mercoledì 16 agosto 2017

Lettl e Ceschin: folgorati dalla luce e dalla bellezza del Gargano

Amare una terra e scoprirne la riposta bellezza è questione di sguardo, di prospettiva, di distanza. Non sempre ci riesci, sei sei troppo vicino. Venire da fuori, guardarla per la prima volta da una certa lontananza, aiuta, perché la bellezza è disvelamento, epifania. E' difficile coglierla nel posto in cui sei nato. C'è bisogno di qualcuno che in un certo senso ti regga lo specchio, e te la mostri. Uno di questi è Wolfgang Lettl, magico artista tedesco (ma non solo, perché è stato anche un grande filosofo ed intellettuale) che venne folgorato dalla luce di Manfredonia, dove trascorse le sue ferie estive per oltre vent'anni. Il pittore fu tra i maggiori esponenti del surrealismo mitteleuropeo, ma l'irripetibile e taumaturgica luce del golfo sipontino gli offrì l'ispirazione per una rappresentazione impressionistica della Puglia e del Gargano. Un melting pot straordinario.
E questa è, la mostra retrospettiva che verrà ospitata fino al 3 settembre prossimo nelle ex Fabbriche di San Francesco: una irripetibile lezione di storia dell'arte, che dimostra quanto contigui possano essere territori estetici in apparenza molto distanti ed eterogenei tra di loro.
Con le sue opere, il pittore tedesco ha retto lo specchio ai pugliesi di Manfredonia e della Daunia, svelando loro l'ineffabile bellezza di una terra illuminata da una luce che non ha eguali al mondo.
Un altro che ha dedicato una parte significativa a questa missione, un altro forestiero che più dei Dauni ha capito e raccontato la magia di questa terra è Federico Massimo Ceschin.
Non lo vedevo da tempo, e l'ho ritrovato proprio alla inaugurazione della mostra di Wolfgang Lettl, dov'era stato invitato dal figlio dell'artista, nonché organizzatore e curatore della mostra, Florian Lettl, a parlare - manco a dirlo - di bellezza.

Piazza Mercato, l'evaporazione degli "intellettuali"

 Il post di Lettere Meridiane sulla situazione di degrado che angustia piazza Mercato ha suscitato numerose e interessanti reazioni negli amici e lettori del blog.
Nonostante siano trascorsi appena tre anni dalla cosiddetta riqualificazione di piazza Mercato, il sito soffre i problemi di sempre: vandalismo, incuria, abbandono, degrado. Un pessimo biglietto da visita per la città, e forse la conferma che la riqualificazione è stata un'operazione velleitaria.
Si demolì a furor di popolo o quasi il cosiddetto "treno" realizzato nell'ambito del progetto Urban, pensando che il problema i piazza Mercato fosse la presunta bruttezza di quel contenitore e non la mancanza di una vera progettualità sulla gestione della piazza. Le associazioni culturali e i gruppi Facebook così solerti nel chiedere la demolizione della struttura si sono eclissati. La verità è la storia di piazza Mercato andrebbe insegnata nelle scuole come esempio di come NON si fanno le cose, e di come la velleità non paga. Occorrono idee, progetti, visioni di futuro che purtroppo a Foggia costituiscono merce rara.
Ma veniamo alla discussione sul post Foggia città guasta, pubblicato qualche giorno fa da Lettere Meridiane.
Di particolare interesse la riflessione di Antonio Dembech figura di primo piano della società civile e del mondo ambientalista foggiano, nonchè responsabile dell'associazione Cicloamici, che ha scritto:
Ciò che i cittadini non usano diviene preda dei vandali. Il famoso e discutibile trenino, sopravvisse molti anni alla curia dei vandali perché era utilizzato dai cittadini. Noi Cicloamici abbiamo per lungo tempo organizzato le nostre riunioni settimanali nella sala convegni. Persino una partecipato ad una assemblea annuale, con degustazione finale. Ricordo persino che era utilizzata, oltre che per mostre e laboratori artigianali, anche da ragazzini che sul liscio pavimento praticavano la break. Poi, sicuramente per gelosia, qualcuno pretese dal dirigente comunale il ritiro delle chiavi ed un rigido protocollo per l'uso, a pagamento, della struttura. Nessuno la utilizzo più ed i vandali ne fecero scempio.

lunedì 14 agosto 2017

Quando a Foggia le piazze erano a misura d'uomo (e non di auto)

La foto colorizzata di oggi è dedicata ad una piazza tra le più amate dai foggiani. Piazza San Francesco vennero realizzata negli anni Sessanta. La pietre che sorreggono la statua dedicata al Poverello di Assisi provengono direttamente dalla cittadina umbra che dette i natali al patrono d'Italia.
La cartolina "colorizzata" mostra com'era la piazza quando venne inaugurata: un luogo ameno, che attirava le famiglie. Quando ero bambino mi piaceva molto quando i miei genitori mi ci portavano: dalla cascatella posta sotto la statua sgorgava dell'acqua che alimentava la vasca sottostante, nella quale nuotavano allegramente decine di pesci rossi. Vi era l'usanza di gettare nell'acqua, un po' come a Piazza Navona a Roma, monetine da cinque o dieci lire. Ignoro chi ne traesse beneficio.
Oggi, la piazza è notevolmente degradata. Il monumento letteralmente assediati dalle onnipresenti e pervasive strisce blu dei parcheggi. La foto d'epoca ritrae invece una piazza quasi del tutto sgombra dai veicoli. Cosa abbastanza rara anche allora, tenuto conto che nella piazze c'era il capolinea di diverse linee pubbliche, nonché delle auto che svolgevano privatamente servizi di trasporto, per la cittadina delle provincia più vicine al capoluogo.
 Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane regala ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione..


Wolfgang Lettl, cittadino onorario di Manfredonia

I veri, grandi amori travalicano la finitudine delle cose terrene. Sono più forti della morte. E' il caso la passione profonda che legò il grande pittore tedesco Wolfgang Lettl a Manfredonia (vi trascorse per decenni le sua vacanze estive), una bella storia destinata, a quanto pare, a non finire. Anzi, a rinvigorirsi.
Il Sindaco della città sipontina, Angelo Riccardi , proporrà alla sua amministrazione il conferimento della cittadinanza onoraria postuma al grande artista. E non solo: la retrospettiva in corso a Manfredonia, prima mostra italiana di Lettl , potrebbe diventare una esposizione permanente, e sarebbe per Manfredonia, sempre più città dell'arte e della cultura, un altro colpaccio. Ne ragioneranno nelle prossime settimane il Comune e Florian Lettl, figlio dell'artista e curatore della mostra, che resterà aperta fino al 4 settembre, presso le ex Fabbriche di San Francesco, andate a vederla perché ne vale veramente la pena.
A comunicarlo ufficialmente nel corso della cerimonia inaugurale è stato Francesco Sammarco, funzionario tecnico del Comune, delegato dal sindaco Riccardi a rappresentare l'amministrazione al vernissage, e non solo: Sammarco è stato un'anima e un'intelligenza importante di quel gruppo di lavoro che ha sostenuto Florian nella organizzazione della mostra.
Il saluto che ha rivolto ai partecipanti al vernissage è stato così assai poco istituzionale, ma molto sentito e particolarmente stimolante, in quanto ha arricchito la serata di inedite riflessioni sullo speciale rapporto, sentimentale ma che culturale ed artistico, che legò Lettl a Manfredonia.

