevo che il 90% dell’attività di questo “artista di fama internazionale” è stata svolta nella sua regione (la Toscana). L’atleta foggiano Felice Infante ha partecipato a decine di maratone in tutto il mondo, ma basta questo per dire che Infante è un maratoneta di livello internazionale?

La questione meridionale? Sta dentro di noi (di Teresa Silvestris)

Già autrice di commenti che hanno innescato discussioni e riflessioni feconde, Teresa Silvestris torna sulla questione meridionale, con una nota ragionata e ricca di ulteriori stimoli. Teresa mette il dito nella piaga, o, più precisamente, nell'altra faccia della questione meridionale, quella che chiama in causa direttamente la classe dirigente meridionale e le sue responsabilità, la sua (problematica) capacità di governare positivamente i processi di sviluppo del territorio, senza della quale - visto anche il persistente contesto di divario che penalizza il Sud - si è fatalmente condannati al sottosviluppo.
Un contributo apprezzabile, anche per il tono accorato, che tradisce una reale volontà di discussione e di partecipazione. Ringrazio sentitamente l'autrice. (g.i.)
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Gentilissimo Direttore,
in questi giorni ho seguito con molto interesse il dibattito sorto su Lettere Meridiane in seguito alle riflessioni di Michele Eugenio Di Carlo riguardo ai finanziamenti destinati all’Italia meridionale. Tale dibattito, nel quale ho avuto l’onore di essere coinvolta, è andato in una direzione che mi ha permesso di meditare su ulteriori aspetti della famigerata questione meridionale.
La questione meridionale esiste, certo che esiste. Ne siamo fin troppo consapevoli, contrariamente a quanto immaginato da Di Carlo, e nessuno è qui per tacitare nessuno. Anzi, personalmente credo se ne debba parlare partendo però dalla considerazione che il problema è “interiore” e che se non si deciderà di agire dall’interno nessun finanziamento esterno, neanche miliardario, potrà mai risolverlo.

mercoledì 30 agosto 2017

Video clip inedito e postumo di Giuni Russo. Lo firma il foggiano Carlo Fenizi.

“La vera strada è quella che ci facciamo da noi. Non me ne andrò da dove son venuta. Continuerò per la mia strada. Combatterò senza aver paura. Non voglio andare via, non tornerò come son venuta.” 
La voce di Giuni Russo è calda, potente. Sorprende e avvolge come sempre. Stupisce e commuove l’attualità di questo singolo che è un regalo, tanto stupendo quanto inatteso.
“Non voglio andare via”, inedito e uscito postumo, disponibile da qualche ora su YouTube è un inno alla vita e alla forza delle donne, al coraggio con cui sanno affrontare le difficoltà, un invito a non arrendersi.
Giuni Russo è stata una forza della natura della musica d’autore, e la sua prematura scomparsa ha lasciato un vuoto grande quanto una voragine che però sembra in qualche modo destinato ad attenuare Armstrong, il cd in uscita il prossimo 8 settembre, anticipato dal videoclip di “Non voglio andare via”, ideato e diretto dal regista foggiano Carlo Fenizi (bravo, bravissimo Carlo).

Mangano replica a De Tullio: "Foggia non vuole ricordare"

Il plastico del monumento di Biasci, che dovrebbe sorgere
nel piazzale Vincenzo Russo, all'uscita della Stazione
Alberto Mangano, promotore e responsabile del Comitato "Un monumento a ricordo delle vittime del 43 a Foggia", replica ad alcune considerazioni svolte da Maurizio De Tullio, a margine dell'articolo in cui esprime il suo dissenso rispetto alla proposta di ricostruire il Palazzo Imperiale di Federico II. L'idea era stata lanciata da Giovanni Cataleta, e sostenuta da Lettere Meridiane con una petizione on line. Ecco quanto scrive Mangano.
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Ho letto attentamente quello che ha scritto Maurizio De Tullio circa il monumento alle vittime del 43 e mi sento di dover precisare alcune cose:
1. Il monumento definito di pessimo gusto (bastava dire a me non piace) è stato pensato e progettato da un artista internazionale che abbiamo il piacere di ospitare a Foggia nell'Accademia delle Belle Arti
2. Lo stesso artista Biasci è stato scelto dall'Amministrazione comunale e non dal comitato che mi onoro di rappresentare, comitato che tra l'altro non ha mai dettato misure a nessuno, tanto è vero che i progetti che sono passati al nostro vaglio erano di dimensioni e forgie assai varie.
3. Le spese per la realizzazione di quello che tu definisci un muro che coprirebbe il terminal bus e per ora solo gli orinatoi a cielo aperto non verrebbero mai coperte dal nostro fondo cassa dove le tue 20 euro sono gelosamente custodite.
4. Per fortuna esiste un comitato che forse urla al pari di un fruttaiolo (siamo solo brava gente, niente di più) ma che a tutt'oggi ha portato nelle scuole filmati e racconti sensibilizzando scolaresche sui fatti tragici che coinvolgerebbero (presunti) 5000 foggiani, ha istituito la giornata del 28 maggio per ricordare quei tragici fatti in modo da rivolgersi ad una città più attenta e presente.
5. Il nostro comitato si è offerto di donare tutti i suoi cimeli raccolti per l'allestimento di un museo permanente che gestirebbe in modo assolutamente volontario e spontaneo. Voglio precisarti che noi non siamo pagati per pensare ai bombardamenti ma il nostro tempo, ahi noi, lo rubiamo al nostro lavoro e alle nostre famiglie. Magari fossimo assunti da un ente che ci permettesse di sviluppare i nostri progetti.
6. Le nostre attività al punto 4 e al punto 5 sono realizzate senza toccare assolutamente neanche un centesimo dei tuoi 20 euro
In conclusione, ritenevo che a Foggia bastasse solo chiudere gli occhi e buttarsi in avanti per riuscire a realizzare qualcosa. L'esperienza mi sta dicendo che spesso si resta al palo perché si è sempre sotto osservazione da chi parla dicendo solo di essere contrario e mai a favore, perché si vede il negativo, quello che offusca tutto il positivo che lo accompagna.
Stai sereno, il muro forse non si farà, anzi forse il monumento non si farà, questa città non vuole ricordare ed io penso di aver fatto già troppo per essa. Continuiamo a contare i morti e, quando saremo pronti, se ci saremo ancora, magari ne riparliamo e riusciremo a dare un senso ai tuoi rispettabilissimi 20 euro.
Alberto Mangano

martedì 29 agosto 2017

De Tullio: "Perché non sono d'accordo con il sogno di ricostruire il palazzo di Federico II"

Maurizio De Tullio esprime il suo dissenso rispetto all'idea, lanciata da Giovanni Cataleta, e sostenuta da Lettere Meridiane con una petizione on line, di ricostruire il Palazzo di Federico II, sul modello di quanto è già stato fatto da Edoardo Tresoldi a Siponto, dove l'artista milanese ha fatto rivivere la basilica paleocristiana, con una suggestiva installazione metallica. Ecco quanto scrive De Tullio. Al termine alcune mie considerazioni.
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Come tutti i sogni, anche quello di Gianni Cataleta, cioè di ricostruire a Foggia in fil di metallo il mitico Palatium di Federico II, ha diritto alla divulgazione e ad essere coltivato.
Personalmente, però - e gliel'ho anticipato -, non mi trova molto d'accordo e tantomeno entusiasta, per cui non firmerò, per varie ragioni.
Intanto non mi piace l'idea "di fare come a Siponto". Lì, all'artista-architetto Tresoldi fu commissionato dal MiBact (se non erro) un progetto, coperto da un finanziamento complessivo di 900.000 euro, con cui si è fatto di molto e di più, chi ha visitato tutta l’area lo sa bene.
Lì c'erano tutti gli elementi di base: spazio disponibile, resti di una struttura architettonicamente nota, location suggestiva da valorizzare (come poi si è fatto).
Ma a Foggia?!
E' esistito un Palatium di Federico II? Molto probabile, ma cosa si andrebbe a realizzare? Un progetto (doppiamente) virtuale per assenza di elementi certi. E quale luogo sarebbe deputato ad ospitare l'ipotetica struttura, sempre ammesso che il buon Tresoldi sia disponibile a fare il bis? E chi pagherebbe i costi: i sottoscrittori della petizione on line? E se pure si riuscisse a ricostruire in fil di metallo il Palatium di Federico, quanto resisterebbe alla furia devastatrice degli Unni nostrani?!
Idea suggestiva ma priva di solidi elementi, dunque.

lunedì 28 agosto 2017

San Lorenzo in Carmignano, quanta storia e quanta fede

Devo a Raffaele De Seneen (che assieme a Romeo Brescia ha dedicato alla festa di San Lorenzo un bel post sul FoggiaRacconta) la scoperta di questo interessante articolo di Mario Menduni, comparso sul Corriere di Foggia del 27 gennaio 1949.
Non sono in grado di stabilire la veridicità di tutte le notizie che vi si riportano, ma lo scritto di Menduni rappresenta una preziosa conferma della importanza storica che il sito di San Lorenzo in Carmignano ha avuto nel corso dei secoli.
Mario Menduni è stato un avvocato, giornalista e scrittore di un certo prestigio che ha operato a Foggia nella prima metà del secolo scorso. Autore di alcuni libri importanti sulla storia di Foggia (la cui amministrazione gli ha anche dedicato una strada) racconta a proposito di San Lorenzo di quando vi si svolgeva una festa particolarmente sentita dai bettolai foggiani, rilevando che già dal 1948 si trattava di una tradizione ormai scomparsa.
Menduni conferma anche che proprio presso San Lorenzo sorgeva la Domus Pantani di Federico II (che non è dunque la Masseria Pantano che sorge all'estrema periferia della città), e racconta altri interessanti episodi, come il fatto di sangue che portò alla resa del bandito Nicola Morra.
Potete leggere l'articolo, intitolato Vicende storiche del casale di San Lorenzo in Carminiano, di seguito. Cliccando qui invece potete scaricare il ritaglio, tratto dal Corriere di Foggia. Il disegno che illustra il post è dello stesso Menduni. Buona lettura. (g.i.)
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Chi s'avvia da Foggia per il tratturo San Lorenzo, dopo circa tre miglia, giunge alla masseria omonima attualmente appoderata dall’O. N. C.
Al centro di essa esiste tuttora una chiesetta, di modeste dimensioni costruita su di una amena collinetta lambita dal torrente Salice. La località è denominata San Lorenzo in Carminiano, fa forte del tenimento di Troia ed il tempietto dipende da quella Diocesi.

Una registrazione inedita per ricordare il 150° della nascita di Umberto Giordano

Centocinquanta anni fa, il 28 agosto del 1867, nasceva a Foggia in una casa signorile in via Pescheria, Umberto Giordano. Il grande compositore, le cui spoglie riposano a Milano, ebbe un rapporto non sempre facile con la sua città che tuttavia in questa ricorrenza ha saputo riannodare, sul filo della memoria, un saldo rapporto con il suo figlio più illustre.
La città ha organizzato numerosi eventi in occasione della ricorrenza, riproponendo opere giordaniane note e meno note come Andrea Chenier e Giove a Pompei, quest’ultima rappresentata anche nella splendida cornice del parco archeologico della cittadina vesuviana.
Tra le iniziative di maggior pregnanza artistica e musicale, a testimonianza di come l’opera giordaniana sia ancora straordinariamente attuale, va segnalata la prima incisione di un inedito, che rischiava di cadere nel dimenticatoio: l’Andantino e Allegro per violoncello e pianoforte. L’iniziativa si deve a due realtà foggiane d'eccellenza: il laboratorio creativo ClabStudios, che ha prodotto il brano, e FedoraMusic che lo distribuisce.
La composizione venne ultimata a Milano nell’ottobre del 1945, circa tre anni prima della sua morte. Il manoscritto fu messo in vendita in un’asta di Sotheby’s a Londra nel 1992 e fortunatamente acquistato dal Comune di Foggia, insieme ad altro materiale giordaniano. Bello, inatteso, struggente, l'inedito brano - che potete guardare ed ascoltare più sotto - viene interpretato da due giovani musicisti foggiani di notevole spessore artistico: il violoncellista Gianluca Montaruli e la pianista Laura Licinio.

domenica 27 agosto 2017

Disastro Foggia, esordio da dimenticare

Questa volta l’allievo non ha superato il maestro. Anzi. Il Pescara di Zeman ha impartito una lezione di calcio al Foggia di Stroppa, che ha esordito nel campionato cadetto nel peggiore dei modi. Intendiamoci, il risultato è bugiardo e premia molto più del dovuto i padroni di casa.
Per almeno 40 minuti, i satanelli hanno tenuto in mano il pallino del gioco, senza riuscire a concretizzare le diverse occasioni da rete, mentre gli attaccanti pescaresi sono stati molto abili a sfruttare i pesanti errori della difesa rossonera, la cui giornataccia è probabilmente la chiave per capire la disfatta dei satanelli.
Il risultato finale (5-1) stride clamorosamente con le statistiche della gara. Il possesso palla pende largamente a favore dei rossoneri (62%, contro il 38% degli abruzzesi) e così pure i tiri: 18 quelli dei satanelli (di cui 9 nello specchio della porta), 13 quelli del Pescara (9 in porta). Va detto anche di un evidente rigore non concesso al Foggia (Mazzeo cinturato in area, l’arbitro ha misteriosamente ammonito il difensore, ma senza concedere il penalty).
Ma se queste considerazioni contribuiscono ad addolcire la pillola, non fugano le numerosissime perplessità suscitate dalla prova degli uomini di Stroppa.
Il primo dubbio riguarda la qualità del mercato. Inizialmente il mister ha mandato in campo 10/11 della formazione dello scorso anno, con la sola novità di Fedato (prova sufficiente, ma non entusiasmante), con arrangiamenti (Gerbo schierato terzino) che se potevano essere giustificati l’anno scorso, appaiono oggi incomprensibili, visto che c’è stato un mercato con cui mettere una toppa.
Gli innesti del secondo tempo (Floriano, Fedele e Beretta) non hanno particolarmente convinto, ma c’è da dire che sono entrati quando i risultato era già compromesso.
Disastrosa la prova della difesa. Martinelli ed Empereur hanno sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare. Rubin ha giocato meglio in fase di attacco che non in quella difensiva. L’assenza di Vacca si è fatta sentire molto più di quanto non si prevedesse. Hanno deluso uomini come Deli e Mazzeo, che pure costituiscono i pilastri della formazione di Stroppa, mentre ha giocato una partita strepitosa Chiricò, il migliore in campo.
Due le domande che la brutta trasferta di Pescara lasciano sospese. Si può fare ancora qualcosa sul fronte del mercato? La sconfitta ridimensiona le ambizioni del Foggia?
Per quanto riguarda la prima, se un allenatore è costretto a schierare alla prima uscita 10/11 della formazione del campionato scorso, vuol dire che il mercato è stato sbagliato, e forse a questo punto valeva la pena non lasciar partire Piazza e vale la pena tenersi stretto Sarno.
Per quanto riguarda le ambizioni rossonere, è il caso che i tifosi e tutto l’ambiente tornino con i piedi per terra, e subito. L’obiettivo deve restare quello della salvezza e di un campionato tranquillo, cosa che del resto è ampiamente alla portata del Foggia, a patto che tutti facciano un bel bagno di umiltà. Che sembra essere mancato in quel di Pescara.

L'appello del comitato a Mons. Pelvi: "Ci aiuti a salvare San Lorenzo in Carmignano"

Foto di Romeo Brescia
Sono stato qualche giorno fa a San Lorenzo in Carmignano, luogo simbolico più di altri della damnatio memoriae, cui Foggia sembra essere stata condannata da un imperscrutabile destino. Temo che il degrado che avvolge quanto è rimasto dell'antico splendore stia raggiungendo il punto di non ritorno: le erbacce circondano la chiesetta, i cui lavori di restauro sono fermi da tempo, bloccati dalla Sovrintendenza che li ha ritenuti non conformi alle norme.
Il contesto complessivo parla di un declino inesorabile, forse irreversibile.
Qualche tempo fa, la stessa Chiesa era stata trasformata in stalla e soltanto l'intervento dei volontari del comitato del Salice Nuovo guidati dal presidente Dario Iacovangelo ha permesso lo sgombero degli animali e la restituzione di un minimo di decoro.
Ma con l'estate, la situazione è tornata a volgere al peggio. Erbacce dappertutto che impediscono l'accesso alla chiesa, peraltro transennata per ragioni di sicurezza. Un pessimo biglietto da visita per un bene culturale che dovrebbe essere tra i più rappresentativi della città.
Reperto rinvenuto durante gli scavi
Nel medioevo la Chiesa, che ospitava in qualche locale annesso anche uno scriptorium (qualcuno ipotizza che possano essere stati realizzati qui i magnifici Exultet di Troia), era sede episcopale.
Alcuni recenti studi condotti dall'Università di Foggia hanno permesso di stabilire che, molto probabilmente, proprio qui doveva trovarsi la magnifica Domus Pantani costruita da Federico II.
Si deve agli studi condotti da Giuliano Volpe l'esatta localizzazione nella periferia di Foggia della diocesi pugliese di  Carmeiano (Cameiano) che qualcuno pensava che corrispondesse alla salentina Carmiano.
Se le cose stanno così, la chiesetta ha ancora un Vescovo titolare, nella persona di mons. Joel Portella Amado, Vescovo ausiliare della diocesi di São Sebastião di Rio de Janeiro. La prassi organizzativa della chiesa cattolica prevede il conferimento della carica di “vescovi titolari” (che ha valore più che altro simbolico) di sedi episcopali ormai estinte, a vescovi ausiliari di diocesi di rilevante grandezza o prelati che svolgono alti incarichi vaticani.
Dandone notizia qualche tempo fa, Lettere Meridiane scherzando ipotizzò di rivolgersi al vescovo brasiliano per smuovere le acque e sottrarre San Lorenzo ad un destino che diventa sempre più fosco.
Dario Iacovangelo mantiene invece i piedi per terra, e mentre annuncia che nelle prossime settimane assieme ai volontari del comitato provvederà alla rimozione delle erbacce che circondano San Lorenzo, sollecita l'interessamento e l'intervento dell'arcivescovo di Foggia, mons. Vincenzo Pelvi: "Sarebbe un grande segnale di attenzione e solidarietà dire messa sul sagrato antistante la chiesetta."
Mi associo, e giro l'appello alla Chiesa foggiana.
Geppe Inserra