sabato 12 agosto 2017

Come Foggia ha rinunciato alla sua espansione (di Franco Antonucci)

Rare volte il mio amico Franco Antonucci è riuscito a sorprendermi, come in occasione dell'articolo che pubblico di seguito. Vi si parla di un progetto che fece molto discutere negli anni Settanta: la costruzione della tangenziale che avrebbe dovuto collegare, sopraelevandosi dal suolo, lo svincolo della superstrada Candela-Foggia sulla circumvallazione, con il casello autostradale sulla Bari-Bologna.
La stampa dell'epoca si appassionò molto sul tema, che divise partiti politici e opinione pubblica. Per amore di verità, preciso che erano tra quanti non vedevano di buon occhio il progetto, per le evidenti ripercussioni che la sua realizzazione avrebbe avuto sul futuro urbanistico della città.
In effetti, il progetto non fu approvato e solo dopo diversi anni, grazie alla lungimiranza dell'allora presidente della Provincia, Michele Protano, si optò per realizzarne soltanto un lotto, dalla circumvallazione a viale degli Aviatori, altrimenti la superstrada da Candela non sarebbe neanche mai giunta fino a Foggia.
L'articolo di Antonucci, però, mi ha fatto molto riflettere. Perché rievoca una stagione di grande e sincera discussione sul futuro della città e perché da allora, paradossalmente, non si è più discusso veramente di urbanistica, trincerandosi dietro strumenti urbanistici che, se da un lato non hanno espanso la città, dall'altro hanno considerevolmente abbruttito il centro, affidando lo sviluppo edilizio a varianti, furbate, Gozzini e via discorrendo.
Interessante quanto Franco sostiene a proposito alla mancata riflessione sulla possibilità di uno sviluppo a nord. Verissimo, e non ci avevo mai pensato. Leggete l'articolo, perché lo merita davvero. Come pure meritano di essere ricordati gli ingegneri Checola e De Seneen.
E dite la vostra. (g.i.)
* * *
PEPPINO CHECOLA E VITTORIO DE SENEEN. CIAO!
Mi risulta antipatico prendere anche solo per un attimo la veste di memoria storica nei confronti di un evento ormai passato da tempo, ma soprattutto per ricordare due Amici scomparsi, Peppino Checola e Vittorio De Seneen. Uno smemorato come me, ha sempre cercato di far prevalere il meccanismo del ragionamento, in questo unico modo ricostruendo la memoria passiva. Però qualche volta riaffiorano ricordi che spingono forte.
Parlo della prima metà anni ‘70 quando, da Funzionario del settore urbanistico del Comune di Foggia, ho assistito ad un appassionato dibattito in Consiglio comunale sulla opportunità di realizzazione di una cosiddetta “Muraglia cinese”, altrimenti detta “Sopraelevata”, una strada tangenziale peri-urbana, a margine sud della città di Foggia, tra lo svincolo della Superstrada Foggia-Candela e il settore nord verso il Casello Foggia A14, via Ospedali Riuniti. Con finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno, su iniziativa dello Studio degli Ingegneri Peppino Checola e Vittorio De Seneen di Foggia.
Strutture tra le più attive, allora, non solo nel circuito cittadino foggiano, ma anche in ambito esterno, compresi interventi oltre provincia.
Uno Studio tra i più affermati, grazie all’iniziativa dei due Titolari. Peppino Checola molto bravo nelle relazioni pubbliche a vasto raggio, Vittorio De Seneen un topo di Studio (in senso buono, ovviamente, data la sua particolare versatilità tecnica).
Il nuovo asse viario tangenziale viaggiava su terrapieno, con opportuni sottopassi nelle varie posizioni radiali trasversali strategiche. Attraversando la vasta Area immediatamente all’esterno delle tre corsie sud (chiamate “Tangente meridionale”) e per una consistente profondità verso campagna (allora), tra la via degli Aviatori a Tiro a segno e l’area poi divenuta la nuova Provincia. Area interamente destinata a “Verde pubblico attrezzato” a scala territoriale peri-urbana.
Il nodo della discussione era incentrata sul rischio di creare una futura barriera alla espansione sud della città (erano i tempi delle logiche urbanistiche essenzialmente espansive di tipo razionalista - zoning). Un ulteriore timore parallelo era quello che vi fosse una malcelata intenzione di voler incanalare il futuro espansivo della città di Foggia a sud-est, verso la via per Bari.
Nessuno parlava, allora e poi in seguito, delle direttrici di sviluppo verso nord. È stata quasi un’abitudine tipicamente meridionale, o costante in senso assoluto, quella di considerare le direttrici espansive verso Sud assolutamente privilegiate. Il nord sembra non esistere nell’immaginario collettivo come alternativa “per espandere” (un antico DNA forse mediterraneo, che guarda sempre a sud).
Il territorio meridionale foggiano verso Sud così si è così più densificato, mentre quello verso Nord è il deserto dei Tartari.
Checola e De Seneen si infervoravano a difendere la loro ipotesi progettuale, soprattutto sottolineando il grande respiro dell'iniziativa in termini di nuovo impulso per la grande mobilità peri-urbana. Quindi quella di creare un grande polmone verde, proprio dove serviva. De Seneen ripeteva simpaticamente che i vari interventi in merito del Consiglio comunale sembravano sproloqui da “Professori di violino”. Tutto sommato non aveva torto, in particolare per come le cose erano dette, travisando l’urbanistica propriamente detta.
È stata una battaglia accorata, che è durata per un considerevole tempo. Poi ha prevalso la tesi della potenzialità espansiva libera della città futura (il prof.Benevolo ha poi propugnato, invece, la teoria del contenimento della città all’interno del suo “Orlo urbano”. Anche questa mal digerita).
Il progetto Casmez di Checola-De Seneen è così finito in qualche cassetto, poi dimenticato.
Mi impressiona ancora oggi come la decisione a maggioranza dell’allora politica locale sia stata accettata molto democraticamente, senza strascichi di polemiche successive, come invece troppo spesso accade oggi, con prosegui interminabili e sempre più velenosi. Un altro senso di democrazia di allora? (senza valutazioni politiche specifiche in merito).
E così la grande Area di Verde attrezzato dalla zona Tirassegno fino alla attuale nuova Provincia è rimasta solo un grande sogno, visto che il destino attuale e recente è stato quello di utilizzarla disordinatamente per nuclei residenziali a favore di improbabili Dipendenti della pubblica sicurezza e residenza di altro tipo, e/o per interventi medio-commerciali e direzionali vari, e tra loro potenzialmente incoerenti e concorrenti.
La “Sopraelevata” di Cechola e De Seneen (che poteva anche essere a raso, ovvero su viadotti, come loro stessi proponevano in alternativa) è diventata, in altra veste, l’attuale Orbitale, di cui dovrebbe essere iniziata la prima fase di realizzazione. Senza nessuna “Orbitale Verde”, come il sottoscritto sta da tempo proponendo (difesa verde a cintura di una città a conca geomorfologica, e in aggiunta ventosa).
I tempi successivi, sia pure in veste più moderna, spesso danno ragione agli antichi propugnatori.
L’ultima meraviglia è che gli Ingegneri Checola-De Seneen siano spariti nella memoria della città (e dei loro Ordini professionali). Eppure sono stati Tecnici di grande valore e soprattutto brave persone…….. Ciao Peppino e Vittorio!
Eustacchiofranco Antonucci