sabato 26 agosto 2017

De Leo: ok alla ricostruzione del Palazzo, ma attenendosi alle fonti

Sul sogno di far rivivere il palazzo imperiale che Federico II costruì a Foggia, chiedendo ad Edoardo Tresoldi, l'artista che ha già realizzato la pluripremiata ricostruzione della basilica paleocristiana di Siponto, interviene Carmine de Leo, presidente dell'associazione Amici del Museo, cultore di storia locale ed autore di articoli e saggi sull'argomento.
De Leo propone un incontro pubblico, e credo che l'idea vada accolta positivamente, sia per dare modo a quanti si stanno appassionando al tema di approfondire le loro conoscenze, sia per avviare una riflessione collettiva sulle strategie da mettere in campo per fare in modo che il sogno (pur con tutti i problemi messi in evidenza dallo stesso de Leo) possa essere realizzato. Ricordo che Lettere Meridiane ha lanciato una petizione sulla idea lanciata da Giovanni Cataleta: se ancora non l'avete sottoscritta, potete farlo cliccando qui.
Ecco il testo dell'intervento di de Leo.
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L'iniziativa è davvero lodevole e servirà a far parlare di Foggia in Italia non per omicidi e criminalità, ma anche per essere stata la residenza dell'imperatore Federico Ii di Svevia.
Certamente non sarà facile ricostruire un palazzo di cui non abbiamo documenti dettagliati e, secondo il manoscritto del Longhi, vergato verso il Cinquecento, restò incompiuto e le mura già in piedi furono poi saccheggiate ed utilizzate come cava per altre costruzioni; ciò che restava fu poi distrutto da due terribili terremoti nel '500 e nel '700, tanto che, come ricorda un'iscrizione del XVI secolo murata sotto l'arco di Porta Grande: una volta ritrovata l'epigrafe di fondazione del palazzo con l'ordine dell'imperatore, essa fu ricopiata e posta sotto questa porta, per salvaguardarne il ricordo in caso di ulteriori distruzioni, mentre l'originale dell'epigrafe fu murato sotto l'arco superstite del Palazzo. Arco che fino alla seconda guerra mondiale era in Via Pescheria su una casa danneggiata dai bombardamenti aerei e quindi fu murato su un lato del vecchio Municipio, poi Pretura ed ora Museo Civico.
Per approfondimenti, vedansi i miei volumi e saggi tutti consultabili presso le biblioteche: Provinciale, del Museo Civico, dei Cappuccini dell'Immacolata e dell'Archivio di Stato, oltre che in altre della provincia di Foggia:

  • C. de Leo - "Il Palazzo di Federico Ii di Svevia a Foggia. Pozzo Rotondo, l'Aquila e la Pianara", Foggia,1990 (con citazioni di fonti d'archivio , manoscritti e documenti) ed anche: 
  • C. de Leo "Il Palazzo di Federico II. Dalle testimonianze scritte alla ricognizione sul terreno", estratto da Foggia Medievale, Foggia,1996, pp. 165-175 con foto dei sotterranei e piante dei sotterranei e dei luoghi.
  • "Nuove tracce e fonti del Palazzo di Federico II di Svevia a Foggia. Per la creazione di un parco letterario nell'area archeologica del palazzo dell'imperatore Federico II di Svevia a Foggia", Foggia, 2013.

Chiudo questo intervento ribadendo il plauso all'iniziativa, ma attenti anche a non fantasticare troppo sul tema ed attenersi alla documentazione superstite, molte volte ignorata da autori che si sono interessati del Palazzo di Federico II, lasciandosi prendere più dal cuore e dall'amore per la nostra città che da una più attenta ricerca della documentazione e ricognizione dei luoghi.
Resto infine disponibile a rifare una conferenza multimediale sul Palazzo di Federico II di Svevia, argomento già oggetto di altre mie conferenze effettuate in passato presso il Museo Civico di Foggia.
Carmine de Leo

Contro la Puglia baricentrica torniamo alle Puglie (di Vincenzo Concilio)

Vincenzo Concilio, animatore di Daunia chiama Molise e del gruppo Populus, replica alle considerazioni di Michele Eugenio Di Carlo sulla grande Capitanata e sul suo (difficile) rapporto con la Puglia. Non sono d'accordo con diverse delle tesi sostenute da Concilio. Ma, come sempre, le sue riflessioni sono lucide, intelligenti e rappresentano un significativo contributo al confronto che, su questi temi, Lettere Meridiane si sforza di portare avanti.
Le frasi in corsivo sono tratte dal post di Di Carlo. Buona lettura (g.i.)
* * *
VOGLIAMO CHE LA PUGLIA BARICENTRICA IMPLODA E CHE DA ESSA RINASCANO FIERE LE PUGLIE!
Che le Puglie non siano ancora diventate la Puglia è indiscutibile; che lo debbano diventare non è un obbligo.
Certo, lo sono diventate a forza perché così denominate nella Costituzione. E come l'Unità d'Italia imposta con la forza. Mancano soltanto le fucilazioni che ci furono con i Savoia.
Con facce come quelle di Vendola ed Emiliano (temporalmente le ultime dall'Unità d'Italia) a recitare il ruolo di nuovi Cavour (il quale espropriava le ricchezze del Regno di Napoli per portarle in Piemonte), la regione Puglia è morta e seppellita mentre le Puglie risorgono come fiori di campo in Primavera.
Individuare delle priorità ("rivendicazioni ben più importanti e datate") d'intervento e di azione rispetto a dei progetti è corretto se non fosse che il predominio di Bari nelle Puglie e soprattutto rispetto a Foggia ha inizio proprio con l'Unità d'Italia.
Se infatti alla metà dell'800 le due città di Foggia e Bari avevano pressoché la stessa popolazione, il divario nel 1934 è impressionante: Bari raggiunse i 200.000 avìbitanti contro i 70.000 di Foggia.
Certo si potrebbe pensare che a Bari avessero preso a fare più figli ma l'ipotesi non è valida in quanto l'aumento della popolazione è strettamente legato allo sviluppo economico.
Dunque Bari grazie ai Savoia, ai liberali e socialisti dell'epoca e soprattutto al fascismo, riuscì a far convergere su di sè più capitali e l'attenzione dei governi nazionali ed operò come oggi per sottrazione degli investimenti in Capitanata.
Ma non siamo forse tutti meridional?
Ciò è retorico e non risolve il problema del colonialismo regionale baricentrico che noi sentiamo maggiormente rispetto a quello nazionale.
E poi, che vuol dire essere meridionali?
Io preferisco un settentrionale intelligente ad un meridionale cretino così come per un ricco educato rispetto ad un povero maleducato.
"Sono convinto che possiamo farcela a tenerci le nostre peculiarità senza alcun bisogno di dividerci, per ora".
Io sono invece convinto che la divisione delle Puglie sia essenziale affinché i baresi facciano un "bagno d'umiltà", non per rimetterci insieme ma per loro stessi, per rendersi migliori rispetto a quello che oggi rappresentano.
E la dimensione territoriale giusta è proprio quella di lasciare la Terra di Bari da sola, creare il Grande Salento e infine unire la provincia di Campobasso a quella di Foggia come nello studio della Società Geografica Nazionale. Dimensioni maggiori come quella di una Puglie lunga 400 Km servono soltanto ad ingrassare le aree metropolitane come Bari.
"Eviti di scoppiare la Puglia nei mille rivoli tracciati da rivendicazioni scissionistiche e identitarie, che pur esistono".
È il contrario. È proprio la implosione della Puglia che sola permetterà agli altri territori come la Capitanata di riprendere un percorso di sviluppo economico, sociale e identitario.
Non ci sono altre soluzioni e il momento è quello giusto.
Il resto sarebbe come dare un colpo alla botte e un altro al cerchio.
E chi è rimasto indietro come noi non può più permetterselo.
Vincenzo Concilio

Gargano, terra sperduta. Giuliani riscopre Beltramelli.

Puntuale e rigoroso filologo, Francesco Giuliani è tra i più geniali scrittori pugliesi, e sicuramente il più borgesiano. L'ho amato in modo particolare per certe pubblicazioni, edite da "Il Rosone" in cui racconta e parla di francobolli così come lo scrittore e poeta argentino ha saputo fare in modo supremo in Finzioni e ne La Biblioteca di Babele. Di Borges ha il gusto del dettaglio che custodisce in se stesso un universo. E nella sua certosina opera di filologo, s'industria meritoriamente a recuperare la memoria e le parole di scrittori dimenticati. Come il grande Antonio Beltramelli, che fu tra i primi a raccontare il Gargano.
Giuliani ha ritrovato un articolo di Beltramelli, scritto qualche anno prima che venisse pubblicato il suo reportage garganico, che uscì nell'ambito della collana Italia Artistica (Lettere Meridiane ne ha parlato in diversi post, che potete trovare qui). L'articolo, intitolato Terre Sperdute e comparso sulla rivista milanese Varietas, nel 1905, è di notevolissima fattura giornalistica e letteraria. Francesco Giuliani lo ha ripreso, commentandolo con la consueta mastria critica, e pubblicato per le edizioni digitali del Centro Interuniversitario Internazionale di Studi sul Viaggio Adriatico (C.I.S.V.A.). Potete leggere i ltuo qui sotto. Se volete scaricare il documento originale, lo trovate qui.
Le fotografie che illustrano il post sono tratte dal reportage garganico di Beltramelli, e sono state colorizzate utilizzando la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification). Buona lettura.