La scomparsa di Mimmo Norcia: se n'è andato un grandissimo artista

Mimmo Norcia se n’è andato, e la cosa mi rattrista molto, perché era un amico vero: avevamo tante cose da fare ancora insieme, e non ci sarà più il tempo. La sua scomparsa priva la comunità pugliese di un artista che attraverso le sue sculture aveva saputo dare corpo e forma alle speranze della Capitanata, alle passioni, agli slanci ed alle istanze di crescita della nostra terra.
L’opera di Norcia che amo di più raffigura proprio la Capitanata: una donna slanciata che pretende le braccia verso l’alto, in un anelito di futuro esaltato dal dinamico e voluttuoso movimento delle forme.
A volere quell’opera fu un altro instancabile propugnatore della ricchezza della terra dauna, Antonio Pellegrino, che da presidente della Provincia pensò di istituire un premio di rappresentanza, che allegoricamente mostrasse un territorio, che voleva mettere le ali e prendere il volo.
Entusiasta del risultato, chiese a Norcia di ingrandire la scultura, in modo che potesse essere esposta permanentemente al pubblico, e diventare il simbolo artistico della Capitanata. L’opera fu inizialmente posta a Palazzo Dogana, al centro del cortile, per essere successivamente trasferita nell’androne della nuova sede della Provincia.
Quella scelta addolorò Mimmo (e lo capisco) in quanto lo spazio a disposizione nel palazzo di via Telesforo è piuttosto ristretto, e non consente di ammirare l’opera in tutta la sua elegante potenza. Ma la Capitanata con le braccia levate verso il futuro, anche in quel posto non del tutto idoneo riesce ad esprimere tutta la sua straordinaria bellezza, a stabilire un rapporto profondo con l’architettura in cui è immersa, come dimostra la foto a fianco, che ho trovato nel sito di Norcia.
Palazzo Dogana ospitò per qualche giorno l’opera più celebre di Norcia: il Padre Pio immerso nel mare delle Isole Tremiti che è una delle statue sottomarine più grandi del mondo. Mimmo la progettò e la realizzò dopo un attentissimo studio sulla prospettiva. Diversamente da quanto accade di solito, una scultura che si trova sul fondale del mare viene guardata dall’alto, e non dal basso.
Nei pochi giorni in cui fu mostrata a Palazzo Dogana, oggetto di un incessante pellegrinaggio di appassionati, di fedeli e di cittadini, l’autore suggeriva di salire al primo piano, per poterla guardare nella stessa prospettiva in cui l’avrebbero vista i sub. Era così bella che qualcuno pensò di organizzare un comitato per farla restare permanentemente lì.
Scultore prolifico e versatile, conosciuto in tutta Italia ed  Europa (è autore di uno stupenda statua di Giovanni Paolo II, commissionatagli dal Vaticano), Mimmo avrebbe meritato dalla sua terra una considerazione maggiore di quanta non abbia avuto. Ogni tanto se la prendeva per questo, ma poi ci rideva sopra, con quel suo sorriso tenero e solare, che allargava il cuore alla speranza.
È stato veramente un cittadino della nostra terra, a tutto tondo. Era nato a Panni, dove tornava frequentemente e dove ha curato alcuni restauri importanti. La sua cittadina d’adozione era però Vieste, dove amava trascorrere la stagione estiva gironzolando a bordo della sua barca.
Tra le cose che avremmo dovuto fare insieme c’era una grigliata di pesce nella sua casa viestana. Ho sempre rimandato, e mi sento in colpa. Resteranno le sue opere a tenermi compagnia, e il ricordo indelebile del suo sorriso.
Addio, Mimmo.
Geppe Inserra

venerdì 11 agosto 2017

Foggia città guasta

Foggia ha mille problemi. Ma il più grave di tutti è la sciatteria con cui la città viene governata e viene vissuta. Prendete la foto che illustra il post. Amaramente emblematica. Siamo a piazza Mercato, che soltanto un paio di anni fa è stata parzialmente bonificata e, come si disse pomposamente, "riqualificata".
Come ricorderete, venne demolita (forse troppo frettolosamente: non si tentò neanche di restaurarla, sulla base di un discutibile pregiudizio estetico) la struttura, il cosiddetto treno, adibita a mostre e sala convegni, e fatta oggetto di ripetuti atti di vandalismo. Venne anche sistemata la pavimentazione, e la piazza tornò ad essere com'era all'inizio, sgombra da manufatti, come quando ospitava le bancarelle dei venditori al mercato.
Sono sopravvissute alla "riqualificazione" soltanto la costruzione in muratura in prossimità di piazza dell'Addolorata, che era una volta adibita alla vendita di carne da basso macello e il chiosco dell'assessorato al turismo, inizialmente pensato come info point, per la divulgazione e la promozione dei beni culturali foggiani e degli eventi.
A giudicare dallo stato pietoso in cui versano, sarebbe stato forse meglio se fossero state demolite anche queste due strutture. Quella in muratura, che era stata concessa tempo fa ad un gruppo teatrale perché vi facesse le prove, è stata puntualmente assaltata dai vandali, ed è divenuta inservibile. Il consueto ricettacolo di vetri rotti, rifiuti, che sembra ormai far parte dell'arredo urbano tipico del centro antico di Foggia.
Il peggio di sè lo offre l'info point turistico, anche questo preso di mira dai vandali, la pavimentazione sfondata e diventata pattumiera (con il rischio che qualcuno ci cada dentro e si faccia male). Qualche anno fa, l'amministrazione comunale ne affidò la gestione all'Università. Poi, com'era facile prevedere, il chiosco venne depredato dai ladri e dai vandali, e si deciso di chiuderlo.
Seppure riqualificata, Piazza Mercato non ha più ritrovato la sua identità di "piazza": luogo di incontro, di cambio, di commercio, di vita.
La piazza è in mano ai vandali, e non alla città. E ha ragione l'ignoto writer che ha laconicamente vergato "guasto" sulle facciate dell'ex info point. A Foggia, è tutto guasto.
Qui sotto un video che documento il degrado in cui è versa Piazza Mercato. Nonostante la recente riqualificazione.


Le prospettive inattese del Venerdì Santo di Vico (di Francesco A.P. Saggese)

Ci sono due mani incrociate dietro una schiena. 
Una stringe dentro di sé l’altra che invece è abbandonata a se stessa. 
Sono rocce scavate dalle radici di un albero, penso.
Sono radici che s’intrecciano tra la terra e il cielo. 
Sono la radice di ogni radice, queste mani legate. 
Mani, come pelle della terra,
mani, come ginocchia piantate in terra quando si è sconfitti, 
mani che lavorano,
mani spalancate, 
mani che pregano. 
Sono le stesse mani su cui si è fatto buio alle tre di pomeriggio, quando il velo del Tempio si è squarciato e la terra si è messa a tremare. 
Il candore del camice di lino bianco, benedetto e senza macchia, è adornato con preziosi merletti di altri tempi dalle mani delle mogli, delle mamme o delle nonne. Questa fotografia mi cattura e mi proietta nel giorno dell’anno più atteso per i vichesi, raccontato da Pasquale D’Apolito - con originale delicatezza - nei 14 scatti della mostra fotografica Prospettive Inattese, istantanee dal Venerdì Santo di Vico del Gargano, allestita presso il ‘28 millimetri Studio’ e visibile al pubblico dall’11 agosto.
È proprio l’immagine di queste mani, riposta con cura nella vetrina dello Studio e parte integrante dell’esposizione, a condurmi all’interno. Qui mi accoglie uno scatto dell’Addolorata con le sue mani protese verso una donna: porta le dita della mano alle sue labbra, le bacia, affinché il bacio giunga alla Mamma delle mamme. Percepisco sentimento in quel bacio, lì sono racchiusi tutti i pensieri di una mamma verso i propri figli. Sento pure il passo silenzioso delle donne di Vico, che si raduneranno ai piedi di Maria per intonare “Ai tuoi piedi o bella Madre”. 
Una carezza, espressa con un cenno in un altro scatto, rapisce ancora la mia attenzione. Una mano ha appena cinto il capo di un piccolo confratello con una corona di spine di rovi: è una carezza antica, atavica, che ripercorre ‘di generazione in generazione’ padri e figli. Ancora il gesto di un prete, che prende sulle sue spalle il baldacchino con Cristo morto, superando a mia memoria la tradizione dei portatori.
È così, che immagine dopo immagine, sensazione dopo sensazione, percorro il tempo, medito. M’imbatto ora in un volto che insegna come la lode di Dio sia portatrice di saggezza, ora in un braccio tatuato che racconta di come la vita di un uomo scorra tra le storie, le ricerche e le scelte.
Pasquale D’Apolito scrive le sue poesie attraverso la macchina fotografica. Adotta un ragionamento realistico e asciutto, che permette di pensare, invitando a percorrere traiettorie interiori. Coglie gesti e particolari sfuggenti che concorrono a rendere imponente una delle giornate più importanti per il popolo vichese.
L’autore s’interroga in maniera intima sulla fede, sulla tradizione e sul suo futuro, come fa nell’ultimo scatto presentato, dove tra dei piccoli confratelli - dei bambini -  che guardano con i loro occhi lontano, ce n’è uno che indica un orizzonte.
Guardare lontano ancor prima di arrivarci, porre al centro del nostro futuro le nostre radici.
È questa la necessità che colgo. 
Queste foto custodiscono il tempo, i riti e le speranze; ognuna parla con la sua anima, ognuna con la sua ragione.
Francesco A.P. Saggese


giovedì 10 agosto 2017

Passiante: Capitanata, sud di Bari e della Puglia

La puntuale analisi di Michele Eugenio Di Carlo sullo stato dell'arte della questione meridionale e il mio commento (chi non li avesse letti, li trova qui) stanno suscitando un vivace dibattito a testimonianza di quanto il tema sia percepito, seppure con opinioni tutt'altro che unanimi, ed anzi molto variegate.
È già questo dato, mi sembra dia ragione alla tesi di Di Carlo (che condivido in tutto): mentre la politica ha mandato in soffitta la questione meridionale, e il divario tra Nord e Sud diventa sempre più accentuato, esiste una diffusa sensibilità dei meridionali al tema.
Perché ciò non produca comportamenti politici coerenti e conseguenti è un altro discorso: e, anzi, sta forse proprio qui il nocciolo del problema.
Lettere Meridiane seguirà con attenzione il confronto che si sta sviluppando. A partire dall'interessante contributo che pubblichiamo di seguito, dell'architetto Giovanni Passiante, professionista particolarmente attento ai temi dello sviluppo e della convivenza civile. Passiante allarga il discorso ai sud del sud, ovvero allo sviluppo diseguale del Mezzogiorno, un clamoroso esempio del quale è rappresentato proprio dalla Puglia, anzi dalle Puglie.
Protagonisti di una competizione a volte esasperata quando non conflittuale, i diversi territori pugliesi stentano ad integrarsi. E a farne le spese sono quelli più deboli, come la Capitanata. Dove la questione meridionale è più acuta e più aspra che altrove. E voi che ne pensate? Di seguito le riflessioni di Giovanni Passiante.
[La fotografia che illustra il post, intitolata Puglia, è di Paolo Margari, ed è concessa sotto licenza Creative Commons]
* * *
C'è mezzogiorno e mezzogiorno . Il mezzogiorno pugliese poi ha un solo mezzogiorno: la provincia di Foggia. Che paradossalmente è al nord di tanti altri sud. Guai a dire che Bari è mezzogiorno. Bari è Bari. Renzi non lo ha dimenticato quando ha finanziato il suo amico fraterno Decaro, facendolo arrivare primo in graduatoria nei finanziamenti previsti per la riqualificazione delle periferie. Il progetto barese era di scarsa qualità. Ma, si sa, gli amici sono amici. Foggia solo centesima in graduatoria su 140 città capoluogo meritevoli di finanziamento. Con un messaggio chiaro: siete dentro solo perché siete imbarazzanti. Eppure le proposte portate sul tavolo del ministero erano sicuramente migliori di quelle della città metropolitana .
Di cosa dobbiamo ancora parlare? Ma noi ci siamo per caso lamentati di tanta disparità di trattamento? Nulla. La nausea è davvero troppa. E tanta. Ancora di più se dobbiamo ancora parlare (e pateticamente) rincorrere i progetti Aeroporto, seconda Stazione ferroviaria, Casello Asi. Per non parlare della sicurezza e dei 17 morti ammazzati in tutta la nostra provincia dall'inizio dell'anno, che meriterebbero un enorme capitolo sul tema .
Ancora oggi il nulla. Silenzio assoluto. Solo poche apparizioni. Nessuna immediata mobilitazione. Nemmeno di fronte ad una strage così grave, che ha visto morire due poveri innocenti con le mani spaccate dalla fatica della terra. Solo teatro. Chiacchiere. I nostri parlamentari dormono tranquilli sul cuscino del vitalizio. Tra l'altro immeritato.
Nulla di significativo. Nulla di incisivo. Nulla di nulla. Non servono a nulla.
Giovanni Passiante

Sangue sul Gargano, il dolore del poeta

C'è poco da dire che non sia stato già detto. Di fronte a fatti del genere, sono del tutto inadeguate le parole di chi - come Lettere Meridiane - cerca tutti i giorni di raccontare questa terra, i suoi problemi, le sue contraddizioni, ed indicarne le speranze, con la scrittura del cronista.
Per raccontare il dolore, la speranza che volge al tramonto, occorre la penna del poeta, che io non posseggo. Per raccontarvi questo dolore che oggi abbiamo in comune, prendo dunque in prestito le parole di un poeta vero, oltre che di un caro amico, come Bruno Caravella.
La sua Sangue sul Gargano è un grande esempio di poesia civile. Di fronte a fatti atroci come quelli di questi giorni, verrebbe fatto di arrendersi. Ma con la poesia, e pur nel dolore, è possibile guardare oltre... E sperare ancora.
Qui sotto la video poesia prodotta da Lettere Meridiane. Sangue sul Gargano di Bruno Caravella.

mercoledì 9 agosto 2017

Mezzogiorno beffato: con i fondi aggiuntivi si finanzia la spesa ordinaria

Intellettuale onesto, pacato e poco avvezzo alle polemiche da ballatoio, Michele Eugenio Di Carlo ha pubblicato sul suo diario di Facebook una nota sullo stato dell’arte della “questione meridionale” e delle politiche per ridurre il persistente divario tra Nord e Sud.
Michele correda le sue riflessioni con ineccepibili dati di fatto (quanti li volessero leggere, nel dettaglio, trovano il post per intero, più avanti) da cui si ricava - inequivocabilmente - che:

  1. la cosiddetta Seconda Repubblica ha aggravato la questione meridionale (anzi, l’ha rimossa del tutto), senza distinzione di colore politico dei governi e delle maggioranze che si sono succeduti alla guida del paese;
  2. il crollo della spesa pubblica a finalità strutturale (ovvero gli investimenti, le ferrovie, le strade, le scuole, ecc.ecc.) che si è registrato dal 2008 ha colpito in misura maggiore il Mezzogiorno, aggravando il suo ritardo rispetto alle aree centrosettentrionali.