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ANTONIO BELTRAMELLI NEL GARGANO D’INIZIO NOVECENTO

Lo scrittore Antonio Beltramelli è da tempo caduto in disgrazia e i suoi libri non si leggono più, anche se non mancano delle riedizioni. L’ultima, in ordine di tempo, è rappresentata dal volume di novelle che il «Corriere della Sera» ha dedicato alla narrativa della prima guerra mondiale [1] .
I suoi testi, in ogni caso, sono molto presenti nelle biblioteche, a testimonianza della ben diversa considerazione di cui ha goduto nella prima parte del Novecento, quando fu uno tra gli scrittori di maggiore successo.
Nato a Forlì, in quella Romagna spesso al centro delle sue opere e di cui doveva diffondere il mito di un positivo ed esuberante vitalismo, si pose subito al centro del mondo letterario e giornalistico, cimentandosi in diversi generi, dal racconto al romanzo, dalla poesia alla produzione per ragazzi, e collaborando a varie testate, nazionali e regionali. Da notare che la data di nascita riportata in quasi tutti i testi, inclusa la monografia di Antonio Piromalli [2] , è l’11 gennaio 1879, ma altre fonti di area romagnola, compreso lo stradario della città di Forlì [3] , spostano l’anno al 1874. Scrive a tal proposito Antonio Castronuovo che «era un vezzo dello scrittore ringiovanirsi di cinque anni» [4] , e dunque, a quanto pare, Beltramelli ha vissuto 56 anni, non 51.

venerdì 25 agosto 2017

Ricostruire il Palatium di Federico II, a gonfie vele la petizione

La petizione lanciata da Lettere Meridiane e da Giovanni Cataleta, a nome di un sempre più folto numero di cittadini, per la ricostruzione del Palazzo Imperiale di Federico II a Foggia procede a gonfie vele. Dopo aver superato di slancio le mille adesioni, veleggia adesso verso le 1.500. Ma si può e si deve fare ancora di più, e perciò in questi giorni Lettere Meridiane dedicherà diversi post al Palazzo, di cui restano oggi poche vestigia: l’arco d’ingresso murato nel fianco del Museo civico che affaccia su piazza Nigri e la lapide che ricorda l’erezione di Foggia a regalis sede inclita imperialis da parte dell’imperatore svevo.
La petizione non ha soltanto l’obiettivo di sondare la disponibilità di Edoardo Tresoldi, il magico artista che ha ridato vita alla basilica paleocristiana di Siponto, a curare il progetto, ma anche di sensibilizzare la cittadinanza sulla necessità di recuperare i simboli del passato della città, di conoscerli meglio.
Nell’intensa discussione che si è sviluppata in questi giorni mi ha particolarmente colpito il commento di un amico che ha manifestato un certo scetticismo sulla iniziativa, sostenendo che del Palazzo di Federico non soltanto sopravvivono pochi resti, ma anche pochi riferimenti bibliografici.
Ecco, questo non è vero, e Lettere Meridiane pubblicherà nei prossimo giorni i documenti che attestano l’importanza, la grandezza e la bellezza del palatium.
Tra le testimonianza più antiche e interessanti figura quello dell’abate Pacichelli, erudito che visitò a lungo Foggia e la Capitanata e che ebbe modo di vedere e raccontare il palazzo nel viaggio che compì nel capoluogo dauno nel 1680. Nella sua opera II Regno di Napoli in prospettiva, uscita postuma nel 1703, Giovan Battista Pacichelli così descrisse quanto vide:
"Memoria singolare altresì son le reliquie del Palazzo sontuoso di Federigo II, Cesare, ricco di marmi, e già di Statue, e colonne, in un arco del quale, che ritien hoggi il suo nome, à caratteri Longobardi, scolpito si legge: Sic Fridericus Caesar fieri iussit, ut Urbs sit in Fogia Regalis, sedesq. inclyta Imperialis. A. D. MCCXXIII. Insigne per dir vero, e memorabile Privilegio. I suoi Leoni sopiti di marmo, si veggon hora al Tempio descritto (l’abate si riferisce alla Cattedrale, n.d.r.), sicome le colonne di Verde antico & altri ruderi di pregio. Cosi appariscono in più luoghi portioni delle sue mura, rimaste dopo le più barbare prede, per segno dell’antica grandezza, & imperiale munificenza: della quale raccordevol è non poco l’havervi costituito in catedra, con l’honorario di un’oncia d’oro il mese. l’Angelico Dottor S. Tomaso, anche prima, che vi habitassero i Padri Predicatori.”
Se non l’avete ancora fatto potete sottoscrivere la petizione al seguente collegamento:

https://goo.gl/rzUtRm

Metti una sera a Foggia

Una Foggia che non t’aspetti. Quella d'una rigida sera autunnale di un giorno feriale, quando il freddo ti consiglia di restare in casa, e invece ti ritrovi a camminare per strade in cui c’è meno gente, mentre cala il tramonto e dai comignoli salgono i primi fumi. I rumori e i suoni attutiti, il silenzio che circonda di magia strade e vicoli del borgo antico, che ti sembra di vedere per la prima volta. E poi le stelle.
Marco Antonio Palmieri racconta una Foggia piena d’incanto e di suggestione. Attore, fine dicitore ma anche fotografo sempre a caccia di angoli suggestivi di Foggia, Gino Caiafa interpreta il bel racconto “Una sera” di Marco Antonio Palmieri. Un invito a scoprire quelle bellezze che troppo spesso passano sotto il nostro sguardo, senza che le vediamo.
Qui sotto il filmato. Bello davvero. Guardatelo, amatelo, condividetelo.

giovedì 24 agosto 2017

Foggia imperiale: quando Federico II era di casa (di Savino Russo)

Mette le ali il sogno di un sempre più folto gruppo di cittadini foggiani (il cui portavoce è Giovanni Cataleta) e di Lettere Meridiane, di far rivivere il Palazzo imperiale di Federico II a Foggia utilizzando il format artistico già sperimentato con successo alla basilica paleocristiana di Siponto.
Migliaia le letture, le condivisioni e i like all'articolo in cui abbiamo illustrato l'idea, mentre ha raccolto quasi mille firme in un solo giorno (se non avete ancora sottoscritto, potete farlo cliccando qui) la petizione on line lanciata dal nostro blog per chiedere ad Edoardo Tresoldi, autore della straordinaria installazione sipontina, di prendere in esame la possibilità di firmare anche la resurrezione della domus fridericiana di Foggia.
Ma com'era il Palazzo foggiano dell'imperatore svevo che venne definito stupor mundi? Dove sorgeva esattamente, visto che oggi non restano che il grandioso arco d'ingresso e la lapide che l'adornava?
Tra i documenti più interessanti - dettagliato ma al tempo stesso sintetico - che siano stati scritti sul palazzo imperiale di Federico II c'è questa scheda del compianto Savino Russo, comparsa nel volume Saluti da Foggia - Guida della città, edito dalla Provincia di Foggia e dal Cenacolo Culturale "Contardo Ferrini". Una buona lettura per approfondire la conoscenza del gioiello che speriamo di vedere ricostruito. Buona lettura.
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Nel mese di marzo del 1223 Federico II dà ordine al protomagistro Bartolomeo da Foggia di dare inizio alla costruzione del palazzo imperiale di Foggia, che sarà edificato a partire dal mese di giugno dello stesso anno.
L’avvenimento è ricordato da una lapide, posta al centro dell'arco superstite dell'antica reggia, murato su un fianco del Museo civico dopo l'ultimo conflitto mondiale. L'arco e la lapide con la sua iscrizione sono le uniche testimonianze che oggi parlano ai foggiani dell'antico splendore di quel palazzo imperiale.
La reggia federiciana si estendeva su una superficie considerevole, che da molti storici e studiosi viene situata nello spazio tra via Arpi, il Piano delle Fosse, vico Teatro, piazza Cesare Battisti, piazza Oberdan, l'ultimo tratto di corso Vittorio Emanuele II e piazza Federico II. Verso quest'ultima è plausibile ubicare la presenza di una vasta zona di giardini abbelliti da fontane e piscine ornamentali, servita da un pozzo che, per quanto la sua attuale struttura risalga a tempi molto più recenti, è ancora oggi visibile nella sua originaria ubicazione. Sorprende che di un complesso che doveva essere di notevoli dimensioni, destinato com'era ad ospitare una corte nutrita come quella dello Svevo, non ci sia rimasto che un arco ma, se almeno la parte visibile del palazzo è persino “normale”, per certi versi, che sia scomparsa, perché volutamente lasciata decadere (la damnatio memoriae, la dispersione di ogni traccia della memoria del nemico vinto è una pratica molto frequente nella storia), sembra poco probabile che di quella costruzione non sia rimasto più niente. Le recenti scoperte di ambienti e strutture medievali proprio nella zona in cui il palazzo era presumibilmente ubicato lasciano sperare più clamorosi sviluppi.