I numeri confermano un altro dato di fatto che si conosce da sempre, ma che in pochi hanno il coraggio di sostenere (quando invece sarebbe il caso di urlare…): i cosiddetti fondi aggiuntivi (quelli, per intenderci, che dovevano sostituire l’intervento straordinario che veniva una volta governato dalla mai troppo rimpianta Cassa per il Mezzogiorno) non hanno finanziato nulla di straordinario, ma hanno riempito i buchi della spesa ordinaria delle Regioni e dei Comuni meridionali, strutturalmente più poveri e più deboli di quelli del centronord.
Ormai non si può più parlare soltanto di divario, ma di una disparità strutturale che non ha bisogno di pannicelli caldi come i tanti strombazzati Patti per il Sud, ma di una svolta radicale, totale che probabilmente nessun governo si sentirà mai di promuovere.

Il Piano delle Fosse a colori, raccontato da Giuseppe Ungaretti

Nel 1934, Giuseppe Ungaretti visitò Foggia ed altre località della Capitanata. Il posto che lo colpì maggiormente fu il Piano delle Fosse, a Foggia, cui dedicò intense pagine di prosa poetica. Potete leggerle nel video, accompagnate da foto d'epoca colorizzate con tecniche di intelligenza artificiale, e da un amaro raffronto con il presente. Quel posto incantato di cui il Poeta diceva "nessun luogo avrebbe più diritto d’esser dichiarato Monumento Nazionale” è oggi circondato dai palazzi, adibito a parcheggio, con tanta sporcizia e degrado.

lunedì 7 agosto 2017

Il Tavoliere tutto colorato della Masseria Fontanelle a Lucera

Nonostante la tradizione, che vuole un Tavoliere riarso ed assolato, emblema della Puglia "piana e sitibonda", il paesaggio agrario del secolo scorso, quando le campagne erano molto più abitate e quindi antropizzate di quanto non succeda oggi, era molto gradevole.
La foto colorizzata (attraverso l'applicazione di tecniche di intelligenza artificiale) realizzata dalla ditta napoletana Ragozino, mostra la Masseria Fontanelle che sorgeva nei pressi di Lucera, di proprietà della famiglia de Troia. È una scena tipicamente rurale, addirittura quasi bucolica, che testimonia, anche plasticamente, l'armonia con cui convivevano uomini, bestie e campagna.
La procedura di colorizzazione è stata effettuata utilizzando la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane regala ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi, in alta risoluzione..

Quando Foggia era il Tropico d'Italia e somigliava a Barcellona

L’articolo che Lettere Meridiane propone oggi ad amici e lettori ha un valore storico e documentale straordinario. Scritto da Curio Mortari, giornalista, scrittore specializzato nel racconto di viaggi, inviato speciale de La Stampa, venne pubblicato sulle colonne del quotidiano torinese il 9 marzo del 1934 con il titolo Foggia com’era e com’è, e un occhiello quanto mai metaforico, Tropico d’Italia.
Il reportage di Mortari viene scritto in un momento cruciale della storia foggiana del Novecento. Dieci anni prima era stata inaugurata la Fontana del Sele, simbolo dell’acquedotto pugliese, e dopo l’arrivo dell’acqua per spegnere la sete della popolazione, si lavorava alacremente per spegnere quella dei campi e accendere nuove prospettive all’agricoltura. Era in pieno svolgimento la bonifica del Tavoliere, e Foggia era al centro di un grandioso programma di opere pubbliche, noto come “Grande Foggia”, che era stato definito con il piano regolatore generale.
Il grande valore dell’articolo sta nel fatto che è uno dei pochi reportage che offrono una testimonianza in presa diretta dell’atmosfera che si respirava a Foggia in quegli anni di intensa crescita della città, che sarebbero stati traumaticamente interrotti, di lì a poco.
Quello stesso regime fascista che stava cercando di portare in alto Foggia ne causerà la rovina e la distruzione, trascinando il Paese in una guerra atroce, che si abbatté con particolare ferocia e violenza proprio su Foggia, che soltanto quattro anni dopo sarà tra le città italiane più colpite dai bombardamenti aerei alleati.
L’articolo di Mortari resta una preziosa testimonianza di ciò che Foggia stava diventando. O di ciò che Foggia sarebbe potuta diventare, se la guerra non ne avesse spento i sogni e tarpato le ali.
Lo stesso fatto che un quotidiano importante come La Stampa  abbia inviato una delle sue migliori firme a raccontare il capoluogo dauno, testimonia l’interesse che il laboratorio Foggia suscitava in tutto il Paese, solleticando l’immaginario collettivo: nella didascalia alla fotografia di Piazza Cavour che compare nell’articolo, lo scrittore paragona Foggia nientemeno che a Barcellona: "Questa piazza può dare, a prima vista, l'impressione di Plaza de Cataluna, a Barcellona... È invece piazza Cavour di Foggia, col Palazzo dell'Acquedotto sullo sfondo."
Un’ultima considerazione sulla metafora del Tropico d’Italia che Mortari inventa sorpreso dalla particolare diffusione delle palme a Foggia.
Oggi ne sopravvivono pochi esemplari, che pare saranno presto abbattuti, in quanto le piante sono malate.
Di Foggia, tropico d’Italia, non resterà neanche il ricordo.
(Geppe Inserra)
* * *

TROPICO D' ITALIA 

Foggia come era e come è 

(Dal nostro Invialo speciale)- FOGGIA, marzo. —
Qui la palma alligna fortemente bene! mi aveva detto la guardia, con robusta sicurezza e pittoresco eloquio, pur continuando a manovrare la sua clava, tra un rumoroso carosello d'automobili.
Non ho stentato a crederlo. Intorno a una grande piazza serena — dove una fontana monumentale simile a un gigantesco vassoio sembrava grondare diamanti — gli alberi simbolici dei Tropici levavano i fusti bruni, embricati e scabri, lasciando ricadere le loro chiome verdi o agitando i loro ventagli al vento leggero che veniva dalle azzurre ondulazioni del Subapennino.
Attraverso un monumentale loggiato, che aveva qualcosa d'egizio, altre palme grandi e piccole mescolavano i loro tronchi e i loro flabelli (ventagli cerimoniali, n.d.r.), in una prospettiva profonda. Città di palmizi e di fontane, dal piano chiaro ed arioso, dalle lunghe vie rettilinee, in cui estuava (ribolliva, fluttuava, n.d.r.) una folla variopinta! Chi avrebbe detto che questa era Foggia, la vecchia Foggia, gregge di case basse e polverose, qua e là adornate di gessi e di fronzoli borbonici, popolata in maggioranza dai contadini malarici, sfatti sitibondi, affluiti dal Tavoliere; la afosa città quale ce la dipingeva una vecchia e falsa tradizione?