La grande Capitanata conviene. Soprattutto alla Puglia (di Michele Eugenio Di Carlo)

Michele Eugenio Di Carlo interviene sulla questione, più volta discussa in questi giorni sul blog Lettere Meridiane, della competizione che divide e spesso contrappone i diversi territori della nostra regione, confermando che le Puglie non sono ancora diventati la Puglia. L'intervento è particolarmente interessante, perché allarga il punto di vista alle oggettive difficoltà che implica il governo di un territorio tanto articolato e complesso  alla necessità di guardare ai problemi dello sviluppo non tanto in termini di confini, quanto in termine di relazioni. Ecco il testo del contributo di Michele Eugenio Di Carlo, che ringrazio calorosamente (g.i.)
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Caro Direttore Geppe Inserra,
leggo spesso di questa dualità che attraversa le terre di Puglia. La capisco, la condivido, ma sono convinto che abbiamo rivendicazioni ben più importanti e datate da far valere e che queste rivendicazioni abbiano bisogno dell’unione non solo dei pugliesi, ma di tutti i meridionali. Sono convinto che possiamo farcela a tenerci le nostre peculiarità senza alcun bisogno di dividerci, per ora.
Il Regno di Napoli era diviso in 12 province che nel Regno delle Due Sicilie divennero 14. Il territorio pugliese si suddivideva amministrativamente in Capitanata, Terra di Bari e Terra d'Otranto (l'attuale Salento). A causa della transumanza la Capitanata è stata sempre molto più legata alla Basilicata, al Contado del Molise, all'Abruzzo Citeriore, al Principato Ultra (parte dell'attuale Sannio e dell'Irpinia). Nel corso dei secoli, da Alfonso d'Aragona in poi, non pochi molisani, sanniti, abruzzesi si sono trasferiti con famiglia, definitivamente, nelle poche abitate e malariche terre del Tavoliere. C'è un legame indissolubile, e storicamente accertato, che ci unisce a queste popolazioni con le quali ci siamo legati e spesso fusi, essendo da sempre in stretto contatto.
Non è un semplicemente un sognatore il prof. Gennaro Amodeo, quando sogna la Moldaunia. Che poi altro non è che la grande Capitanata antecedente il 1806 e che conteneva territorialmente parte dell'attuale Molise. Tanto che, solo per fare un esempio, il grande Longano di Ripalimosani, nella sua Descrizione della Capitanata del 1791 (o 1790?) cita tanti comuni attualmente molisani.
Ma non dividiamoci su questi temi. Eviti di scoppiare la Puglia nei mille rivoli tracciati da rivendicazioni scissionistiche e identitarie, che pur esistono.
Piuttosto, rivendichiamo tutti insieme l'esigenza di uscire al più presto dallo stato di colonia interna in cui nefaste politiche fiscali, poi doganali, ci hanno relegato dal processo unitario in poi. Facendoci passare da una normale condizione di arretratezza economica, comune a diverse regioni italiane ed europee, allo stadio economico del sottosviluppo. Il tutto nell'ambito del più classico rapporto esistente tra sottosviluppo, colonizzazione ed emigrazione.
Emigrazione che, come raccontano anche le pagine di Lettere Meridiane, diventa sempre più asfissiante per la nostra provincia e per l’intero Meridione. Non dividiamoci! Uniamo le forze e le energie del Sud intero per dire no a sottosviluppo ed emigrazione.
E Bari, con la sua spiccata e spesso aggressiva vocazione baricentrica, sappia approfittare di questo tipo di aperture.
Michele Eugenio Di Carlo

Vandalismo senza limiti né confini

Nuova postazione o postazione alternativa? Se lo domanda, tra il divertito e l’incazzato, Michele Sepalone, fotografo e artista foggiano, il cui obiettivo ha prontamente immortalato una delle mille brutture che punteggiano il capoluogo dauno.
Siamo in pieno centro, a via Diomede, angolo piazza Giordano. I soliti ignoti hanno divelto la palina che segnalava la stazione di bike sharing per collocarla in posizione orizzontale. Chissà quanto tempo, adesso, resterà lì, a dare pessima immagine di sè, e della città.
Il bike sharing è stato un’altra occasione perduta per i foggiani. Voluto dalla Provincia, che aveva fatto installare una serie di stazioni nei punti nevralgici del centro cittadino, per dare modo agli utenti del servizio di potersi spostare comodamente in città, è finito alla mercé dei vandali, che ci sono presi tutto: biciclette, rastrelliere, pezzi di ricambio.
È l’ennesima riprova che il vandalismo brucia ingenti risorse pubbliche, abbassa la qualità della vita, abbrutisce il volto della città.

mercoledì 23 agosto 2017

Il sogno: ricostruire con l'arte il Palazzo imperiale di Federico II a Foggia

Restituire a Foggia un pezzo - forse il più importante - della sua identità smarrita, del suo passato sepolto e stravolto da guerre, saccheggi, distruzioni, terremoti. Ritrovare la sua grande storia perduta, attraverso l’arte e la bellezza, ricostruendo il Palazzo di Federico II, del quale sono rimaste poche, ma significative tracce: lo splendido arco che ne adornava l’ingresso e la lapide con cui l’imperatore svevo professa il suo amore verso Foggia, proclamandola “regalis sedes inclita imperialis” (regale gloriosa sede imperiale).
L’esistenza del Palazzo è certificata da numerosi documenti storici e iconografici, ma da scarse tracce archeologiche. I resti dell’edificio, che dovette rappresentare una meraviglia dell’epoca fridericiana, giacciono ormai sepolti per sempre nelle viscere della città, riaffiorando qua e là nei tanti ipogei che punteggiano il centro antico di Foggia.
Ma se il compito degli archeologi è improbo, potrebbe essere l’arte a riportare alla luce questa gemma del passato, che non è soltanto patrimonio di Foggia, ma dell’intera umanità, attraverso l’opera di un interprete d’eccezione di operazioni come queste: Edoardo Tresoldi.
È quanto sogna un gruppo di cittadini foggiani, che intende proporre all’autore della ricostruzione della basilica paleocristiana di Siponto di ripetere la straordinaria installazione di Manfredonia a Foggia, cimentandosi  con il Palazzo imperiale di Federico II.
Non è un caso che l’opera sipontina s’intitoli “Dove l’arte ricostruisce il tempo”: la stessa filosofia, la stessa tensione ideale e artistica potrebbe sorreggere la ricostruzione del Palazzo dove l’imperatore svevo soggiornò per diverso tempo, trascorrendovi i giorni forse più belli della sua vita.
Giovanni Cataleta, scrittore e giornalista, portavoce di questo gruppo di cittadini, non si nasconde le difficoltà dell’iniziativa, ma ne sottolinea la grande portata simbolica. “La storia non è stata benigna con la città di Foggia, ha marchiato il corso dei secoli con tanti eventi drammatici che hanno distrutto le tracce del suo luminoso passato e con essa anche la sua identità. La ricostruzione del Palazzo imperiale potrebbe rappresentare l’inizio di un percorso di riscatto. Ci rendiamo conto che il contesto foggiano è molto diverso da quello sipontino, in quanto il sito dove sorgeva il Palazzo è stato profondamente rimaneggiato, e che c’è da affrontare il problema del finanziamento. Ma ogni cammino comincia col mettere il primo passo, che in questo caso è rappresentato dall’assenso di Tresoldi a prendere in esame almeno la fattibilità dell’iniziativa.”
A tal fine, il blog Lettere Meridiane ha lanciato una petizione on line, con la speranza di coinvolgere in questo sogno, in questa sfida, i tantissimi foggiani che amano veramente la loro città.
Per sottoscrivere la petizione, cliccare sul seguente collegamento:

   http://chn.ge/2vf28IN

23 agosto 1927, la disperazione della famiglia Sacco e di Torremaggiore

Novant'anni fa, il 23 agosto del 1927, una ingiusta sentenza condannò a morte, mandandoli sulla sedia elettrica, i due anarchici ed emigranti italiani Nicola Sacco, di Torremaggiore, e Bartolomeo Vanzetti. Quell'errore giudiziario, che sarebbe stato riconosciuto diversi decenni dopo dalla magistratura americana, è passato alla storia come simbolo dell'atroce assurdità della pena di morte, nonché dei pregiudizi sociali e culturali che nella storia della giustizia hanno spesso guidato la mano della giustizia.
L'esecuzione dei due italiani provocò reazioni, proteste e scioperi in tutto il mondo. I giornali seguirono spasmodicamente la vicenda.
Di seguito, per gli amici e i lettori di Lettere Meridiane l'articolo che La Stampa di Torino pubblicò nella seconda pagina del numero in edicola il 24 agosto 1927, raccontando le reazioni della cittadinanza di Torremaggiore e del padre dell'anarchico pugliese ucciso sulla sedia elettrica.
Cliccando qui, potete invece scaricare l'articolo di copertina (il cui titolo vedete nella immagine che illustra il post), con il racconto delle ultime ore di Sacco e Vanzetti e della esecuzione.
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Come il padre di Sacco ha ricevuto la notizia

Roma, 23 notte
Il Giornale d'Italia da Foggia: « Ho voluto recarmi nella città natale di Nicola Sacco, a Torre Maggiore, «che da qualche tempo è mèta pietosa di autorità e giornalisti. La ridente cittadina sembrava avvolta nel lutto e una mestizia impressionante grava sul volto di tutti i cittadini.

Terremoto che c’è , risparmio che trovi (di Nico Baratta)

Ci risiamo. Un’altra ferita lacera il Belpaese. Una pugnalata alle spalle a già chi vive, consapevolmente, tra tufi, pietre, malta scadente e servizi precari. Il terremoto che ha colpito la bella e florida isola di Ischia è l’ennesima piaga di un paese che arranca tra doveri e rispetto delle norme. Una magnitudo del 4.0 della scala Richter, di pochi attimi, è bastata a radere al suolo un preciso punto dell’isola. Casamicciola alta quasi non c’è più. E con essa chi ci vivrà, perché ritornare ad abitare laddove si sbriciola il muro non è la dimora che ti dovrebbe proteggere. A due persone l’ha uccise, due donne, Lina Balestrieri, 59 anni, mamma di sei figli, perita a causa della caduta di calcinacci presso la Chiesa di Santa Maria del Suffragio, e Marilena Romanini, 65 anni, che era in vacanza, tra l’altro ospite presso l'abitazione di un'amica in via Serrato a Casamicciola. Il bilancio è pesante per una scossa di lieve entità, 42 feriti, meno male non gravi. Il fiato sospeso si è tenuto per i tre fratellini rimasti intrappolati nella loro abitazione, laddove Pasquale prima, Matthias poi e Ciro dopo, cercano riparo ogni giorno. Ed invece erano li quasi per trovare la morte. 2600 sono gli sfollati su un’isola che d’inverno ha al massimo 30mila anime e d’estate è compressa. Grande, faticoso ma importante e professionale è stato il lavoro dei Vigili del Fuoco e di chi sotto il simbolo della Protezione Civile hanno collaborato per salvare vite e ridare un sorriso a chi lo stava perdendo. Un’intera area rasa al suolo e con essa le speranze di un futuro nella loro “antica” Casamicciola.

Donne contro la guerra e la dittatura: le monteleonesse

L'amico Gianni Ruggiero mi ricorda (e gliene sono grato) che oggi, 23 agosto 2017, cade il 75° anniversario della rivolta rosa di Monteleone di Puglia, evento storico di cruciale importanza perché rappresenta anche la prima ribellione popolare contro il regime autoritario e contro la monarchia.
L’episodio è stato portato alla luce soltanto da qualche anno, grazie all’iniziativa dell’allora sindaco del comune dei Monte Dauni (che faceva parte, una volta dell’Irpinia), Giovanni Campese, che apprese quanto era accaduto diversi decenni prima da  alcuni appunti lasciati dal Parroco che ne era stato testimone oculare.
Il primo cittadino decise così di contattare l’Istituto Pugliese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea (IPSAIC) diretto da Vito Antonio Leuzzi, docente di storia e tenace ricercatore delle memoria nascita dall’antifascismo pugliese.
Le ricerche prontamente avviate da Leuzzi, che studiò le carte processuali, hanno contribuito a riportare alla luce un episodio che, come ebbe a scrivere Marco Brando sul Corriere del Mezzogiorno, “sebbene pochissimi lo sappiano (persino tra gli storici), fa onore alla storia della nostra democrazia.”
A Monteleone di Puglia - si legge nell'introduzione di Leuzzi al suo libro, Donne contro la guerra -  la collera popolare esplose nella prima mattinata del 23 agosto del 1942 in conseguenza, come riferiscono alcuni testimoni, della decisione del comandante della stazione dei carabinieri di sequestrare alcune pignatte di granturco ad alcune donne che erano in fila davanti ad un forno del paese.
Subito dopo le donne, che erano aumentate di numero, si recarono dal podestà, proprietario della farmacia, gridando: "vogliamo il pane, vogliamo sfarinare"...
A  Monteleone si recò personalmente il Prefetto Dolfin (che in seguito aderì alla Repubblica di Salò, ndr) alla testa di un gran numero di carabinieri... Sottoposero l’intero paese ad un gigantesco rastrellamento, casa per casa, fermando e interrogando centinaia di monteleonesi. Alla fine... le autorità fasciste disposero l’arresto di novantasei persone, compresi molti minori di diciotto anni.
Finirono nelle carceri di Lucera, Bovino, San Severo e d’altre città della Capitanata. Il 3 settembre 1943, malgrado Mussolini fosse già stato destituito e arrestato nel luglio precedente, il Sostituto procuratore generale del Re rinviò a giudizio novantuno imputati e chiese l’arresto di altri quindici cittadini. Il magistrato, che pareva non essersi accorto della fine del fascismo e degli sviluppi della guerra, considerò la protesta contro le restrizioni alimentari «indice della volontà di sopraffare ad ogni costo i poteri della pubblica autorità e di sostituire alla legalità la licenza e l’arbitrio».
Diversamente da quanto era successo un anno prima, a Cagnano Varano, la reazione dei rappresentanti del Governo fu assai più dura, pur essendo ormai caduto il regime fascista. Le donne e gli uomini arrestati rimasero dietro le sbarre per quattordici mesi e furono liberati soltanto con l'arrivo delle truppe alleate.
Ma il loro calvario non era finito. Il processo si svolse dopo la fine della guerra. Vennero assolti tutti, perché nel frattempo era intervenuta la prescrizione dei reati di cui erano imputati. La maggior parte di loro visto che le condizioni di fame e di arretratezza perduravano, scelse la via dell'emigrazione in Canada.
Ma - come si legge nel sito del Comune di Monteleone di Puglia -
"il 23 agosto 1942 rappresenta grazie alle donne coraggio  per Monteleone un passaggio storico politico importante e indelebile lungo la strada della libertà, quel giorno rappresenta la ribellione alle vicende nefaste e tragiche della seconda guerra mondiale. La ribellione alle tragedie, pensiamo a quelle consumate nei gulag, nelle foibe e nei campi di sterminio di Auschwitz, Mauthausen, Bergen – Belse deve essere vissuto come un percorso necessario da farsi lungo la strada maestra della solidarietà, della giustizia, della libertà e della rinascita della nuova Italia repubblicana. Quel giorno del ‘42 rappresenta la rinascita morale del nostro paese. Dimenticare quel giorno vuol dire dimenticare il dovere di vivere liberi."

martedì 22 agosto 2017

Porcili mediatici e libertà di opinione (di Geppe Inserra)

Commentando i commenti (alcuni dei quali effettivamente al di sopra delle righe) al recente post di Lettere Meridiane sull'ennesimo intoppo a danno del Gino Lisa, Maurizio De Tullio accusa il blog di star diventando un "porcile mediatico" e il sottoscritto di non moderare la discussione come si converrebbe.
L'argomento è serio e merita una risposta ponderata. Premetto che diversamente dalle policy di Google e della piattaforma Blogger (che è quella utilizzata da Lettere Meridiane) sulla pagina Facebook - così come nei gruppi di cui non si è amministratori -  non è possibile un filtro preventivo dei contenuti che vengono postati, e di cui restano responsabili in ogni caso gli autori.
La sola possibilità concessa agli amministratori delle pagine e dei gruppi è quella di cancellarli o di limitarne la visione all'autore e ai suoi amici.
Non nascondo che assai spesso non condivido neanche un po' la forma e la sostanza dei commenti e non di rado succede che quei commenti siano pesanti o addirittura offensivi verso di me.
Il punto è che contengono opinioni. Dovrei censurarle semplicemente perché sono diverse dalle mie o perché vengono espresse in una forma che fa a pugni con il galateo o perché mi insultano? A volte mi è successo di dover cancellare commenti ma solo quando hanno travalicato i limiti della decenza.
Valutare quelli del buon gusto, dell'opportunità e della buona creanza non mi compete.