domenica 6 agosto 2017

Gli archi sfondati di Federico II, denti cariati della memoria (di Franco Antonucci)

Il bel video di Antonio Fortarezza sul degrado di Masseria Pantano, di cui abbiamo parlato in una lettera meridiana di qualche tempo fa, ha ispirato in Franco Antonucci questa appassionata e coinvolgente riflessione. Da leggere tutta d'un fiato. Su cui meditare. Da condividere. Grazie, Franco.
* * *
Sono disarmato. Senza voglia di. Senza speranze di. Senza più coraggio di.
La città che mi ha cresciuto non è mai stata giovane. Soggiogata da transumanze imposte, anche moderne, ancora quotidiane. Non è nemmeno mai invecchiata. È e non è. Ferma lì.
Non ci riconosce più. Non riconosce nemmeno i suoi amici e i suoi ricordi. Quando Federico era qui con noi, nei dintorni, dappertutto. Federico che popolava questa fovea calda di passione e di colori esotici sgargianti. Oggi solo imbuto di torrido caldo meteorologico.
Ora che i tanti comuni Cittadini foggiani, ammutoliti, guardano ai pochi archi sfondati di Federico, i denti cariati già cadono, ingoiati per lo stomaco. O aspettano che tutto inciampi negli sterpi e nei rifiuti.
In attesa meditativa senza luce i personaggi che contano, invece, contano solo i numeri della grigia edilizia di contorno. Ultimo illusione per uno sviluppo senza sangue, e voltano lo sguardo altrove. Verso asettiche modernità più remunerative.
E tu Federico muori la seconda, la terza, la quarta volta. Reale figura, ti dimenticheremo per scelta dei realisti senza meta. Loro che dicono di capire tutto.
Quello che resta? Solo romantico di...
Eustacchiofranco Antonucci.

Salmo 22, il grido di dolore di Lettl per la rinuncia alla bellezza

È strano, e meraviglioso al tempo stesso, come un artista possa leggere fino in fondo una terra che ama, e raccontarla con la sua tavolozza, nella sua bellezza, ma anche nel suo dolore. Succede ai grandi artisti come Wolfgang Lettl, che amò profondamente Manfredonia, dove trascorse le sue vacanze per quasi quarant’anni.
Abbacinato dalla luce della città sipontina ritrovò il gusto e la potenza dell’impressionismo, lasciando una serie di opere di bellezza stupefacente, con cui racconta ed esalta il mare, le campagne, le masserie, i paesi che punteggiano la riviera garganica e il Tavoliere.
Potete ammirarle in mostra fino al 3 settembre, presso le ex Fabbriche di San Francesco, a Manfredonia.
Come ha mirabilmente spiegato sul figlio, Florian, durante la manifestazione inaugurale della mostra che si è svolta sabato scorso, l’affetto che nutriva per la terra dauna ispirò anche buona parte della sua produzione surrealista, cifra stilistica che più frequentemente praticava.
Della mostra e del racconto che Florian ha fatto delle opere paterne, mi ha particolarmente colpito Salmo 22, che vedete nella immagine che illustra il post e che rappresenta in un certo senso un’opera simbolica della Capitanata, del Mezzogiorno d’Italia.
“Nell'opera si notano due profonde esperienze di Wolfgang Lettl - ha detto suo figlio Florian - . La prima, la vista della croce nella cattedrale di Foggia. La seconda, l'incidente chimico successo a Manfredonia domenica 26 settembre 1976: all'Anic di Manfredonia esplose la colonna di lavaggio dell'arsenico dell'impianto per la produzione di urea. L'incidente provocò l' immissione nell’aria di tonnellate di anidride arseniosa e di ossido di carbonio; quella mattina, le strade dell'area dello stabilimento erano colorate di una polvere gialla sollevata da terra di qualche centimetro.”
Lettl si trovava in vacanza a Manfredonia, nella sua villa allo Sciale delle Rondinelle, quando si verificò l'incidente che mise a nudo la fragilità del modello di sviluppo industriale di Manfredonia e della terra dauna.
La trasfigurazione surrealista del Crocifisso di Foggia, il disperato protendersi del Redentore sui bidoni di rifiuti chimici, con quel cielo giallo di sfondo che ricorda un’incombente Apocalisse  è il grido di dolore che Wolfgang Lettl lancia per la nostra terra, incapace di apprezzare la sua bellezza, e di tradurla in risorsa di futuro.
Lo stesso grido di dolore, in fondo, che indusse Pietro Frasa a dare al suo Crocifisso (tra i pochi che rappresenti Gesù morto, e non agonizzante) quel sembiante così drammatico e realistico, che gli creò seri grattacapi con la Santa Inquisizione.
Con quella scelta il chierico svelava la sua idea di mondo da rivoluzionare attraverso la misericordia e la pratica dell’amore cristiano.
L’amore predicato da Wolfgang Lettl in Salmo 22 è più laico, ma lo stesso fortemente provocatorio, come è sempre l’amore, visionario, universale, totalizzante.
Foggia e la Capitanata dovrebbero adottare Salmo 22 come simbolo del loro sviluppo mancato, il prezzo tremendo pagato alla rinuncia della bellezza, che Wolfgang Lettl denuncia con una potenza ed un’efficacia assai più pregnanti di quanto potrebbero fare mille saggi di sociologia.

venerdì 4 agosto 2017

Manfredonia rende omaggio al grande Wolfgang Lettl

Manfredonia rende omaggio a Wolfgang Lettl, il grande artista tedesco che l'ha tanto amata, trascorrendo ogni anno le sue vacanze estive nello Sciale delle Rondinelle vicino Siponto, dal 1973 fino al 2005, ovvero fino a tre anni prima della sua scomparsa.
E non poteva esserci titolo più azzeccato per la mostra  con cui si sostanzia l'omaggio: "Manfredonia, la mia amata". Un evento culturale di eccezionale rilievo non solo per la Capitanata, ma per tutta la Puglia e il Mezzogiorno, perché si tratta della prima mostra in assoluto in Italia del pittore surrealista e impressionista.
La mostra aprirà i battenti stasera, preceduta da un vernissage - aperto al pubblico - che si svolgerà alle ore 19 presso l'auditorium "Cristanziano Serricchio" alla presenza di Angelo Riccardi (sindaco di Manfredonia), Saverio Mazzone (amministratore unico dell'agenzia del turismo di Manfredonia), Pasquale Frattaruolo (presidente Rotary Club sezione di Manfredonia) e con gli interventi di Federico Massimo Ceschin ("Manfredonia, una nuova economia della bellezza), Alex De Muzio ("Le masserie daunie nelle opere di Wolfgang Lettl"), Florian Lettl ("Mio padre Wolfgang e l'amata Manfredonia"). A coordinare e moderare sarà Geppe Inserra, giornalista e curatore del blog "Lettere Meridiane".
La mostra (voluta ed allestita dal figlio del pittore Florian, con la collaborazione di un gruppo di amici) è organizzata da Comune di Manfredonia ed Agenzia del turismo con la sponsorship della "Lucky Wind4 srl" di Antonella Pasqualicchio). Saranno in esposizione 75 opere, suddivise in 35 di stile impressionista (opere quasi tutte realizzate “en plein air” nel territorio sipontino) e 40 di corrente surrealista (di cui in Germania vi sono due musei a lui dedicati). Le opere saranno esposte presso le ex Fabbriche del convento di San Francesco dal 4 agosto al 3 settembre 2017 (con ingresso libero, tutti i giorni dalle ore 18.30 alle 23).