Il rito della salsa (di Geppe Inserra)

Ti accorgevi che l’estate volgeva al termine quando cominciavano a cadere le foglie e nei rioni comparivano certe tende ai garage, che proteggevano da mosche, zanzare e sguardi indiscreti il rito della salsa che vi si celebrava.
Farsi la salsa in casa è stato forse l’ultimo sussulto, l’epifania estrema di una civiltà contadina che ormai non esiste più.
La tradizione è stata sommersa dai discount. Proprio oggi ho trovato nella cassetta postale il volantone che pubblicizza il prezzo di una bottiglie di salsa di una nota marca parmigiana: 79 centesimi.
L’industria sconfigge l’artigianato. A volersela fare da soli, oggi, la salsa costerebbe di più (un chilo di pomodori freschi al mercato lo paghi 50 centesimi…) e non offrirebbe le garanzie di igiene e di qualità garantite dalla pastorizzazione industriale.
Eppure la tradizione resiste, sparuta, soprattutto nei rioni popolari di periferia, dove assieme alle case si costruivano anche i box, ampi e spaziosi, che consentivano di lavorare con comodo quando era il momento, e di custodire nel periodo invernale la voluminosa attrezzatura necessaria per la salsa, oltre che i vasetti e le bottiglie adibiti a contenerla.

lunedì 21 agosto 2017

Perché la Puglia sta scoppiando

Il poster di Aeroporti di Puglia che promuove
la cattedrale di Lecce all'aeroporto Lisa di
Foggia (foto di Salvatore Valerio)
La Puglia scoppia. E l’estate surriscalda le tentazioni scissionistiche o comunque l’insofferenza da parte di chi fa fatica a riconoscersi in una dimensione unitaria e identitaria della regione che occupa il Tacco dello Stivale.
Il tentativo di declinare e valorizzare la Puglia come brand unico e riconoscibile che l’assessore al turismo e all’industria culturale Loredana Capone, salentina, sta portando avanti, non piace ai territori che un’identità ce l’hanno (ce l’avevano?), e forse più forte e consolidata della Puglia, come il Salento o lo stesso Gargano.
Hanno suscitato un nugolo di polemiche le parole di Paolo Pagliaro, esponente di primo piano del centrodestra salentino: “Il Salento è altra cosa rispetto alla Puglia, siamo distanti anni luce come peculiarità, storia, cultura, lingua, gastronomia, ed è inammissibile sapere che c’è qualcuno che vuole cancellare il nostro brand per averne uno che interessi una Regione lontanissima da noi in tutto e per tutto”. 
E il centrosinistra salentino? Si è più o meno allineato. Paolo Pellegrino ( esponente de La Puglia con Emiliano) avverte: “L’idea di un brand, nuovamente rilanciata in queste ore, che racchiuda il turismo pugliese e lo avvii verso una definitiva destagionalizzazione, è sicuramente una nota positiva, ma senza omologazioni di sorta: ogni territorio deve essere esaltato con le sue peculiarità e specificità. Penso soprattutto al Salento, diamante di una grande collezione di gioielli chiamata Puglia e ormai apprezzata sugli scenari internazionali”.
I mal di pancia non riguardano soltanto il Salento, ma anche la Capitanata. Dopo le roventi polemiche sullo spot di Pugliapromozione per la stagione turistica 2017, che ha di fatto oscurato la provincia di Foggia, sta facendo discutere in queste ora la scelta di Aeroporti di Puglia di piazzare nell’aeroporto di Foggia poster che mostrano le bellezze del Salento ed Alberobello, dimenticando del tutto il territorio dauno.

L'Aeroporto Gino Lisa, infinita tela di Penelope...

Pigiando il pedale del freno e dicendo che ha bisogno di vederci chiaro sulla delibera regionale che dovrebbe sdoganare il finanziamento comunitario per l’allungamento e la riqualificazione della pista dell’aeroporto Lisa, il neo assessore regionale ai trasporti Antonio Nunziante fa quello che dovrebbe fare ogni amministratore serio ed oculato: approfondire i problemi, soprattutto quelli che non si conoscono perché ne si ha una conoscenza soltanto superficiale.
Però, il fatto che sia trascorso già un mese dal rimpasto in seno al governo regionale, senza che l’assessore Nunziante abbia potuto visionare gli atti, la dice lunga sulla bassa tensione con cui vengono seguite a Bari le vicende e i provvedimenti che riguardano lo scalo aeroportuale foggiano.
È giusto che un amministratore si prenda il tempo che vuole prima di assumere una decisione, ma a distanza di un mese dalla delega, non essersi fatto neanche una opinione, non fa che confermare una verità amara che i foggiani conoscono da tempo: il Lisa non è ritenuto - per usare un eufemismo - una priorità a livello regionale.
L’assessore Giannini, dimissionario perché coinvolto in una vicenda giudiziaria, aveva annunciato che la delibera sarebbe stata sottoposta entra una settimana, prima della pausa estiva, all’esame della giunta regionale. La (legittima) pausa di riflessione che il neo assessore si sta concedendo rievoca l’immagine della tela di Penelope, che disfaceva di notte quel che tesseva di giorno, per ritardare la celebrazione del suo matrimonio.
Nunziante conosce molto bene i problemi della Capitanata per esserne stato prefetto (un buon prefetto) qualche anno fa, e si può stare sicuri che l’iter per l’allungamento della pista è in buone mani.
Ma sulla vicenda dell’aeroporto Lisa gravano già troppi ritardi, già troppi ripensamenti per poter dormire sonni tranquilli. Tanto più che, come lo stesso Nunziante ha fatto rilevare in una intervista rilasciata dalla Gazzetta del Mezzogiorno, resta ancora del tutto aperta la questione della quota di cofinanziamento privato (il 5%) che la cui provenienza va accertata contestualmente all’adozione della delibera che consegnare all’Unione Europea.
Chi non l'ha presa bene alla notizia dell'ennesimo rallentamento è stato il presidente della Camera di Commercio, Fabio Porreca, ha ha scritto parole di fuoco sul suo diario facebook: "Tranquilli, che un modo per non farlo (questo maledetto allungamento della pista) riuscirete sempre a trovarlo. Se non l'UE, il Ministero; se non il Ministero, l'Enac; se non l'Enac, le compagnie aeree; se non le compagnie, gli uccelli migratori; se non gli uccelli, i foggiani scettici ... Ma di che parliamo?"

domenica 20 agosto 2017

19 agosto 1943: il racconto di una tragedia (di Giuseppe de Troia)

Insigne cultore di storia, soprattutto medievale (è tra i massimi esperti della Capitanata fridericiana), Giuseppe de Troia offre agli amici e ai lettori di Lettere Meridiane questa preziosissima testimonianza personale sulla incursione aerea che colpì Foggia e i foggiani il 19 agosto 1943, la più violenta e la più disastrosa di quella tragica estate.
Il racconto di de Troia è importante ai fini di una maggiore conoscenza di quegli eventi perché l’autore, ancora ragazzo, fu testimone oculare dei fatti e delle distruzioni e perché nella sua narrazione riesce a mantenere il rigore e la neutralità dello storico.
Il documento, già pubblicato sulle colonne del quotidiano L’Attacco qualche anno fa, svela alcuni particolari poco noti di quelle drammatiche giornate mostrando una Foggia, diversamente da quanto viene in generale ritenuto, tutt'altro che vuota, ed anzi, ancora abitata dai suoi cittadini (che sarebbero stati costretti ad abbandonarla proprio in seguito alle conseguenze del raid del 19 agosto), e poi raccontando della chiusura del rifugio antiaereo delle Marcelline, e del saccheggio operato dai nazisti che mise ancora di più in ginocchio una città già prostrata.
Ringrazio Giuseppe de Troia per aver consentito la pubblicazione e Pasquale Episcopo per averla resa possibile. (g.i.)
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19 AGOSTO 1943:
IL BOMBARDAMENTO AEREO SU FOGGIA
Cronaca delle ore di terrore in rifugio antiaereo
Sul bombardamento che subì Foggia 70 anni fa, il 19 agosto 1973 hanno già scritto L. Cicolella (1973), O. Tempesta (1995), A. Guerrieri (1996), ecc. ma pur con tanti particolari non si è descritto lo stato d'angoscia, l'incubo e il terrore di chi nei rifugi antiaerei, sotto l'uragano delle bombe si aspettava la morte da un momento all’altro, o peggio di rimanere sepolto vivo, magari dilaniato dalle esplosioni e forse senza speranza di soccorso.

sabato 19 agosto 2017

Meridione sprecone, meridione discriminato...

Qualche giorno fa, Lettere Meridiane ha pubblicato alcune interessanti riflessioni di Michele Eugenio Di Carlo sulla perdurante attualità della questione meridionale, e sulla sordina che da troppo tempo è stata messa sul problema del divario tra Nord e Sud.
Le considerazioni di un intellettuale serio e pacato come Di Carlo hanno provocato una vivace discussione tra gli amici e i lettori del blog, il che dimostra come la questione meridionale sia sentita, e come sia, nei fatti e nelle percezioni, ancora attuale ed aperta.
Del dibattito riporto due interventi, tra loro molto diversi, ed entrambi profondamente veri.
Non si può negare, come sostiene Teresa Silvestris, che gli sforzi condotti dall'Unione Europea e dal Governo nazionale per attenuare il divario siano stati vanificati da certi atteggiamenti dei meridionali. Ma, allo stesso modo, la scarsa qualità degli interventi e la scarsa qualità della spesa per il Mezzogiorno, non possono diventare alibi per mandare in soffitta la questione meridionale, o archiviarla "perché è colpa dei meridionali", come fa rilevare, replicando alla Silvestris, lo stesso Di Carlo, che aveva innescato la discussione.
Nel paradosso di questa doppia verità sta il nocciolo del problema.
Di seguito i due interventi, i cui autori ringrazio vivamente.

venerdì 18 agosto 2017

Quando la Villa simboleggiava il raggiunto decoro di Foggia

Lettere Meridiane sta pubblicando, in questi giorni, la serie di reportage su Foggia che comparvero sulle colonne de La Stampa nella primavera del 1934. (Se li avete persi, trovate qui il primo articolo, e qui il secondo). Il quotidiano torinese ne affidò la redazione al giornalista scrittore specializzato in racconti di viaggio e di terre esotiche, Curio Mortari che con indubbio tocco creativo titolò i suoi pezzi Tropico d'Italia, a sottolineare la somiglianza di Foggia con il paesaggio tropicale.
Mortari era rimasto colpito dall'abbondanza delle palme che in quel tempo adornavano rigogliose il centro cittadino.
La foto colorizzata di oggi, tratta da una cartolina dell'epoca, e raffigurante la villa comunale, gli dà ragione. Le palme dominavano allora il verde urbano, conferendo alla città una immagine del tutto diversa da quella suggerita dallo stereotipo della terra "arsa e sitibonda". E la villa comunale era veramente il biglietto da visita e il gioiello di una città che cominciava a crescere, e a guardare con ottimismo al suo futuro.
Qualsiasi paragone con l'oggi è impietoso, e improponibile. Se la villa comunale del 1934 simboleggiava il raggiunto decoro della città, quella odierna pare simboleggiarne il declino.
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane regala ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare la foto offerta oggi, in alta risoluzione.

Fuggi da Foggia

Foggia è tra i capoluoghi di provincia meridionali che negli ultimi otto anni hanno perso più ventenni. Lo rivela una elaborazione dell'Istat realizzata per conto dell'Espresso, che pubblica le relative infografiche on line, sul suo sito. I dati si riferiscono ai giovani che hanno cambiato residenza, lasciando la loro città e trasferendosi altrove.
Si apprende così che è andato via da Foggia il 10,46% dei giovani. Ma peggio ancora di Foggia fanno San Severo (-12,61%) e per quanto riguarda i capoluoghi pugliesi Taranto (-11,29%) e Brindisi (-10,98%). In Puglia, la città maggiormente colpita dall'emigrazione giovanile è Molfetta, con un calo del 14,36%.
Com'era facile prevedere, il fenomeno dell'emigrazione giovanile colpisce soprattutto il Mezzogiorno. I numeri sono ancora più impressionanti se passiamo dai dati percentuali a quelli assoluti. Foggia occupa il nono posto della graduatoria nazionale e il terzo di quella regionale.
Ha perso 2.599 giovani in otto anni. La classifica vede in testa Napoli (-6.501) seguita da Messina (-3.904), Taranto (-3.634), Reggio Calabria (-3.414), Palermo (-3.404), Bari (-2.971), Cagliari (-2.771), Siracusa (-2.639). Nelle graduatoria figura anche Manfredonia, che ha visto andare via ben 1.051 ragazzi.
 Tenuto conto della diversa dimensione demografica dei comuni compresi nella classifica, si ha l'esatta dimensione della gravità dell'esodo che ha colpito sia Foggia che Manfredonia.
Ma a cosa è dovuta la fuga dei giovani? "Sono molte - scrive sull'Espresso Francesca Sironi -  le ragioni di queste partenze, di questi cambiamenti locali in un problema che resta nazionale E che riguarda gli investimenti per i giovani che mancano, con una spesa sociale completamente sbilanciata verso gli anziani , la mancanza di opportunità e soprattutto i rischi che corre - senza preoccuparsene ancora abbastanza - una nazione che non riesce a dare spazio al suo futuro. Lo specchio del declino è chiaro. Possibile accettarlo così?"
Già. L'aspetto più drammatico dell'emorragia è che ci stiamo dissanguando, ma nemmeno ce ne accorgiamo. Una terra che vede i suoi giovani scappare via e non si sforza nemmeno di fermarli, è una terra senza futuro.

giovedì 17 agosto 2017

Quando Foggia era "tropico d'Italia" e "nuova città del Sud-Est"

La pubblicazione dell'articolo del giornalista scrittore Curio Mortari, che paragonava Foggia a Barcellona e definiva il capoluogo Dauno "tropico d'Italia", ha suscitato reazioni contrastanti tra gli amici e i lettori di Lettere Meridiane: qualcuno incredulo, qualche altro nostalgico, qualcun altro ancora decisamente scettico sulla funzione della memoria e sulla utilità della rievocazione degli antichi fasti della città.
Pubblicando il reportage comparso sul quotidiano torinese La Stampa il 9 marzo del 1934, non volevamo celebrare il passato, ma piuttosto mettere in evidenza le atroci contraddizioni della storia. Soltanto dieci anni dopo, i raid feroci degli alleati, nella tragica estate del 1943, avrebbero raso al suolo la "grande Foggia" così suggestivamente raccontata da Mortari, e prima di lui, soltanto qualche giorno prima, da Giuseppe Ungaretti.
Già questa (non fortuita) coincidenza dovrebbe, tuttavia, far riflettere. Per raccontare Foggia, laboratorio di un modello di intervento e investimento pubblico che ebbe valenza nazionale, nel 1934 si scomodavano poeti e penne di primo piano del giornalismo nazionale.
Ungaretti scriveva per la Gazzetta del Popolo, a febbraio del 1934. Nel mese di marzo dello stesso anno, La Stampa, giornale torinese come quello per cui scriveva il poeta, mandava in Capitanata il suo inviato speciale Curio Mortari, giornalista e scrittore specializzato in viaggi.
Tutto ciò è la conferma che Foggia era, all'epoca, al centro di una notevole attenzione da parte della stampa e della opinione pubblica nazionale: circostanza che non va enfatizzata più del dovuto, ma neanche rimossa o minimizzata, e che deve invece servire ad una più approfondita riflessione sulle ragioni che hanno portato la città all'attuale declino.
Tra i molti commenti, mi pare fotografi meglio lo spirito della iniziativa di Lettere Meridiane, quello dell'amico Nando Romano, che ha scritto: "Grazie come sempre per questa primizia purtroppo densa di banalizzazioni storiche se non errori: propaganda fascista e qualche verità. Chissà sé il cronista sapeva che era in programmazione anche il cosiddetto Centro Chimico poco oltre la Cartiera ove si sarebbe prodotta quella iprite che ancora oggi flagella i pescatori della marina."
La storia non è mai lineare. Spesso, se non quasi sempre, procede a salti e a strappi. Per questo bisogna sforzarsi di capirla in tutta la sua complessità, e si rivela assai utile, a riguardo, la serie di reportage che Mortari dedicò a Foggia e alla Capitanata nella primavera del 1934, accomunati dall'occhiello, che recitava Tropico d'Italia.
Il titolo del secondo articolo fu:

Foggia, nuova città del Sud-Est

eccone il testo
(DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE)- FOGGIA, marzo.
Siamo all'epoca delle architetture. Le città si rinnovano, specialmente in Italia. Segno fausto: dove l'architettura rinasce, è indizio di civiltà nuova. Il fenomeno colpisce soprattutto nell'Italia Meridionale. Qui il rinnovamento, anche per ragion di contrasti, è più palese. Si sono dovute picconare radici più profonde, aggrovigliate a una jungla sotterranea in cui evi, strutture, e talvolta anche terremoti hanno costruito, scomposto, sovrapposto, distrutto, rimescolato, creando babeli ignote. Nel Sud più che altrove si osserva come la tecnica edilizia abbia dovuto, da dieci anni a questa parte, marciare dì pari passo con un rivolgimento spirituale. Per scalzare le vecchie fondamenta è stato necessario demolire tutta una ossatura di tradizioni e, più spesso, d'abitudini; frantumare ruderi di particolarismi che facevano ostacolo ai piani regolatori.

Strati di secoli 

Foggia può fornire un esempio tipico di questa Rivoluzione. E' sufficiente interrogare uno qualunque degli abitanti per sapere da chi sia stato operato il mutamento. I sigilli mussoliniani, i segni di Roma sono evidenti ovunque.
A comprendere meglio l'importanza del rinnovamento bisogna rifarsi al paesaggio e ai costumi d'anteguerra. Foggia di quel tempo era la tipica città meridionale, uscita dalla sonnolenza borbonica. Era anche, senza dubbio, uno di quei pittoreschi conglomerati di evi che soltanto in Italia è possibile trovare.
Dominazioni e stili, sovrapponendosi e ibridandosi, avevano lasciato nella struttura urbana quell'amalgama di eclettismo, in cui era possibile sceverare volta a volta i segni dei Normanni e degli Svevi, degli Angioini e degli Aragonesi, degli Spagnuoli e dei Borbonici. La città, benché fondata soltanto verso l'800, ebbe momenti illustri. Fu cara a Federico II che vi lasciò l'impronta del suo imperiale sigillo. Si osserva ancora, nella facciata d'una casa comune, il resto di un arco di curva romanica, sotto il quale una iscrizione perfettamente leggibile, testimonia dell'esistenza del palazzo imperiale. La Cattedrale, che sboccia da un quartiere un po' angusto, ma pittoresco secondo la vecchia maniera, conserva sotto il campanile barocco, l'impalcatura normanna. Ma altri monumenti e documenti sono sparsi ovunque nelle chiese e nelle case. Si scoprono frammenti di colonne, gioielli di pietra, particolari d'arte chiusi, presi nel tufo giallo degli edifici ottocenteschi, come l'insetto nell'ambra. Talvolta le pietre squadrate che formano ancora le case dei poveri, rivelano la loro origine. Pietre antichissime indubbiamente, se è vero che Foggia, città di nascita medievale, fu costruita coi materiali derivati dall'antichissima Arpi, la città italiota che fu fedele di Roma, anche quando Annibale, ciclone africano, passava vittorioso su queste terre.
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