giovedì 3 agosto 2017

Foggia che non c'è più: le fosse granarie (a colori)

La parte di Foggia compresa tra via Arpi, via Sant'Eligio, via della Repubblica e via San Lazzaro è quella che ha subito i maggiori rimaneggiamenti nel corso dell'ultimo secolo. La privatizzazione delle aree in precedenza occupate dal tratturo, l'innovazione tecnologica che rese obsolete le fosse per conservare il grano, ma anche bombardamenti, moti popolari, crolli, terremoti hanno letteralmente stravolto - e purtroppo non sempre in meglio - quello che era una volta il biglietto da visita della città.
Agli inizi del secolo, il paesaggio urbano in quella parte della città era dominato dalle fosse granarie attorno alle quali ruotava una parte importante dell'economia cittadina. Quel paesaggio suggestionò profondamente il poeta Giuseppe Ungaretti, che lo descrisse in pagine molto belle, durante un viaggio in Capitanata. Non a caso, e grazie all'impegno di un raffinato intellettuale come Luigi Paglia, che a quelle prose ungarettiane ha dedicato un approfondito studio, il piazzale verde che sorge vicino all'Epitaffio è stato intitolato proprio al grande poeta.
L'immagine colorizzata di oggi, tratta da una fotografia originariamente in bianco e nero, scattata dal foggiano Rodolfo Longo, mostra proprio il Piano delle Fosse, com'era attorno al 1920. Gli edifici sono praticamente irriconoscibili. Per orientare gli amici e i lettori di Lettere Meridiane, vale la pena di sottolineare che la chiesetta che si nota sulla sinistra è La Maddalena, distrutta dai bombardamenti, che sorgeva nel sito dell'attuale, omonimo parcheggio su via delle Repubblica. Il palazzo sulla destra è invece sopravvissuto, ed è quello che sorge all'angolo tra via della Repubblica e vicolo al Piano.
La procedura è stata effettuata utilizzando la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane regala ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi.

Rognoni, Bigon e Stroppa, satanelli più talentuosi di sempre

Alcuni amici e lettori di Lettere Meridiane mi hanno scritto in privato per commentare quanto avevo scritto nel post di ieri sulla prima vittoria del Foggia sul Napoli in serie A ricordando la classe eccelsa di Giorgio Rognoni, che ho indicato come il giocatore di maggior classe che abbia indossato la casacca rossonera, assieme a Albertino Bigon e a Giovanni Stroppa.
Nella stessa lettera meridiana, ho parlato di Pellegrino Valente, che ritengo invece il più forte calciatore foggiano (nel senso di nato a Foggia) di tutti i tempi.
Bigon
Visto che è estate e che l’attività agonistica è ancora ferma, approfittiamone per giocare un po’. Giro dunque ad amici e lettori di Lettere Meridiane la mia personalissima opinione chiedendo se la condividono e, nel caso contrario, di indicare chi, a loro opinione, è stato il giocatore più di classe che ha militato nel Foggia e chi è stato il foggiano più forte.
Per esprimere le vostre preferenze, basta commentare il post, scrivendo nello spazio riservato ai commenti i nomi dei vostri beniamini.
Rognoni, Bigon e Stroppa sono accomunati da una singolare coincidenza: tutti e tre hanno indossato la maglia rossonera sia del Foggia che del Milan. Rognoni venne acquistato proprio dal Milan. Bigon (due campionati in forza ai satanelli, con 65 presenze e 18 reti) venne invece ceduto dal Foggia al Milan (dove giocò per diversi campionati totalizzando 218 presenze e 56 gol).
Stroppa
Ancora più singolare il percorso di Stroppa che ha letteralmente fatto la spola tra le due compagini rossonere: quando arrivò al Foggia (dalla Lazio), aveva già giocato nel Milan, dopo l’anno di militanza nella formazione di Zeman tornò al Milan, per poi far ritorno al Foggia sul finire della carriera da calciatore, e per diventare poi allenatore (vincente) dei satanelli.
Pellegrino Valente, foggiano di Foggia, è cresciuto calcisticamente nella primavera rossonera. A scoprirlo e a farlo esordire in prima squadra fu Lauro Toneatto. Con i satanelli ha giocato in tutto per sei stagioni: tre all’inizio della carriera (1971-74), e tre alla fine (1982-85) totalizzando 128 presenze e 5 reti.
Valente
Parlando dei calciatori più bravi nati a Foggia, una menzione è doverosa anche per Pasquale Padalino, che è il solo foggiano ad avere indossato la maglia azzurra della  nazionale. Valorizzato da Zeman, collezionò 90 presenze e una rete. Una menzione del cuore, infine, per un giocatore, anche lui foggiano purosangue, dall’eccezionale talento, che non ha avuto la fortuna che avrebbe meritato: Carmine Caravella, centrocampista dai piedi eccelsi, che approdò al Foggia dal Lucera, e che totalizzò 72 presenze ed una rete, in quattro stagioni.
Ma permettetemi di dire qualcosa di più di Giorgio
Padalino
Rognoni, uno che con la palla tra i piedi poteva fare di tutto. Non era un mostro dal punto di vista atletico. A Foggia (dove giocò per tre stagioni, mettendo assieme 94 presenze e 14 gol) riuscì a trovare quella continuità di rendimento che non aveva raggiunto nel Milan, che pur riconoscendone le enormi potenzialità tecniche, lo aveva ceduto proprio per questo suo limite.
Era un indiscutibile campione, ma ci metteva un po’ a carburare. Giovanni Mancini, con il quale ho condiviso diversi campionati in Curva Nord (era uno spasso, credetemi, andare alla partita e, allo stesso prezzo dell’abbonamento assistere alle performance cabarettistiche del professore che qualche anno dopo sarebbe diventato un grande comico) coniò per lui una della sua battute folgoranti: “Rognoni comincia a giocare alle tre”. Ed era vero: se la partita cominciava alle 14.30, per la prima mezzora Giorgio vagava per il cambio senza toccare un pallone (ma poi cominciava a giocare ed era una delizia per i tifosi).
Ho scolpita nella memoria una sua rete sensazionale allo Zaccheria (però non ricordo quale fosse l’avversaria di turno, mi aiutate voi?).
Rognoni si fece dare la palla dal portiere, e cominciò a trotterellare con il suo passo dinoccolato verso il centrocampo. Un attaccante avversario abbozzò un tentativo di pressing ma lui lo saltò con eleganza e a questo punto si accorse d’ avere una prateria davanti. Superò di slancio il centrocampo, una veloce triangolazione con un compagno e si trovò vicino all’area avversaria. Fece fuori come birilli un paio di difensori, con uno slalom irresistibile ed ubriacante. Appena vide lo specchio della porta tirò e segnò, davanti a un pubblico incredulo e festoso. Erano le 15.00 appena passate, come fece prontamente rilevare Giovanni Mancini.
Personaggio schivo ed introverso, Rognoni stabilì un eccellente rapporto con Foggia ed i foggiani, tornando molte volte nel capoluogo dauno per trovare amici con i quali era rimasto in contatto, anche dopo la sua cessione al Cesena. È scomparso molto presto, colpito dalla terribile SLA, come molti altri calciatori della sua generazione. Sulla sua morte ci fu anche un’indagine giudiziaria. Il Cesena è la squadra di calcio nella quale si è verificato il più alto numero di decessi che si teme siano dovuti all’uso di sostanze dopanti.
Ma il ricordo della sua classe resterà sempre nel cuore dei tifosi rossoneri che hanno avuto la fortuna di vederlo giocare e di gioire per le sue imprese.
Grazie, Giorgio, grande campione.
Geppe Inserra

Foggia, città più calda del mondo

Una volta tanto non siamo gli ultimi. Ma i primi. E non solo in Italia, ma nel mondo. Quella di oggi resterà negli annali meteo come una delle giornate del mondo. La rubrica specializzata del telegiornale di Sky si è presa la briga di paragonare l'ondata di calore che si è abbattuta sul Bel Paese con il resto del mondo.
Risultato: a mezzogiorno di oggi Foggia, con i suoi 42°, era la città più calda d'Italia e non solo. La stessa temperatura del capoluogo dauno è stata registrata soltanto nella città araba de La Mecca. Abbiamo fatto meglio di Firenze, Roma, Viterbo, Milano e Campobasso e, per quanto riguarda il resto del mondo, di Algeri, Kuwait City, Bahrain, Sharm el Sheikh e Il Cairo. Non male.
Sul social si sono sprecati i commenti. E non è mancato chi l'ha buttata sul calcistico, come gli amici di Che si dice du Fogge, in cui è comparso un laconico ma esaltante: "Salutate la capolista."

mercoledì 2 agosto 2017

Il panorama di Rodi: l'angolo più bello dell'Adriatico

C'è poco da dire. Ma il panorama di Rodi Garganico, visto da Levante, rappresenta uno degli angoli più belli della Puglia, della Capitanata, del Gargano e dell'intero Adriatico. Sicché le tecniche di colorizzazione, anche quando applicate a vecchie cartoline, offrono il meglio di se stesse, come mostra la fotografia colorizzata di oggi, utilizzando tecniche di intelligenza artificiale.
Ricordo che Lettere Meridiane regala tutti i giorni, nel periodo estivo, ad amici e lettori una antica fotografia "colorizzata".
La procedura è stata effettuata utilizzando la tecnica di Satoshi Iizuka, Edgar Simo-Serra e Hiroshi Ishikawa (Let there be Color!: Joint End-to-end Learning of Global and Local Image Priors for Automatic Image Colorization with Simultaneous Classification).
Ricordo che tutti i giorni, o quasi, durante il periodo estivo, Lettere Meridiane regala ad amici e lettori antiche foto in bianco e nero, cui vengono applicate le tecniche prima descritte.
Trovate le immagini "colorizzate" precedenti qui.
Qui sotto, invece, i collegamenti per scaricare le foto offerte oggi.

Quando il Foggia battè il Napoli, e superò Inter e Milan

Il gol di Pavone, con il numero 11, al Napoli
Nella storia del calcio rossonero, si raccontano e si ricordano l’epopea di Zemanlandia, oppure la leggendaria prima volta in seria A dei satanelli guidati da Oronzo Pugliese, esaltata dalla vittoria ai danni dell’Inter campione del mondo di Herrera e Facchetti, o, nella migliore della ipotesi, il Foggia di quel grande uomo ed allenatore che è stato Tommaso Maestrelli, che sulla panchina foggiana si aggiudicò il seminatore d’oro.
In realtà, ci sono state altre formazioni degne di essere ricordate, e protagoniste di imprese che non hanno avuto il giusto peso nella memoria collettiva dei tifosi.
Una di queste è sicuramente la prima, storica vittoria del Foggia sul Napoli in serie A, il 4 gennaio del 1974, allo Zaccheria. Un successo griffato dalla firma di  Peppino Pavone che sfruttò alla perfezione un assist dell’indimenticabile Giorgio Rognoni, che ritengo sia stato il giocatore di maggior classe che abbia mai indossato la casacca rossonera (affiancato, nella mia personalissima opinione da Giovanni Stroppa e Albertino Bigon).
Il Foggia disputava il suo quinto torneo in serie A, ed era allenato dal grande e troppo presto dimenticato Lauro Toneatto, che l’aveva riportato nella massima divisione due anni dopo la sfortunata e ingiusta retrocessione toccata alla squadra allenata da Maestrelli.
Quando il Napoli, che era guidato da Vinicio ed era indicato tra le favorite del torneo, arrivò allo Zaccheria, i satanelli erano stati protagonisti di un buon avvio di campionato, con due sole sconfitte, entrambe esterne, rimediate a Torino con la Juventus e a San Siro con l’Inter.
Quel pomeriggio, l’allenatore schierò Trentini tra i pali, sulla linea difensiva Cimenti, Colla, Pirazzini e Bruschini, a centrocampo Pellegrino Valente (era stato proprio Toneatto a inventare nell’inedito ruolo di mediano il foggiano), Delneri e Liguori, in attacco Silvano Villa, Rognoni e Pavone. In panchina sedevano Giacinti, Luigi Villa e Golin.
Si giocò agli ordini di Rosario Lo Bello, mitico arbitro di Siracusa nonchè deputato democristiano, che al Foggia non ha mai portato particolarmente bene, in un pomeriggio nuvoloso e a tratti piovoso, ma con temperatura mite, davanti a 32.604 spettatori.
Toneatto schierava una sorta di 4-3-3, che più modernamente oggi si definirebbe 4-3-1-2: in realtà Rognoni indossava la maglia numero nove ma era un centravanti atipico, e difatti aveva licenza di spaziare, giocando a tutto campo.
Il gol rossonero venne propiziato proprio da una geniale  intuizione dell'ex milanista, che al 33’ del primo tempo, approfittando di una rapida ripartenza dei rossoneri si smarcava sulla sinistra facendosi trovare pronto a raccogliere un intelligente assist di Villa, servito a sua volta da Pavone.

martedì 1 agosto 2017

Masseria Pantano, addio?

La lettera meridiana sui recenti crolli che hanno ancora di più depauperato e degradato Masseria Pantano ha suscitato numerose reazioni da parte di amici e lettori, e non c’è da meravigliarsene, perché la masseria settecentesca, secondo alcuni sorta sulle vestigia della regia masseria di Federico II,  sta nel cuore dell’opinione pubblica foggiana.
Proprio dai tentativi (purtroppo infruttuosi) che sono stati promossi negli anni passati per salvare questo prezioso tassello dell’identità foggiana parte il commento di Marialuisa d'Ippolito, che era all’epoca responsabile FAI per la provincia di Foggia. Ricordando che il FAI è stato tra i primi a puntare i riflettori su Masseria Pantano, Marialuisa scrive: “sette, otto anni fa qualcosa si poteva ancora recuperare, ma non ottenemmo più di un'ordinanza per i proprietari del suolo per la pulizia e messa in sicurezza dell'area ...siamo arrivati al capolinea!” 
Dello stesso tenore le accorate riflessioni di Santa Picazio, responsabile dell’Archeoclub di Foggia: “Carissimi, ci abbiamo provato tutti. Noi non possiamo fare altro che attivare l'attenzione e fare opinione, grazie alla nostra passione e al nostro legame affettivo con il territorio e con la nostra antica storia.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...